Lord Voldemort, che non poteva essere nominato

lordvoldemortInsomma, dopo anni di silenzio esce un nuovo capitolo di Harry Potter (Harry Potter e la maledizione dell’erede) e io come al solito sono indietro con le consegne. Quale momento migliore per propinarvi un altro capitolo della mia tesi della scuola di psicoterapia sulla psicopatologia dei supercattivi? (Un altro, sul Joker, è qua.)
Naturalmente questa volta parliamo di Lord Voldemort (Voldie per gli amici). Chi meglio di lui?

Qualche avvertenza, prima di iniziare:
1) La tesi si basa sui libri della saga di Harry Potter fino al settimo (l’ultimo finora), quindi occhio agli spoiler.
2) Comunque il personaggio viene analizzato come se la sua parabola dovesse ancora concludersi. Questa era l’affermazione più spoiler-free che potessi fare in merito.
3) Di nuove e – coff! – sorprendenti rivelazioni sul personaggio casomai parleremo poi.

A voi!

Lord Voldemort

Vero nome: Tom Marvolo Riddle

Età: si pensa che sia nato negli anni ‘30

Diagnosi: Disturbo Antisociale di Personalità aggravato da Disturbo Schizoide di Personalità.

Brevi cenni sul Disturbo Schizoide di Personalità

Il Disturbo Schizoide di Personalità riguarda soggetti che hanno una storia di isolamento, incapacità nello stabilire relazioni con gli altri e difficoltà nel provare sentimenti importanti verso di essi.

Dal già citato Fossi-Pallanti: “Sono dotati di una personalità fredda, che li induce a non partecipare agli eventi quotidiani e alle preoccupazioni degli altri, a essere indifferenti alle mode, alle critiche, alle lodi; sono attratti dai movimenti filosofici, politici o religiosi. Tendono a scegliere dei lavori solitari e, se intelligenti, possono dare buoni risultati nei campi della matematica e della fisica; si trovano bene con gli animali. Vivono immersi in un mondo di fantasia, ma il rapporto con la realtà non è disturbato. Hanno scarso interesse per la sessualità e gli uomini di solito non si sposano[1]”.

Le principali paure di questo tipo di persone ruotano attorno al concetto di dipendenza. In terapia possono essere molto preoccupati di arrivare a dipendere dal terapeuta.

Un tratto caratterizzante tipico della personalità schizoide è l’assente o ridotta capacità di provare vero piacere o interesse in una qualsiasi attività (anedonia). Nell’esperienza individuale del paziente schizoide prevale il senso di vuoto o di mancanza di significato, riferito alla sua esistenza esteriore: il soggetto non riesce a trarre piacere dalla realtà esterna, né a percepirsi come pienamente esistente nel mondo.

La psicosi, stato mentale la cui persistenza è un sintomo della schizofrenia, nello schizoide è circoscritta a brevi episodi e dall’intensità variabile. Questi sintomi psicotici sono reazioni dello schizoide agli stress emotivi.

Universo narrativo, storia personale e anamnesi remota.

Lord Voldemort nasce dalla penna di J.K. Rowling ed è il principale antagonista nel suo ciclo di libri su Harry Potter.

Sul suo passato conosciamo un considerevole numero di fatti, nessuno dei quali particolarmente allegro. Abbiamo anche una descrizione abbastanza accurata della sua famiglia d’origine (v. genogramma).

genogramma-voldemort

La madre di Lord Voldemort, il cui nome di battesimo è Tom Marvolo Riddle, apparteneva a una famiglia di nobili origini, completamente decaduta.

Merope è cresciuta in una sorta di baracca, in compagnia di un padre xenofobo e violento e di un fratello con pesanti turbe mentali. La sua è una famiglia di maghi, convinti dell’importanza della purezza di sangue e discriminatoria nei confronti dei non-maghi. Merope ci viene descritta come una donna eccezionalmente brutta, trasandata, scarmigliata e asservita alla sua famiglia d’origine. Ciò nonostante, è una strega di un certo talento e fa innamorare di sé Tom Riddle Senior con una pozione.

