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  • 80 volte Cap: intervista a Mark Waid

    80 volte Cap: intervista a Mark Waid
    Continuano le celebrazioni per gli 80 anni di vita di Capitan America. Questa volta parliamo del capitano con un ospite d'eccezione: il leggendario Mark Waid!

    Nel corso degli 80 anni di vita di Capitan America, alcuni autori ne hanno segnato profondamente la storia, il carattere e hanno scritto saghe di enorme rilevanza: Steve Englehart ha segnato gli anni ’70, traghettando il personaggio in un periodo difficile della storia degli Stati Uniti; negli anni ’80 Mark Gruenwald ha introdotto nuovi comprimari, ridefinendo il Capitano (e molti di questi elementi hanno costruito l’impalcatura fondamentale della recente serie Falcon and The Winter Soldier); Ed Brubaker ha sconvolto lo status quo dello Steve Rogers del nuovo millennio con un thriller entrato nell’olimpo . Negli anni ’90, invece, il principale autore di alcune delle migliori storie dedicate a Capitan America è stato indiscutibilmente .

    A cavallo del maxievento Heroes Reborn, (spesso in coppia con Ron Garney) ha scritto avventure dal gusto prettamente supereroistico, ma sempre incentrate su riflessioni che tiravano in ballo i principi fondamentali che caratterizzano il personaggio, ovvero quei valori che definisco l’essenza stessa degli Stati Uniti. Dopo questa prima esperienza, Waid è tornato ben due volte sul personaggio, scrivendo la serie in dodici numeri Captain America: Sentinel of  nel 1998–1999 e ancora Capitan America 695-704 (in coppia con Chris Samnee) nell’immediato post Secret Empire di , una ricostruzione e celebrazione del personaggio stesso.
    Per celebrare questo anniversario, abbiamo parlato con Mark Waid del suo rapporto con Steve Rogers in una bella chiacchierata via Zoom:

     

    È un enorme piacere avere qui con noi su Lo Spazio Bianco Mark Waid, tutti voi lo conoscete per aver scritto migliaia di storie di supereroi, pensate a uno e sicuramente lui lo ha scritto. Grazie mille per essere qui con noi!
    Il piacere è tutto mio!

    Questa sera parleremo soprattutto di Capitan America e dei Fantastici Quattro, e ovviamente della tua esperienza con loro, poiché quest’anno ci sono due grandi anniversari, l’80esimo anniversario di Capitan America e il 60esimo dei Fantastici Quattro. Capitan America ha appena compiuto 80 anni: nessuno più di lui, forse nemmeno o Spider-Man, ha incarnato e affrontato i cambiamenti socio-politici e culturali degli Stati Uniti nel corso di questi otto decenni. All’alba di un nuovo decennio, durante un periodo difficile sia per gli Stati Uniti che per il mondo, che ruolo possono avere Capitan America e le sue storie?
    Penso che possa giocare più di un ruolo. Nelle mani di sceneggiatori capaci come , che sta facendo un ottimo e brillante lavoro, queste storie possono parlare di unità, possono essere uno strumento per portare lettori con idee politiche estreme da ambo gli schieramenti ad aprirsi ad altri punti di vista e a rivedere le loro idee radicali. Penso inoltre che Cap sia un buon microscopio per osservare le tensioni sociali e i problemi che abbiamo qui negli Stati Uniti, che in questo momento sono più forti di quanto abbia mai visto in tutta la mia vita, per cui quello che possono fare Capitan America e le sue avventure, siano esse allegorie o più dirette e focalizzate sull’attualità, è mettere un riflettore su questi temi ed è una cosa importantissima.

    Dato che hai già anticipato questa domanda, mi piacerebbe approfondire un po’: con un personaggio fortemente impegnato in ambito politico come Capitan America, quanto è difficile muoversi per allegorie in modo da far passare il messaggio che si vuole veicolare senza scontentare una parte dei lettori o senza subire censure/modifiche di sorta?
    È praticamente impossibile al momento, ed è frustrante. Quando ho scritto per la prima volta Capitan America… Oddio, quanto tempo è già passato, parliamo di 25 anni fa!

