A proposito di eroi e reietti: intervista a Matthew Rosenberg

A proposito di eroi e reietti: intervista a Matthew Rosenberg
Ospite non previsto dal programma a Lucca Comics and Games 2019, Matthew Rosenberg ha trovato un po’ di tempo per parlare con noi del suo amore per i fumetti, delle sue storie e del suo rapporto con gli X-Men.

Quando Donny Cates ha annunciato che si sarebbe sposato a Lucca durante Lucca Comics and Games 2019, tutto il mondo del fumetto ne è stato piacevolmente colpito. Ancora più sorprendente la presenza di come testimone dell’autore texano, evento annunciato durante uno scherzoso scambio di tweet tra i due. Ma una volta che si è a Lucca per Lucca Comics and Games, è impossibile sottrarsi a un bel po’ di eventi, sessioni di firme e, ovviamente, interviste. Abbiamo parlato con del suo lavoro, della sua esperienza come autore di e dei suoi nuovi progetti.

Ciao Matthew e grazie mille per questa intervista, è molto gentile da parte tua aver trovato del tempo da dedicarci. Come prima domanda, vorrei chiederti perché hai deciso di cominciare a scrivere fumetti e quali sono state le tue principali influenze.
Ho lavorato nell’industria musicale per molto tempo, circa dieci anni, e ne ero quasi nauseato: è un settore terribile in cui lavorare. Cercavo quindi di pensare a qualcos’altro che mi sarebbe piaciuto fare. Amo i fumetti da sempre e così ho pensato che avrei potuto scrivere fumetti. All’epoca non ne sapevo quasi niente, non conoscevo nessuno che facesse fumetti e quindi ho semplicemente deciso di provare a capire come fare. Tra le mie principali influenze ci sono Brian Bendis, Chris Claremont, Alan Moore, Brian K. Vaughan e altri autori mainstream, ma anche molti altri autori indipendenti come i fratelli Hernandez, Chris Ware, Daniel Clowes. Insomma, non ero sicuro di cosa volessi fare esattamente in campo fumettistico, ma ero un grande fan dei fumetti Marvel, quindi ho pensato di fare qualcosa sui supereroi. D’altro canto, volevo anche fare qualcosa di indipendente, qualcosa di mio, quindi cercavo di orientarmi man mano che procedevo.

Quindi è stato come iniziare da fan e, all’improvviso, finire a essere un autore.
Esattamente. Sai, sono cresciuto circondato dalla scrittura, entrambi i miei genitori erano scrittori e anche i miei fratelli, ma del tutto estranei al fumetto. Così ho capito che volevo scrivere, e volevo scrivere fumetti, anche perché non sono capace di disegnare. Solo non sapevo esattamente cosa scrivere o come farlo.

E così hai cominciato con Black Mask, dapprima con We Can Never go Home e poi con 4 Kids Walk Into a Bank. Com’è stata la tua esperienza con questo editore e con queste prime opere?
In realtà il mio primo libro è stato 12 Reasons to Die, sempre per Black Mask. È stato il primo fumetto in assoluto che Black Mask abbia pubblicato; non era granché a vederlo adesso, ma l’ho fatto insieme ai membri del Wu-Tang Clan, il gruppo rap, ed è stato comunque il mio primo fumetto. Grazie a questo ho stabilito un rapporto con l’editore, e così quando stavo lavorando a We Can Never go Home gliel’ho portato, gli è piaciuto e hanno voluto pubblicarlo. In Black Mask sono tutti in gamba, sono una bella casa editrice e a quel tempo erano esattamente quello di cui avevo bisogno.