Tom Riddle Senior proviene da una ricca famiglia non-magica (babbana). È eccezionalmente bello e, come i suoi genitori, piuttosto superbo.

Merope, come già accennato, lo fa innamorare di sé con l’inganno e con lui concepisce un figlio. Prima della nascita del bambino, però, decide di non somministrare più la pozione a suo marito e questi la abbandona.

Povera e reietta, Merope va a partorire in un istituto londinese, dove muore poco dopo aver dato il nome a suo figlio.

Il piccolo Tom Marvolo Riddle viene così cresciuto in orfanotrofio babbano. Sebbene l’epoca dei fatti non venga mai chiarita in modo esaustivo, dobbiamo supporre che si tratti dei primi anni ’40.

La Rowling descrive sommariamente questo istituto, come un “edificio squadrato, piuttosto cupo, circondato da un’alta recinzione”, con davanti un “cortile spoglio” chiuso da un cancello metallico[2].

E continua: “Gli orfani […] indossavano tutti una sorta di giubba grigiastra. Sembravano ragionevolmente ben accuditi, ma non si poteva negare che quello fosse un luogo triste in cui crescere[3]”. In seguito ci viene descritta anche la stanza di Tom, che è un ambiente spoglio con un guardaroba e un letto metallico.

La direttrice dell’istituto, che ci viene presentata come una donna incline all’alcool, ci fornisce una descrizione di Tom da neonato: «Era anche uno strano bambino. Non piangeva praticamente mai, sa. E quando si è fatto un po’ più grande, è diventato… particolare[4]».

Le note caratteriali del giovane Riddle non sono molto buone: mente, gli altri bambini lo temono e la direttrice sospetta che sia un bullo, anche se non l’ha mai colto in flagrante. Inoltre, pensa che abbia ucciso il coniglietto di un suo compagno.

Durante il primo colloquio che ha con Silente, andato a informarlo, all’età di undici anni, che a) è un mago e b) frequenterà la scuola di magia di Hogwarts, ci facciamo un’idea più chiara di quelle che sono le condizioni psicologiche del giovane Tom.

«Come va’, Tom?» disse Silente, entrando e porgendogli la mano.
Il ragazzo esitò, poi la prese e la strinse. Silente spostò la dura sedia di legno vicino a Riddle, così che i due avevano l’aspetto del paziente di un ospedale e di un visitatore.
«Io sono il Professor Silente».
«‘Professore’?» ripeté Riddle. Sembrò diffidente. «Sarebbe come a dire ‘dottore’? Perché è qua? Lei l’ha fatta venire per esaminarmi?».
Stava indicando la porta da cui era appena uscita Mrs. Cole [la direttrice n.d.r.].
«No, no» disse Silente, sorridendo.
«Non le credo» disse Ridde. «Quella vuole farmi esaminare, vero? Dica la verità!».
Pronunciò le ultime tre parole con una forza quasi sconvolgente. Era un ordine, e sembrava che fosse abituato a darne. Spalancò gli occhi e fissò Silente in modo truce, ma lui non rispose se non continuando a sorridere piacevolmente. Dopo qualche secondo, Riddle smise di fissarlo anche se sembrava, se possibile, ancora più diffidente.
«Chi è lei?».
«Te l’ho detto. Sono il Professor Silente e lavoro in una scuola di nome Hogwarts. Sono venuto a offrirti un posto nella mia scuola – la tua nuova scuola, se deciderai di venire».
La reazione di Riddle fu sorprendente. Saltò via dal letto e si ritrasse da Silente, furioso.
«Non mi frega! Dal manicomio, ecco da dove viene, non è vero? ‘Professore’, come no. Be’, io non vengo, capito? È quella vecchia strega che dovrebbe finire in manicomio. Non ho mai fatto niente ai piccoli Amy Benson e Dannis Bishop, glielo può chiedere, glielo diranno!».
«Non vengo dal manicomio» disse Silente, paziente. «Sono un insegnante e se ti siedi e ti calmi, ti racconterò di Hogwarts. Naturalmente, puoi scegliere di non venire, nessuno ti obbligherà…».
«Vorrei vederli a provarcisi!» ringhiò Ridde.
«Hogwarts» continuò Silente, come se non avesse sentito le ultime parole dell’altro, «è una scuola per persone con delle capacità particolari…»
«Io non sono pazzo!».[5]

