Uomini e cinghiali: l’incapacità del compromesso in Adam Wild

Adam Wild #15 chiude brillantemente la trasferta londinese, regalando ai lettori un promettente inizio per la seconda e conclusiva stagione della serie.

Uomini e cinghiali: l’incapacità del compromesso in Adam WildCon Uomini e cinghiali si conclude il trittico di storie con ambientazione londinese che hanno aperto le seconda stagione editoriale di .
A undici numeri dalla preannunciata chiusura e con la prospettiva di una unica lunga macrotrama che andrà a svilupparsi da qui alla conclusione, scrive i migliori tre episodi della serie.

Questo quindicesimo numero diventa l’apice di una sequenza narrativa in cui molti dei punti critici della testata, evidenziati anche da Vittorio Rainone nel suo approfondimento sulla prima stagione, lasciano almeno in parte il posto ad alcuni elementi di plot e caratterizzazione dei personaggi efficaci e ben sviluppati, tanto da rimandare ad alcune delle migliori storie di Magico Vento e ad alcuni numeri di Volto Nascosto (i primi, in special modo).

Quando la complessità fa bene

Dopo un intero anno passato in Africa, nel momento in cui l’esploratore scozzese viene calato nella complessa e sfaccettata realtà britannica, Manfredi riesce finalmente a donare al protagonista, alla sua compagna Amina e al conte Narcisio, quella profondità psicologica e caratteriale tante volte inseguita e mai raggiunta nei primi dodici numeri.
In una sorta di meccanismo paragonabile a quello dei neuroni specchio, quando Adam Wild si vede costretto a confrontarsi con i giochi politici e di potere che avvengono all’interno della Royal Geographical Society, perde – seppur in parte – quella monodimesionalità che lo relegava alla figura di avventuriero spensierato e privo di problematiche psicologiche che Manfredi inizialmente pareva aver fissato come uno degli obiettivi perseguiti in questa sua nuova serie.

Si approfondiscono così le motivazioni, le idee e le scelte morali sia di Adam che di Amina e, in modo minore, del conte Molfetta. Ma si indagano ancora di più i meccanismi che regolano le macchinazioni politiche, di potere e di società presenti a Londra e nell’impero britannico, attraverso una caratterizzazione efficace e minuziosa di alcuni personaggi che popolano questo mondo.

Uomini e cinghiali: l’incapacità del compromesso in Adam WildSe nei numeri 13 e 14 era questa analisi che occupava il centro della narrazione, in Uomini e cinghiali a questa lente di ingrandimento sui personaggi si accompagna una trama dinamica che all’approfondimento unisce l’azione, ripartita su due binari paralleli che convergono nel finale.
Abbiamo così il twist plot della sottotrama legata a quelle che paiono essere le due figure antagoniste di Adam in questa stagione, Webster e Manning, che in quanto visto in queste prime tre storie sembrano avere motivazioni e caratteristiche psicologiche più riuscite di Winter e Frost, avversari principali dell’esploratore nel primo anno di pubblicazioni.

Ma soprattutto abbiamo la linea narrativa legata alla scelta del nuovo direttore della RGS. È qui che Manfredi inserisce e porta a conoscenza del lettore alcuni frammenti del passato del protagonista, aiutandoci a capire in parte chi sia Adam Wild oggi, da dove venga la sua formazione e dunque donando spessore al personaggio.
Con Sir Berkley, mentore di Adam e socio più influente della RGS, lo sceneggiatore marchigiano crea un personaggio ambiguo e credibile che pone il protagonista in una situazione nuova e dagli sviluppi interessanti.

La riunione nella tenuta Berkley, fuori Londra, dove Adam è chiamato a dare un suo parere su tre candidati alla presidenza della RGS, mette in evidenza l’incapacità dello scozzese a rapportarsi con il mondo “civile “?” rappresentato e sintetizzato in Sir Berkley e nei tre uomini sotto esame.
Essi incarnano vari aspetti della società politica britannica con i quali il nostro protagonista non è capace di interagire, non riuscendo a capirne o volerne capire gli ingranaggi e i meccanismi, perché privo di un tratto caratteriale come la mediazione e il saper scendere a compromessi, requisiti fondamentali per il vivere civile all’interno del mondo occidentale, nel XIX secolo come oggi.

A saperlo prima…

Alla luce di quanto detto, ecco che assume un altro significato la figura di Adam e il suo comportamento che Manfredi è andato raccontandoci per tutto l’arco della prima stagione di storie.