4 Kids Walk Into a Bank è stato un grosso successo, sia di pubblico che di critica. È un interessante mix di avventure adolescenziali stile anni ’80 e heist-movie. Qual era l’idea alla base di questa storia?
All’epoca lavoravo in una fumetteria insieme a Tyler Boss e ogni tanto gli proponevo qualche idea per un fumetto, gli dicevo “questa è una buona idea per una storia” e lui invece “no, non mi piace”. A un certo punto sono andato da lui e gli ho detto “che te ne pare di un gruppo di ragazzini che rapinano una banca?”. Lui mi ha chiesto “quanti anni hanno?” e io “Dodici”, e allora lui ha detto “questo sì che è divertente”. E così Tyler ha cominciato a dirmi di tanto in tanto “Continuo a pensare a quella storia dei ragazzini che rapinano una banca”, e abbiamo cominciato a parlarne per un lungo periodo. Lui aveva davvero voglia di disegnare questa storia, quindi iniziammo a pianificarla. Volevamo che dentro ci fossero tante cose che ci piacciono nei fumetti e nella narrativa in genere, come il crimine e le rapine, la comicità e i libri e i film degli anni ’80, e anche un finale bizzarro e grottesco per la storia. In pratica stavamo provando a ricreare quello che ci piaceva davvero, lasciando trasparire con chiarezza le nostre ispirazioni. Penso che molte persone, quando creano qualcosa, cerchino di nascondere le cose che li hanno influenzati; io invece volevo che fosse una dichiarazione d’amore nei confronti di quelle cose: abbiamo dato alle strade i nomi di alcuni artisti che amiamo, ci sono riferimenti a un sacco di film, le copertine di ogni numero sono ispirate a film che amiamo, quindi era come provare a mettere dentro al libro il più possibile dei nostri riferimenti. È stata una cosa importante per noi e anche molto divertente.

Tu e Tyler Boss avete lavorato davvero a stretto contatto. Sono rimasto colpito dalla quantità di esperimenti che avete fatto nella narrazione del fumetto; si può chiaramente vedere che avete cercato di metterci quanto più possibile di quello che vi piace.
Io e Tyler siamo amici da tanto tempo, e la cosa bella è che ci incitiamo a vicenda: io scrivo un passaggio molto difficile, lui arriva e cerca di renderlo ancora più difficile, e poi tocca a me capire come modificarlo e adattarlo in tal senso. Abbiamo continuamente cercato di modificare il lavoro dell’altro per sfidarlo. Certo, avrebbe anche potuto non funzionare affatto, soprattutto se queste sfide non avessero giovato alla storia, ma per quel libro credo che questo modo divertente di sperimentare abbia funzionato molto bene.

E poi il fumetto è stato scelto per diventare un film. Innanzitutto, qual è la sensazione nel vedere i tuoi fumetti, le tue idee, trasformate in qualcosa di nuovo, in un linguaggio completamente diverso? Sei stato coinvolto in questo processo di trasposizione?
Stanno per uscire delle novità a breve su questo progetto, quindi non posso dirvi molto. Sai, ovviamente è gratificante quando qualcuno apprezza la tua opera e vuole farne qualcos’altro, ma al tempo stesso è strano. Mi piace il cinema, mi piace la televisione, ma la mia passione sono i fumetti, per cui anche se il film è un bel progetto, c’è un certo distacco tra le due cose: il fumetto deve restare il fumetto, è questa la cosa importante. Tutto il resto è una novità per me, quindi Tyler e io stiamo cercando di capire come sentirci, come bilanciare l’entusiasmo e la professionalità. Abbiamo fatto il nostro lavoro, adesso è il turno di altri, e quello che faranno è loro responsabilità. Io faccio fumetti, quindi quello che aspetto con ansia è il prossimo che farò. Ad ogni modo, io e Tyler siamo stati coinvolti creativamente nella produzione del film, anche se non posso dire più di tanto, e le persone che ci hanno lavorato sono fantastiche, quindi siamo eccitati, nella speranza che esca.

