2120: l’ufficio di foglie di Wylesol

2120: l’ufficio di foglie di Wylesol
L’opera aliena e disturbante dell’illustratore di Baltimora George Wylesol, lo "Shining" di un nuovo sotto-genere: il fumetto punta-e-clicca.

È indubbio che per apprezzare un’opera stramba e respingente come 2120 di George Wylesol aiuti avere qualche annetto sulle spalle. Perché quella che in mano a un millennial risulta un’opera aliena, estranea alla rivoluzione videoludica che ha interessato il mondo dei computer e delle console negli ultimi 20 anni nelle mani di chi, come me, ha vissuto l’infanzia a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 è invece un viaggio nei ricordi. Perché 2120 non è una graphic novel, non nel senso comunemente accettato, e nemmeno un libro game seppure ne richiami i meccanismi (a ogni pagina dovremo fare una scelta, compiuta la quale andremo al numero di pagina a essa associata per proseguire). Quest’opera è piuttosto la trasposizione cartacea delle vecchie avventure grafiche punta-e-clicca: quelle, per intenderci, che spopolavano sui primi Macintosh.

3A riguardo la mia personale esperienza è legata al gioco Scarab of Ra, nel quale impersonavo uno studente di archeologia impegnato a esplorare la Grande Piramide di Ra seppellita dalla sabbia. Ci giocavo su un vecchio Plus, quando i computer erano ancora dei tozzi parallelepipedi beige, e il mouse era la rivoluzione del momento. Nel gioco come nell’opera di Wylesol l’ambiente è il vero protagonista. E in 2120 l’ambiente sono degli uffici locati al 2120 di Macmillan Drive che dobbiamo esplorare impersonando, nello stile comune anche agli sparatutto in prima persona, il quarantaseienne tecnico di computer Wade Duffy. La missione è quella di riparare un computer: banale, direte, se non fosse che l’edificio nasconde inquietanti segreti che trasformeranno la vostra giornata in un labirintico incubo.

Il computer dunque è protagonista nella forma e nel contenuto, perché la composizione minimalista delle tavole di Wylesol si rifà proprio all’essenzialità di giochi che dovevano girare su computer con appena 1 mega di ram. E se il mio Scarab of Ra era in bianco e nero, Wylesol almeno non rinuncia al colore, seppure dai toni slavati, come fosse stampato con toner ormai esausto, con i retini in bella evidenza e gli immancabili fuori-registro. Esatto, il risultato è lo stesso che avreste ottenuto stampando l’opera sulla vostra stampante a cui non avete mai fatto della manutenzione.

Ma il computer è protagonista nella forma anche perché il disegno di Wylesol è interamente digitale e, più specificatamente, vettoriale. Disegnato per mezzo di Illustrator e poi scansionato e riprocessato su Photoshop per l’aggiunta del colore e delle texture, è un disegno sgraziato spigoloso, che sembra voler mettere a disagio chi osserva (soprattutto nel tratteggiare i personaggi, dove Wylesol sembra davvero aver dimenticato le curve di Bézier)1. Un disegno che fa largo uso di spazi geometrici e vuoti, delimitati da linee rette tese verso le consuete vie di fuga. Il risultato è alienante, claustrofobico. E il senso di disagio è acuito dalla presenza di dettagli che spezzano l’asettica armonia di pareti altrimenti spoglie: crepe, fili scoperti e misteriose sostanze che fuoriescono da feritoie.

1Di fatto il 2120 di MacMillan Drive è alter-ego di quell’Overlook Hotel di cui Kubrick si è servito, nel suo Shining, per disorientare lo spettatore evocando, per mezzo di incongruità spaziali e metafore, concetti astratti che parlavano al nostro subconscio. Ma ancor più che al genio di Kubrick, Wylesol sembra rifarsi all’opera culto di  Mark Z. Danielewski, che nel suo Casa di Foglie turbava l’intimità di una famiglia borghese, facendo delle loro mura domestiche il destabilizzante teatro di paradossi spazio-temporali. La loro casa appare più grande all’interno che vista all’esterno (proprio come l’edificio al 2120 di MacMillan Drive) e se questa difformità è inizialmente di soli pochi milliometri, la situazione peggiora all’apparire di corridoi e stanze che non avrebbero dovuto esistere.

Cos’altro può richiamare, metaforicamente parlando, quello che all’esterno appare come un piccolo insignificante edificio, ma di cui appena varchiamo la soglia scopriamo un dedalo interminabili di corridoi, stanze enormi e senza soffitto, ambienti che appaiono infiniti e che sfuggono a qualsiasi logica architettonica? Senz’altro il riferimento è al cervello e alla psiche umana. E non è un caso che Wylesol faccia largo uso del giallo, il colore della follia, capace di avanzare in prospettiva rapendo il nostro sguardo e imprigionandolo. Perché non c’è il consueto bianco dei margini, non c’è via di fuga, non c’è griglia se non quella in acciaio sulla parete da cui, timorosi, sporgersi per spiare l’ignoto.

22120 ammicca all’immaginario horror che sfrutta gli spazi liminali per generare paura e disorientamento. E proprio sul concetto di spazio liminale andrebbe aperta una parentesi, perché l’autore ne fa ampio uso sia in termini di spazio fisico che temporale. Nella prima accezione, “liminali” sono tutti quegli ambienti che richiamano scenari comuni alla vita di tutti: vedi corridoi e sale d’attese. Si tratta di ambienti transitori che spesso portano a una trasformazione i cui imprevedibili esiti sono alla base dei turbamenti psicologici da essi generati, perché i cambiamenti sono il sale horror del quotidiano da cui vorremmo sempre sfuggire, cosi come sfuggiamo ostinatamente il pensiero della morte (insieme alla nascita il più importante dei cambiamenti).
I corridoi del 2120 di MacMillan Drive rappresentano dunque metaforicamente i momenti di passaggio della nostra vita, la quiete che anticipa la tempesta che troveremo dietro ogni porta, forse. Sempre che ad aspettarci non ci siano altri corridoi, lampi di quiete prima di unulteriore porta da affrontare. Un’altra soglia da varcare.

Da un punto di vista temporale lo spazio liminale è proprio il tempo trascorso tra ciò che si era e ciò che si diventa (diremo allora che liminale è anche il tempo che impieghiamo a sfogliare le pagine). Perché lo stesso Wade Duffy, e con lui la nostra identità, rappresentano un mistero nel mistero. Chi sono? Perché mi trovo qui? Sono tutte domande che trovano una risposta in un finale che sa sciogliere ogni nodo, semmai doveste riuscire ad arrivarci. A riguardo consiglio di munirsi di carta e penna perché Wylesol si diverte a disseminare codici e indizi la cui comprensione è necessaria all’avanzamento del racconto (forse meglio dire avventura). Non abbiate paura dello scoramento dovuto all’incapacità di trovare soluzioni agli enigmi, armatevi di pazienza e preparatevi a tornare sui vostri passi. E ricordate: la curiosità uccise il gatto.

Abbiamo parlato di:
2120
George Wylesol
Traduzione di Valerio Stivé
, 2022
496 pagine, brossurato, a colori – 34,00 €
ISBN: 9788876186189


  1. Le curve di Bézier sono largamente utilizzate nell’ambito della computer grafica perché permettono di realizzare curve a partire da due punti e una linea vettoriale. Devono il loro nome all’ingegnere francese Pierre Bézier che le usava per disegnare carrozzerie di automobili. 

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