Uomini e cinghiali: l’incapacità del compromesso in Adam WildAdam, incapace caratterialmente di rapportarsi al mondo in cui è nato e cresciuto, trova nel Continente Nero, nei suoi primigeni modi di vita, nei suoi abitanti, un mondo più semplice e diretto con cui confrontarsi, privo forse solo apparentemente di quella complessità e sovente di quella convenienza dettata da comportamenti socialmente utili tipiche del mondo occidentale.
Lo stesso spietato atteggiamento di Adam verso gli schiavisti riflette quasi la voglia di opporsi  a uno degli aspetti più evidenti della società britannica imperiale, cioè quello razzista.

È chiaro  che in questa rappresentazione eserciti un’influenza preponderante il mito roussiano del buon selvaggio e Manfredi è bravo a inquadrare la sua narrazione in questa corretta prospettiva storica, ponendosi in un ruolo neutrale e lasciando che il lettore tragga le sue conclusioni.

Resta il dubbio se la nuova luce gettata dal quindicesimo numero su tutta la serie non sia tardiva. Viene da chiedersi se la presenza di un curatore per la testata – come lo fu Renato Queirolo per Magico Vento e  per Volto Nascosto – avrebbe evitato varie criticità evidenziatesi nel primo anno di storie. Forse un Manfredi libero dalle incombenze di supervisione del lavoro dei disegnatori e di organizzazione della serie, avrebbe potuto concentrarsi maggiormente sullo scrivere e Adam Wild avrebbe forse tenuto più fede alle interessanti premesse che lo avevano accompagnato all’esordio.

Una gabbia maggiorata

Anche per quel che riguarda l’aspetto grafico, Uomini e cinghiali segna una sorta di apice per il trittico che conclude e, più in generale, per tutta la serie.Uomini e cinghiali: l’incapacità del compromesso in Adam Wild
Mentre nel numero 13 aveva svolto un lavoro di tutto rispetto, dimostrando che la sua inefficacia visiva va relegata soltanto alle copertine (d’altronde non è consequenziale che un buon fumettista sia un altrettanto valido copertinista, o viceversa), lo spezzettamento delle tavole del numero 14 tra più disegnatori aveva per certi aspetti inficiato l’unità della narrazione.

In questo numero 15, Paolo Raffaelli lavora ancora di più sull’essenzialità del tratto rispetto a quanto visto ne L’incubo della giraffa (AW #6), offrendoci inoltre un’interpretazione personale della gabbia bonelliana. Il disegnatore romano crea una sorta di “gabbia maggiorata” diminuendo in varie tavole il numero di vignette per pagina rispetto al canone tradizionale, arrivando all’estremo di pagina 17 composta da due grandi vignette giustapposte una sull’altra.
Così facendo, Raffaelli ha la possibilità di rendere al meglio l’ambientazione della storia, con un’accurata ricostruzione di architetture, ambienti e mezzi di trasporto del periodo, ma anche descrivere con un ritmo efficace e consono alcuni momenti concitati della caccia al cinghiale che si svolge all’interno della tenuta Barkley.

Contemporaneamente il disegnatore si concentra sulla caratterizzazione dei vari personaggi, regalando a ognuno caratteristiche fisiche che lo rendano immediatamente riconoscibile, come un riflesso della peculiarità caratteriale che ogni comprimario porta con sé.

Anche il lavoro sulla figura e sul volto del protagonista risulta riuscito, con un Adam che anche fisicamente appare più profondo e meno “monolitico, allontanandosi nell’aspetto, nei tratti somatici e nella pettinatura da quell’Errol Flynn che era un’altra delle dichiarazioni d’intenti iniziali della serie (l’attore protagonista di tante pellicole dove l’eroe era perennemente con il sorriso sbruffone sul volto, pronto a lanciarsi nelle avventure e negli scontri senza secondi pensieri o riflessioni).

Questo miglioramento incrementale che abbiamo avuto in queste ultime tre uscite di Adam Wild fa dunque ben sperare per il proseguo della stagione, augurandoci che il ritorno dell’azione in Africa non stemperi quegli elementi di maggior caratterizzazione inseriti da Manfredi durante tutta la trasferta londinese.

Allo stesso tempo, rimane il dubbio che una gestione diversa, più ragionata e senza il fardello di tutta l’organizzazione sulle sole spalle di Gianfranco Manfredi, avrebbe regalato a questa testata una vita più longeva di sole 26 uscite e avrebbe potuto davvero far diventare Adam Wild l’erede di quel personaggio che risponde al nome di Jerry Drake e di cui in tanti continuano a sentire la mancanza.

Abbiamo parlato di:
Adam Wild #15 – Uomini e cinghiali
Gianfranco Manfredi, Paolo Raffaelli
Sergio Bonelli Editore, Dicembre 2015
96 pagine, brossurato, bianco e nero, 3,30 €
ISSN: 977238503300350015

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