Da qualche anno lavori per Marvel: come sei arrivato a lavorare per loro?
La prima storia che ho scritto per Marvel è stata una breve storia degli X-Men inclusa in Secret Wars Journal. Quando ho fatto 12 reasons to die per Black Mask, uno degli editor di Marvel che conoscevo la lesse. Mi contattò e mi disse senza mezzi termini “Puoi avere dieci pagine per Marvel, puoi farne quello che vuoi, cosa ti piacerebbe fare?” e io dissi “X-Men, sono i miei personaggi preferiti”, così feci quella storia da dieci pagine. Dopo di che, un altro editor mi chiamò e mi chiese di fare una one-shot per SHIELD, e feci anche quella. Dopo queste due storie, niente, un intero anno senza alcun lavoro per Marvel. Pensavo che semplicemente non avessero gradito quello che scrivo; poi tutto ad un tratto, poco prima che uscisse 4 Kids, cominciarono a chiamarmi. Scrissi un primo script per una storia di Kingpin che fece il giro dell’ufficio Marvel e da lì, nel giro di una settimana, stavo scrivendo Rocket Raccoon, poi Secret Wars e infine un altro albo di Kingpin. Da quel momento ho fatto tre o quattro albi con regolarità per Marvel.

Quindi sei arrivato agli X-Men, i personaggi che desideravi scriverei. Cosa rappresentano per te come gruppo e qual è il tuo personaggio preferito?
X-Men è stato da sempre il mio fumetto preferito. Gli X-Men erano quel tipo di personaggi difficili da inquadrare, erano reietti, disadattati, davvero strani, e io mi sentivo come uno di loro, ero un ragazzino punk a New York. Certo, avevo degli amici, ma ero abbastanza calmo, riservato, solitario, ecco perché mi piacevano questi strani personaggi. Crescendo, ho compreso molte metafore presenti negli X-Men, la lotta per l’uguaglianza, l’integrazione, i diritti civili, e ciascun gruppo può rappresentarne un aspetto. Ma in fondo gli X-Men sono qualcosa in più rispetto agli altri gruppi di supereroi, combattono per salvare il mondo ma anche per trovare un posto al suo interno, lottano per sopravvivere; è un messaggio potente, e il lettore può davvero specchiarsi nei personaggi. L’altra cosa meravigliosa è c’è sempre un X-Men con cui puoi identificarti: per me, sono sempre stati Havok e Magik, ma ho capito perché solo crescendo; ho un fratello maggiore che era capitano della squadra di baseball, era bravo a scuola, una specie di modello, quindi gli X-Men che mi piacevano erano i fratelli minori di altri X-Men più potenti, più rispettabili. E questo credo che dica molto di me e delle storie che ho scritto finora su di loro.

 Il tuo personale arco su Uncanny ha avuto un riscontro misto, ad alcuni è piaciuto davvero molto e altri sono stati più critici, soprattutto a causa delle numerose morti. Com’è stata la tua esperienza su quella serie, cosa pensi di aver apportato al suo interno e di cosa sei più orgoglioso?
Sono fiero del mio arco e fiero della serie, è stato un onore per me scriverne. È stato un lavoro difficile perché quando sono stato incaricato di farlo, Jonathan Hickman era già al lavoro su House of X e Powers of X, quindi sapevamo cosa andava fatto. Le direttive della Marvel erano di portare i personaggi in qualche luogo veramente oscuro, di portarli ad un punto così basso in modo che Jonathan potesse poi risollevarli. Quindi era chiaro che sarebbe stato qualcosa di oscuro e alla gente questo non necessariamente piace. Io e altri che scrivono gli X-Men siamo cresciuti leggendo le storie dell’era di Chris Claremont, di John Byrne: erano storie molto drammatiche, molto brutali. Se pensi a Massacro mutante o Extinction Agenda, c’erano personaggi che morivano o perdevano i loro poteri. Anche Grant Morrison inizia la sua storia con la morte di sedici milioni di mutanti, è un libro molto intenso e crudo; ma ci sono generazioni che invece sono cresciute guardando i cartoni animati e i cartoni sono molto più leggeri. È un gap generazionale divertente, me ne accorgo durante le convention: ho fatto parecchi albi per X-Men, New Mutants, Multiple Man e così via; alcuni mi portano un bel po’ di roba, ma niente di Uncanny, e questi sono quelli che sono cresciuti guardando i cartoni, mentre quelli che arrivano portando pile di albi di Uncanny mi dicono di essere cresciuti sugli albi di Chris Claremont. Quindi c’è un interessante diversità di significato degli albi per ciascuno. Ad ogni modo, Uncanny è stata una grande esperienza, sono arrivato a scrivere molti dei miei personaggi preferiti e ad essere parte di questa grande cosa che mi piace tanto. Ci sono parecchie persone che durante le convention oppure con messaggi privati mi dicono che quel libro è stato importante per loro, e questo significa molto per me. E poi ovviamente ci sono quelli a cui non è piaciuto, ma questo è naturale quando uccidi un mucchio di personaggi che la gente ama. Ma non potevo dir loro di aspettare, perché sarebbero ritornati: devi lasciare che la gente segua la storia. Molte persone adesso ritornano, dopo aver letto le cose di Jonathan, e dicono “adesso ho capito la storia nel suo complesso e verso dove stava andando”.