 

In seguito, quando Tom capisce che Silente gli sta dicendo la verità e che lui è un mago, questa è la sua reazione: “«Sapevo di essere diverso» sussurrò, guardandosi le mani tremanti. «Sapevo di essere speciale. Ho sempre saputo che era così»[6]”.

Ed effettivamente, per un ragazzino cresciuto in un orfanotrofio, scoprire all’improvviso di non essere pazzo, ma di essere “speciale” dev’essere una notevole gratificazione narcisistica.

Ma questo colloquio, per noi così significativo, non è ancora terminato. Tom chiede a Silente una dimostrazione di magia e il professore incendia il suo guardaroba per poi riportarlo alla normalità. Lo fa con il preciso scopo di spaventare Tom, per fargli restituire gli oggetti che ha sottratto ai suoi compagni: uno yo-yo, un ditale argentato e un’armonica a bocca.

Tom accetta di restituirli e di scusarsi, ma non ne sembra certo felice.

Chiede anche dei suoi genitori, in particolare chiede se il mago fosse suo padre, spiegando: «Mia madre non poteva essere magica, altrimenti non sarebbe morta»[7].

Infine, poco sorprendentemente, rifiuta di farsi accompagnare da Silente a comprare i libri di scuola.

È chiaro che, in un’ottica psicologica, potremmo fare diverse considerazioni su questo primo incontro. Anzi, siamo onesti: in un’ottica psicologica siamo abbastanza raccapricciati da come il colloquio viene gestito.

Tom è un ragazzino di undici anni cresciuto in un luogo triste, senza nessun adulto che gli spieghi la propria natura, che teme di essere creduto pazzo e che si interroga sui propri genitori e sul perché l’abbiano abbandonato. Non fornirgli nessuna spiegazione in merito e terrorizzarlo per fargli confessare i propri crimini non sembra esattamente un metodo pedagogico vincente.

D’altronde, dobbiamo considerare che questa scena è ambientata in un’epoca poco propensa alla comprensione. Albus Silente ci viene descritto, in ogni altra circostanza, come un insegnante attento e generoso. Infine, se quel ragazzino doveva diventare un super-cattivo non poteva di certo incontrare un adulto empatico quando ancora aveva una speranza di redenzione, no?

Sono le leggi della narrativa.

Quindi il giovane Tom frequenta la scuola di magia di Hogwarts e Silente lo tiene d’occhio come possibile “cattivo soggetto”.

In realtà, gli altri insegnanti sono entusiasti di lui: è un allievo brillante e diligente, studioso e tranquillo, molto dotato per la magia.

In questi anni, Tom non si fa amici. In seguito lo stesso Silente dirà che non ha mai avuto amici, ma solo seguaci. Gli alunni che iniziano a seguirlo in questo periodo costituiranno il nucleo di quelli che in seguito saranno conosciuti come Mangiamorte.

Durante la scuola Tom si sceglie anche lo pseudonimo con cui verrà conosciuto in seguito: ‘I am Lord Voldemort’ è l’anagramma del suo nome. Ancora una volta, il giovane Riddle non vuole essere un Tom tra mille altri Tom, vuole essere “speciale”.

Inoltre, Tom Riddle è il nome del padre che l’ha abbandonato.

