“Un horror che ci seppellirà” di Paolo Di Orazio

Paolo Di Orazio analizza il background horror in cui si è inserito Dylan Dog al suo esordio. Un articolo esclusivo per lo Speciale Dylan Dog 30.

Per lo Speciale dedicato ai trent’anni di vita editoriale di Dylan Dog, abbiamo chiesto ad alcuni autori di scrivere una serie di articoli e approfondimenti dedicati all’Indagatore dell’incubo. Stavolta tocca allo sceneggiatore , che analizza il background horror in cui si è inserito ai suoi esordi.

Un horror che ci seppellirà

“Un horror che ci seppellirà” di Paolo Di OrazioDal 1970 in poi, ho acquistato e letto qualunque cosa a fumetti avesse in copertina un teschio, una faccia pelosa, una creatura di Frankenstein o una grafica tetra, monolitica e minacciosa.

Era un periodo florido, per l’horror a fumetti, celebrato anche da una notevole corrente televisiva e cinematografica tra neri e gotici, le avventure di Gianni e Pinotto.
Un vento che ha portato da molto lontano lo humour nero quasi iberico di Cattivik (Bonvi), Arturo (Coco), Zio Boris (Castelli-Peroni), miscelato al sovrannaturale, in un delirio-market assieme all’invasione statunitense e argentina – senza ignorare i pocket porn-horror-gothic italiani, tra vampiri, zombi e tragicommedia.

Ad eccezione del più amato Oltretomba e qualche crudezza sdoganata da Satanik, il flusso dell’horror classico americano, quello epurato dal Comics Code, è stato lungo e intenso ma non si è mai sollevato oltre una certa soglia estetica, influenzando la produzione italiana di quel che voleva imporsi (e lo ha fatto degnamente attraverso il periodico Horror a cura di Pier Carpi e Alfredo Castelli) come prodotto mainstream senza particolari fiotti di sangue. Necron di Magnus è l’eccezione, ovviamente – ma, all’epoca del suo debutto, tra noi maniaci non ebbe affatto risonanza, forse perché ingoiato nelle aree per adulti delle edicole dove si tendeva a non guardare mai.

Avevamo avuto un bel Ranxerox, naturalmente, con le sue scorribande slasher di massacro urbano, ma nell’ambito del fumetto alternativo d’autore ogni eccesso era lecito e non destava scalpore più di tanto; nel senso che in un prodotto di quell’area ci si poteva aspettare di tutto (droga, sesso, bestemmie, punk-rock and roll). Di Herschell Gordon Lewis e David Friedman nessuno aveva ancora mai sentito parlare; la raffigurazione del sangue e del body horror di David Cronenberg tra il 1979 e il 1983 era ancora un territorio malsano in divenire.

“Un horror che ci seppellirà” di Paolo Di OrazioTutto questo per dire che proprio Dylan Dog ha inaugurato in un prodotto classico di avventura la gorexploitation che nessuno aveva mai tentato di produrre o importare per i fumettofili nostrani. La forza fu nel coraggio, sin dal primo numero.
Quelle tavole segnarono immediatamente la svolta e il risveglio dell’horror.

Quando ho letto il numero 1 (L’alba dei morti viventi), avevo 20 anni e sono rimasto sconvolto. Sia per i disegni eccelsi, sia per il modo di raccontare una storia horror. E, ovviamente, per la graffiante resa grafica, la spudoratezza dei rimandi cinematografici e letterari.

Qui non si trattava di riduzioni dai classici a cui ci aveva abituato Zagor in indimenticabili avventure: Dylan Dog era (“era” nel senso quando lo scoprimmo) come un kamikaze imbottito di cultura horror che si faceva saltare in aria nel tempio cerebrale del lettore. E
ra come vedere Non aprite quella porta su Rai 1 subito dopo il Tg in prima serata. L’attacco di Dylan Dog era al sistema, proposto da un editore di serie A, istituzionale, che imponeva l’horror in grande stile e a tappeto. Ogni convinzione e convenzione cementificate in 15 anni di horror a fumetti vennero spazzate con un colpo di straccio (intriso di sangue, detriti ossei e cartilaginei) mettendo nel fossato anche il cinema e la letteratura e i tuoi sensi.

“Un horror che ci seppellirà” di Paolo Di OrazioNarrativamente, Dylan Dog ha fatto dell’horror quel che Herbert West fa con i cadaveri di Re-Animator (il film di Stuart Gordon, 1985): una specie di satira dell’horror stesso, cupa e violenta, quindi doppiamente efficace.

Ogni avventura di Dylan non solo è una storia a sé, ma anche il mattatoio di ciò che siamo e sappiamo, e non abbiamo speranze: Dylan è il nostro unico Virgilio e Groucho il vero hellraiser. I conigli rosa uccidono (n.24, 1988, Mignacco/Piccatto/Valeri) è uno degli episodi iniziali che più mi ha stregato come potenza e irriverenza.

Gli altri numeri non facevano sconti affatto, superfluo specificare, ma nel mio immaginario (e ormai si era giunti al secondo anno di pubblicazione) questa storia confermò che l’invasione DyD non conosceva limiti e aveva tutta l’aria di durare a lungo.
Non si era mai visto in un mensile d’avventura una testa spappolata da un’incudine o da un candelotto di dinamite ficcato a forza in bocca.
Pesantissimo.
Folle.
Punk, appunto.
17 anni prima di Saw – L’enigmista.
Con la maestria e la classe di un fumetto Bonelli.

In questo spirito anarchico, l’horror non era più un elemento grammaticale sopra o intorno la storia, ma il soggetto (la vittima prescelta) centrale da sottoporre a torture e mutilazioni intellettuali di ogni tipo. Mi guardo bene dall’analizzare comunque un must a fumetti di cui si è sviscerato tutto in questi 30 anni ma, da cultore e autore, sono felice di sapere che Dylan esista e resista.

In primis, per la prosecuzione della tradizione horror italiana, e non in secondo luogo perché rappresenta (anche se esternamente) un alleato della mia ormai secolare missione personale di proposta narrativa e a fumetti.
La ferma posizione di Roberto Recchioni, il quale dichiarò (al tempo della sua nomina di curatore) di voler (ri)portare la testata a “un Dylan Dog 1.0”, nella mia mente ha fissato il punto medio di un segmento che sono sicuro porterà altri 30 anni di incubi.
A discapito dei pochi detrattori ed editori convinti che “l’horror non tira” e che saranno, inevitabilmente, costretti a cambiare idea.

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