Dato che Jonathan Hickman sta cambiando completamente le regole del mondo mutante, e tu sei già stato alle prese con gli X-Men, sarai ancora coinvolto nel futuro?
Quando Jonathan stava progettando Dawn of X mi ha contattato e mi ha chiesto cosa volessi fare. È stato davvero bello e significativo per me, ma sentivo di aver già fatto quello che dovevo e che era tempo di guardare oltre. Mi piace molto quello che lui sta facendo sulla serie e sono un suo grande fan, mi piacerebbe fare storie degli X-Men nel futuro ma non subito, voglio prendermi una pausa.

Quindi non hai trovato nulla in questo ampio progetto che potesse andar bene per te in questo momento.
Ne abbiamo parlato, ci sono molte cose di quello che sta accadendo che mi entusiasmano davvero, ma ho tenuto le redini della serie per un po’, adesso tocca a Jonathan e sta facendo un lavoro fantastico. Non volevo tornare indietro e stare sotto di lui in questo momento. Se c’è qualcuno a cui sottostare nel fumetto, quello è Jonathan, è uno dei più grandi autori del momento, ma ho semplicemente pensato che avevo già lavorato a quelle cose, mentre ce ne sono altre che ancora non ho fatto. Adesso sto scrivendo Hawkeye e Annihilation, ci sono ancora molte cose che non ho avuto modo di fare, e questo è quello che mi entusiasma.

Hai già anticipato le mie prossime domande. La prima è su Annihilation, una delle più importante saghe cosmiche degli ultimi anni in Marvel. Qual è la tua prospettiva su questa storia, cosa racconterai, e cosa ne hai tratto?
Il primo Annihilation e il suo sequel sono due dei miei cicli preferiti Marvel di tutti i tempi. Abbiamo discusso a lungo del perché funzionino così bene e siano così validi, e penso che le ragioni siano prima di tutto la scala, perché è cosmica, è molto ampia; e poi i rischi, che sono molto alti: tutti possono morire, c’è del pericolo, è una guerra, e dà proprio la sensazione di una guerra. La Marvel non fa molte storie di guerra, ma in questo caso c’è proprio quella classica aria di guerra, ci sono dei fronti e delle battaglie. Un’altra cosa importante per noi era portare in luce personaggi che non lo erano stati ultimamente, e nel far questo cambiare il paesaggio del cosmo Marvel. Abbiamo costruito le storie con queste idee in mente, cercando di rispettare gli elementi validi della storia originale ma al tempo stesso facendo qualcosa di nuovo. Penso che quando la gente leggerà, vedrà che è al tempo stesso diverso ma familiare in molte maniere. E il Nova originale, Richard Rider, avrà un ruolo importante, dopo essere stato in ombra per un po’.

Sono contento di sentirtelo dire!
Lo sono anch’io, amo Rich Rider e volevo che fosse il fulcro di questa storia. Ma ci sono anche molti altri personaggi, i Fantastici Quattro, Beta-Ray Bill, Silver Surfer e un po’ di altri personaggi eccezionali, Annihilus ha un ruolo importante ovviamente, e anche Blastaar. E infine alcuni personaggi segreti dei quali non posso parlarti adesso ovviamente…

Andrà a collegarsi a quello che sa succedendo nel resto del cosmo Marvel, per esempio la nuova serie di Guardians of the Galaxy di Al Ewing?
Annihilation prende spunto da quello che Donny Cates ha fatto su Silver Surfer e Guardians of Galaxy; quando Al inizierà il suo Guardians, tutto si riconnetterà. Donny, Al e io abbiamo lavorato tutti insieme per capire come far funzionare tutto e renderlo più importante e più interconnesso, quindi tante altre storie verranno fuori da queste.