Possiamo immaginare che risalire all’identità dei propri genitori non abbia portato particolare conforto nella vita del giovane Voldemort: suo padre, che era un babbano, l’ha abbandonato e sua madre, che avrebbe potuto salvarsi grazie alla magia, ha preferito morire, abbandonandolo a sua volta.

Non molto sorprendentemente, Tom abbraccerà l’ideologia anti-babbana che è già ben rappresentata nel mondo magico, trasformandosi nell’equivalente di un giovane naziskin.

Al periodo dell’infanzia possiamo far risalire le tematiche che lo accompagneranno per tutta la vita adulta: la paura della morte (si veda la figura materna), il disprezzo per i non-maghi (si veda la figura paterna) e il desiderio di possedere oggetti unici e rari (si veda l’infanzia in orfanotrofio).

Una spiegazione quasi pedestre nella sua semplicità.

Ma Voldemort ha anche altre caratteristiche, più sottili. Rifugge la vicinanza affettiva degli altri esseri umani e coltiva le arti magiche oltre ogni immaginazione.

Probabilmente, desidera ancora essere “speciale”. E ci riuscirà.

Anni più tardi, il costruttore di bacchette Olivander, dirà di lui: «Dopo tutto, Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato ha fatto grandi cose… terribili, è vero, ma grandi»[8].

In quanto al suo nome, sarà associato a fatti così spaventosi da non poter più venir pronunciato.

Storia recente e caratteristiche personologiche.

Terminati gli studi, per Tom Riddle si aprono diverse prospettive. Vari professori si offrono di agevolarlo e molti si aspettano che entri al Ministero della Magia, ma lui rifiuta tutte le offerte. Chiede di restare a Hogwarts come professore (Hogwarts è, in fondo, l’unica casa che abbia mai avuto), ma la sua candidatura viene respinta.

Si trova quindi un lavoro di basso profilo da un rigattiere malfamato. È un lavoro che gli consente di impadronirsi di vari cimeli che intende utilizzare per la sua “grande opera”: creare dei ricettacoli magici per sette parti della sua anima, operazione che lo renderà immortale.

In questo periodo inizia anche a essere un polo d’attrazione per maghi scontenti delle politiche tolleranti del governo nei confronti dei babbani, criminali e appassionati di arti oscure.

Commette i suoi primi omicidi. Le motivazioni rispondono a uno strano mix tra vendetta e opportunismo. Stermina il ramo paterno della famiglia, uccidendo in un solo colpo il padre e i nonni, e riesce a far incolpare lo zio materno, Morfin, del massacro.

Nello stesso tempo, utilizza gli omicidi per il rituale che gli consente di dividere la sua anima e racchiuderne le parti in vari oggetti, denominati horcrux.

Quel che segue è efficacemente riassunto nel primo libro della serie: «[…] circa vent’anni fa questo mago iniziò a mettersi in cerca di seguaci. E li trovò. Alcuni lo seguirono per paura, altri perché volevano una briciola del suo potere: perché lui, di potere, ne stava conquistando molto. Tempi bui, Harry. Senza sapere di chi potersi fidare, senza osare fare amicizia con maghi e streghe sconosciuti… Sono successe cose terribili. Lui stava prendendo il sopravvento. Naturalmente, qualcuno cercò di fermarlo… e lui lo uccise. In modo orribile[9]».

La sanguinosa carriera di Voldemort continua fino alla sera in cui uccide i genitori di Harry Potter e tenta di uccidere Harry Potter stesso, ancora neonato. La maledizione gli rimbalza contro e sembra che muoia.

Tredici anni più tardi, grazie al suo “sistema salvavita” ritornerà, incarnandosi in un nuovo corpo decisamente meno gradevole del precedente, e ricominciando a seminare morte e distruzione nel mondo magico.

I suoi obbiettivi a lungo termine sono la definitiva conquista dell’immortalità e il dominio del mondo. Insomma, i soliti piani semplici e di poche pretese del Signore Oscuro Standard.