    Oddio, no! Non così tanto tempo fa, questo vorrebbe dire che sono vecchio!
    Giusto, Giusto… Allora diciamo un paio di anni fa! Al tempo gli Stati uniti non erano così polarizzati, le persone non erano così assetate di sangue e per questo si poteva usare Cap come simbolo che rappresentasse una o alcune cose sulle quali le persone potessero trovarsi d’accordo. Lo stesso si può dire per la mia seconda run, era l’inizio degli anni 2000 e penso che anche allora la gente concordasse sui principi basilari di cosa siano gli Stati Uniti, la nostra forza. È stato nella mia versione del personaggio più recente che mi sono deliberatamente tenuto lontano da alcuni di questi concetti, ho provato a parlarne un po’ nella prima parte che abbiamo realizzato io e Chris Samnee, ma era comunque piena di allegorie, era una storia in cui si parla dell’1% della popolazione mondiale – le persone più ricche – che controllano il restante 99%. Per quanto riguarda ciò che è cambiato, diciamo che sono cambiate due cose: la prima è che gli Stati Uniti sono più divisi, molto più ardentemente divisi, nel senso che le persone che 20 anni fa non sarebbero state d’accordo su determinati temi oggi si odierebbero senza mezzi termini. La seconda cosa che è cambiata è la presenza di , che ora è proprietaria della Marvel. Nessuno in Disney si muove attivamente per farti cambiare determinati aspetti di una storia, ma essendo una multinazionale dell’intrattenimento così grande sono molto “guardinghi” e molto cauti per paura di offendere qualcuno, anche persone che meriterebbero di essere offese! Nessuno mi ha mai detto tutto questo in Marvel, ma la sensazione è quella di non poter affrontare determinate tematiche allo stesso modo di 20 anni fa e io stesso non saprei come scriverei Capitan America adesso. So che ho fatto questo ciclo con Chris Samnee di recente, ma quello non era un fumetto che affrontava problemi attuali e Cap funziona al meglio proprio quando parla di attualità e di quello che gli USA sono ora, mentre parliamo. Anni e anni fa quando stavo scrivendo la mia seconda run su Capitan America ho sentito una delle cose più stupide che un editor mi abbia mai detto: stavo dicendo quello che sto dicendo a voi adesso, di come il personaggio debba incarnare i valori degli Stati Uniti e raccontarne il presente e lui mi rispose “Capitan America non deve essere un fumetto sull’America, proprio come Spider-Man non è un fumetto sui ragni.” Come si po’ pensare una cosa del genere? Certo che Cap deve parlare del suo paese, altrimenti una sua storia potrebbe essere tranquillamente una di Hulk, di Thor, di Spider-Man e così via. Per questo non so come approccerei il personaggio ora, devi essere sensibile a quel che ti viene detto dalla multinazionale ovvero che non puoi fare nessuna affermazione politica forte a prescindere da quanto questa sia accettabile. Ta-Nehisi riesce ad evitare questo tipo di controllo per diverse buone ragioni: in primis perché è un grandissimo scrittore e poi è un uomo di colore, e credo che Marvel gli abbia voluto dare più libertà di manovra perché parla con una voce che non è tipica del fumetto statunitense. Non è la mia voce, non è la voce degli sceneggiatori bianchi, penso che questa sia una grande cosa e che questo gli dia più libertà di essere politico, ma credo che rappresenti l’eccezione e non la regola.

    Vorrei anche ricordare che la precedente run di era molto politica e ci furono molte discussioni sui social, dove le persone impazzirono letteralmente in uno scontro di opinioni.
    Sì, esatto! Persone che non hanno mai letto un fumetto in vita loro che non capiscono che tutto quel facciamo è raccontare delle storie… Non stiamo trasformando Cap in un nazista per sempre, è solo una storia, per Dio!

    La tua ultima run – spero ultima per ora – con Chris Samnee e Leonardo Romero è una sorta di All Star Capitan America che mostra come non importa come e quando, ci sarà sempre qualcuno che alzerà la testa per ribellarsi alle oppressioni ed ingiustizie. È questa la tua visione definitiva del personaggio?
     
    Sì, questo è il modo in cui io vedo Capitan America, la sua versione definitiva. Una delle rivelazioni che ho avuto durante l’ultima serie che ho scritto è stato capire cosa Cap davvero rappresenti; si parla di valori americani, ma tutto questo è effimero perché oggi questi valori vogliono dire una cosa diversa per molte persone. Ho riflettuto molto e ho capito che Capitan America non si batte per la dichiarazione d’indipendenza e neppure per la costituzione degli Stati Uniti, bensì per la Carta dei Diritti: questi sono i diritti e i privilegi di essere uno statunitense nel miglior mondo possibile, quando siamo al nostro meglio; questo è quello per cui il personaggio combatte e realizzando questo ho avuto modo di pensare a chi possa essere negli anni a venire.

    Se dovessi indicare tre run o tre storie che ognuno dovrebbe leggere per comprendere al meglio Capitan America, quali sarebbero?
    Oltre alle mie, ovviamente…

    Senza dubbio!
    Scusate, stavo solo scherzando! Per Cap, non penso che sia necessario leggere le storie della Golden Age, quelle di Simon e Kirby, per comprenderlo: è fin da subito un grande personaggio e per il periodo in cui sono state pubblicate sono delle ottime storie ma non credo che abbiano retto al meglio il passare del tempo, sono molto semplicistiche per quanto fossero grandiose all’epoca. Probabilmente le storie di Stan Lee e Jack Kirby, quelle in cui riportano in scena il personaggio nel 1964 su Tales of Suspense, diciamo i primi 30 numeri, sono perfette per capire chi sia Cap e per cosa si batta, sono le fondamenta di Capitan America. Da lì salterei a Steve Engleheart nei primi anni ’70, storie scritte con un punto di vista politico più forte di chiunque altro lo avesse scritto prima, culminanti in quella scena famosissima dove Capitan America scopre che il suo nemico è il presidente degli Stati Uniti, che preferisce addirittura suicidarsi piuttosto che farsi catturare. Una storia che scuote i valori che muovono il personaggio, stiamo comunque parlando del presidente e noi dovremmo essere meglio di così! Questo episodio fu la scintilla per un sacco di ottime storie successive. Come ultima un, direi quella di Ed Brubaker; io ero uno di quelli che pensava che riportare in scena Bucky fosse un errore madornale, ma sono felice di essermi sbagliato. Quello che lui e Steve Epting sono riusciti a raggiungere con quel personaggio, con la storia del Soldato d’Inverno, ridefinendo completamente il personaggio, quella è roba davvero potente. Sì, direi che le mie tre saghe per Cap sono queste.

    Intervista realizzata via Zoom nel maggio 2021



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