L’ultima domanda è a proposito della tua serie per Hawkeye. Verso dove vuoi portare Hawkeye nella tua storia?
Hawkeye é una serie molto difficile. Matt Fraction e David Aja hanno fatto un gran lavoro sul personaggio, è così unico il loro approccio che non puoi iniziare e pensare di fare come loro, non vuoi copiarli, nessuno vorrebbe! E poi abbiamo avuto i grandi archi narrativi di Jeff Lemire e Kelly Thompson. Quindi la grande sfida di Occhio di Falco é stata quella di fare qualcosa di personale e dire qualcosa di diverso rispetto alle altre storie. Il nostro fumetto é un po´piú oscuro, sebbene ancora molto divertente. Hawkeye é un gran personaggio perché é una persona normale, non ha superpoteri eppure combatte con gli Avengers contro nemici che lo potrebbero uccidere facilmente, personaggi di cui Thor nemmeno si accorgerebbe. Penso che questo dica molto del personaggio.

Già, scagliare frecce ai Celestiali è molto coraggioso…
Esatto! A mio modo di vedere Hawkeye ha un forte senso del bene e del male, e sente una responsabilità per questo; al tempo stesso, non sempre sa per cosa sta lottando, non è bravo a pianificare, si butta nelle cose, pensando che man mano ne verrà a capo. Il nostro fumetto parla essenzialmente di questo, di lui che si caccia nei guai. C’è un nuovo Ronin, molto violento, tutti credono che sia Clint ma non è così, e lui corre a destra e a manca cercando di scoprire chi sia e tentando di fermarlo. C’è un alone di mistero, e in mezzo a tutto questo spunterà anche Hood. È davvero divertente, è il libro che mi ha più divertito ultimamente, e anche se non piace la mia sceneggiatura, i disegni di Otto Schmidt valgono comunque la pena, sono eccezionali, Otto sta facendo un lavoro eccellente.

Il ritorno di Otto Schmidt in Marvel è stata sicuramente una grande notizia.
Io e gli editors abbiamo esaminato parecchi ottimi artisti. Ci ho lavorato su per un po’, ma nessuno di loro mi aveva convinto davvero, non mi sembravo adatti alla nostra storia. A un certo punto qualcuno ha detto che Otto Schmidt sarebbe tornato in Marvel e che aveva voglia di fare qualcosa, quindi io e Alanna (Smith, ndr), il mio editor, ci siamo detti “possiamo averlo con noi?”. Tutti sono stati d’accordo, era impensabile un Hawkeye senza di lui, e per fortuna ha detto di sì! È un grande onore lavorare con lui, è davvero fantastico!
Grazie mille Matthew, e buon divertimento a Lucca!

Intervista realizzata il 31 Ottobre durante Lucca Comics and Games 2019.
Si ringrazia Laura Cassarà per il prezioso lavoro di sbobinatura e traduzione

Matthew Rosenberg

Matthew Rosenberg ha iniziato la sua carriera nei fumetti con 12 Reasons to Die edito da Black Mask nel 2013. Per lo stesso editore ha scritto We Can Never Go Home (insieme a Patrick Kindlon) e 4 Kids Walk Into a Bank (con Tyler Boss), che è stato molto apprezzato dal pubblico e dalla critica. In seguito ha iniziato a lavorare per Marvel su diversi titoli, da Rocket Raccoon ai New Mutants, da Multiple Man a Secret Warriors e infine Kingpin. Nel 2016, insieme a Ed Brisson e Kelly Thompson, ha iniziato a scrivere per la nuova incarnazione degli Uncanny X-Men, diventando l’autore unico dal numero 12 al numero 22. Nel contempo è diventato autore regolare di The Punisher.

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su