Le sue condizioni mentali sono sempre più preoccupanti, con una certa (ulteriore) perdita di lucidità e con l’aggravarsi della sua antica ossessione di uccidere Harry Potter, un adolescente dalle competenze magiche infinitamente inferiori alle sue che una profezia pronunciata da una veggente non completamente compos mentis designa come suo avversario.

Riguardo a Harry Potter, bisogna notare come Voldemort costruisca il proprio nemico.

Per prima cosa, la profezia.

Nell’universo narrativo della Rowling, le profezie non godono di buona stampa. I maghi più colti tendono a considerarle poco affidabili, quasi frottole. La maga che enuncia la profezia riguardante Voldemort e il suo avversario è una tizia misticheggiante che nessuno sembra prendere sul serio. Tom Riddle è senz’altro una persona colta, molto esperta in campo magico e assai poco incline al misticismo d’accatto. Il fatto che creda alla profezia, quindi, si configura come un “pensiero magico”, qualcosa, ossia, che non è particolarmente aderente alla realtà “realisticamente magica” della narrazione.

La profezia in quanto tale è espressa in termini vaghi e la sua interpretazione ha lo stesso grado di affidabilità di un oroscopo. Ciò nonostante, Voldemort decide di crederci e agisce di conseguenza.

Mentre tenta di eliminare il neonato che ritiene possa nuocergli, mette un pezzo della sua anima dentro di lui. Apparentemente si tratta di un incidente, ma è senz’altro un incidente molto sospetto.

Il frammento di anima di Voldemort agirà dentro Harry Potter rendendolo un avversario più pericoloso. È come se Voldemort non solo avesse designato Harry come suo nemico, ma gli avesse anche fornito i mezzi per sconfiggerlo.

È davvero il caso di parlare di profezia che di autoavvera[10].

Il profilo caratteriale di Tom Riddle è ora molto simile a quello dello psicopatico puro, al quale si sovrascrive il persistente timore delle relazioni interpersonali, unito a una certa dose di paranoia.

Non essendo una persona molto amabile, d’altronde, trova ben pochi candidati per il ruolo di “amico del cuore”. L’unica persona che pare autenticamente interessata al suo benessere, ed è forse infatuata di lui, è un’altra psicopatica sanguinaria, le cui attenzioni, comunque, Voldemort respinge costantemente.

Il suo unico legame vagamente significativo è con un animale: un grosso serpente femmina di nome Nagini. Con Nagini Voldemort parla (è in grado di comunicare con i serpenti) e la bestiola non è mai molto distante da lui. Sebbene, come molti schizoidi, detesti i contatti corporei, accarezza Nagini e se la avvolge attorno alle spalle (sì: modello Alice Cooper). Inoltre ha messo dentro al serpente un pezzo della sua anima.

Al momento è circondato da potenziali traditori, asserragliato dai nemici, in balia della sua stessa pianificazione incerta per il futuro, e teso verso il raggiungimento di un obbiettivo velleitario che, comunque, non renderebbe la sua esistenza migliore.

Il suo contatto con la realtà non è pieno ed è vicino alla cosiddetta fase di scompenso psicotico. Nonostante i numerosi fallimenti passati, si ostina a non voler modificare la sua linea di condotta.

Cari colleghi, se abbiamo mai visto un caso disperato questo è proprio Tom Marvolo Riddle.

Indicazioni prognostiche e piano di trattamento.

Iniziamo con una triste constatazione: se lasciato a se stesso, il nostro paziente andrà inevitabilmente incontro alla propria rovina.

Si tratta di un individuo istituzionalizzato fin dalla più tenera infanzia, pluritraumatizzato, con, quasi certamente, un pregresso disturbo della condotta in età evolutiva.

Fossi e Pallanti, in merito, scrivono: “Della tipologia [con disturbo della condotta] aggressivo-solitaria fanno parte i soggetti egocentrici, privi di inibizioni, violenti, crudeli, provocatori, bugiardi, con atteggiamenti di sfida verso tutti. Non si legano ai coetanei, ma piuttosto a un adulto. È frequente l’uso di tossici e di droghe. In famiglia sono considerati “bambini cattivi” e vengono spesso sottoposti a punizioni che rinforzano il loro comportamento. Tipicamente le condizioni di vita familiare sono negative e così pure la prognosi. Per ottenere dei risultati occorre che l’intervento sia precoce e si avvalga della collaborazione dei familiari […][11]”.

Ma, obiettivamente, siamo un po’ oltre per un intervento precoce, dato che il quadro del nostro paziente si è da tempo evoluto in un disturbo antisociale della personalità aggravato da un disturbo schizoide.

La sua motivazione al cambiamento più che scarsa potrebbe definirsi nulla.

Inoltre, le probabilità che il terapeuta ci resti secco alla prima seduta sono piuttosto elevate. In una parola: non un paziente da studio privato.

L’unico piano di trattamento percorribile, purtroppo, è un piano di trattamento coatto, il cui outcome rimane, comunque, prevedibilmente negativo. Non solo la pericolosità sociale di Tom è elevata, ma è piuttosto probabile che, se lasciato libero di agire, finisca per mettersi in situazioni di estremo pericolo.

Bisogna inoltre tener conto del fatto che questo paziente è a rischio di un crollo psicotico e, se dovesse prendere coscienza in modo pieno delle sue azioni passate, a rischio suicidiario.

Si tratta di uno dei rari casi in cui i fattori di protezione (sia genetici che ambientali) sono stati più che abbondantemente superati dai fattori di rischio.

Proviamo a osservare Tom Riddle alla luce del modello a due configurazioni di Sid Blatt[12]. Questo modello è stato utilizzato nel PDM e quasi certamente verrà utilizzato anche nel DSM-V. Usando una terminologia già utilizzata da Freud[13] [14], Blatt parla di due linee di sviluppo delle persone: anaclitica e introiettiva. Gli individui prevalentemente anaclitici tendono a concentrare la propria vita psicologica sulle relazioni, mentre quelli prevalentemente introiettivi tendono a crearsi un’immagine interna di sé. Ovviamente, questo riguarda anche la patologia.

Intersecando il modello di Blatt con quello di personalità internalizzante/esternalizzante[15], otteniamo quattro diverse configurazioni che possono aiutarci a mettere a punto delle linee guida per il trattamento di Tom.

Innanzi tutto, è facile rendersi conto che la linea di sviluppo del nostro paziente non è anaclitica. Tom è sempre stato un ragazzino chiuso in se stesso, più che riservato, assolutamente non interessato – né portato – alle relazioni sociali. La sua linea di sviluppo è certamente introiettiva.

La sua personalità, d’altro canto, non è sicuramente di tipo internalizzante: ha addirittura posto fuori da sé dei pezzi della sua anima. Inoltre, il comportamento antisociale è il comportamento esternalizzante per eccellenza.

Ci troviamo, dunque, con un paziente che, per natura, avrebbe bisogno di lavorare su di sé, ma che personologicamente, non ne è capace.

Guarda caso, la tipologia di pazienti meno trattabili.

Da qualsiasi parte la si guardi, sembra che la situazione di Tom sia terribilmente seria.

Anche J.K. Rowling giunge alle stesse conclusioni. E d’altronde, nessuno conosce il suo personaggio meglio di lei.

Nell’ultimo libro della serie – parlando degli horcrux e dell’anima divisa di Voldemort – Ron, Harry e Hermione hanno questo dialogo:

«Non c’è un modo di rimetterti insieme?» chiese Ron.
«Sì» disse Hermione, con un sorriso cupo, «ma sarebbe atrocemente doloroso».
«Perché? Come si fa?» chiese Harry.
«Con il rimorso» disse Hermione. «Devi comprendere nel profondo ciò che hai fatto. C’è una nota a piè pagina. Sembra che il dolore possa distruggerti. Comunque, non mi vedo molto Voldemort che ci prova, e voi?»[16].

Sulle componenti magiche della questione, ovviamente, ci fideremo della Rowling. In quanto alle componenti psicologiche, dobbiamo prendere atto del fatto che troppo non è stato fatto per aiutare il giovane Tom e che difficilmente egli potrà raggiungere in futuro un livello esistenziale soddisfacente.

E tuttavia, nonostante queste premesse, non sarebbe responsabile, da parte nostra, dare questo paziente per spacciato prima di provare ed è nostro dovere cercare, quanto meno, di agevolarlo verso una qualità della vita migliore.

In questo, ci vengono in aiuto gli studi degli ultimi anni sulle neuroscienze. Un studio di Motzkin e altri, per esempio, dimostra che nei pazienti psicopatici la connessione funzionale tra l’amigdala destra e la corteccia prefrontale ventromediale è ridotta[17].

Conoscendo le difficoltà del nostro paziente e sapendo quali strategie sono inefficaci nei casi come il suo (si vedano i capitoli precedenti), possiamo concentrarci su metodi terapeutici che agiscano positivamente su queste aree cerebrali, come le tecniche di rilassamento e di meditazione[18].

Siamo di fronte a una persona che non può accedere immediatamente a una terapia verbale, pertanto sarà necessario svolgere un lungo lavoro preliminare con altre tecniche.

Questo è forse anche l’unico modo per creare un’alleanza di lavoro positiva.

In ogni caso, è necessario discutere approfonditamente con Tom gli aspetti diagnostici e la durata del trattamento, che si preannuncia lungo e per step.

Infine, potrebbe essere positivo fargli tenere con sé il proprio –ehm– animale domestico, posto che vengano stabilite delle norme chiare e stringenti su come custodirlo.

In questo paziente, non possiamo aspettarci di vedere un’evoluzione rapida, né completa. Prepariamoci a osservare qualche piccolo cambiamento nel corso degli anni.

Lavoriamo nella consapevolezza che, se un percorso psicologico dovrebbe aiutarci a diventare sempre più simili a ciò che siamo veramente, il vero Tom è sepolto molto, molto in profondità.

 

[1] Giordano Fossi, Stefano Pallanti, Psichiatria Elementare, 1999, Carocci, pag. 214.

[2] J.K. Rowling, Harry Potter and the Half-blood Prince, 2005, Bloomsbury, pag. 247.

[3] Idem, pag 251.

[4] Idem, pag 250.

[5] Idem, pag 253.

[6] Idem, pag 254.

[7] Idem, pag 257.

[8] J.K. Rowling, Harry Potter e la Pietra Filosofale, 1998, Salani, trad. it. Marina Astrologo, p. 85.

[9] J.K. Rowling, Harry Potter e la Pietra Filosofale, 1998, Salani, trad. it. Marina Astrologo, p. 56.

[10] Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, 1967, trad it., Astrolabio, Roma, 1971.

[11] Giordano Fossi, Stefano Pallanti, Psichiatria Elementare, 1999, Carocci, pagg. 109-110.

[12] Blatt S.J., Una polarità fondamentale in psicoanalisi: implicazioni per lo sviluppo della personalità, la psicopatologia e il processo terapeutico, 2006, Psicoterapia e Scienze Umane, XL, 4: 743-764.

[13] Freud S., Introduzione al narcisismo. (1914) Opere, 7: 441-472. Torino: Boringhieri, 1975.

[14] Paolo Migone, Un panorama sui principali modelli dimensionali della personalità, Il Ruolo Terapeutico, 2009, 111: 43-59.

[15] Krueger R.F. & Tackett J.L., Personality and psychopathology: Working to the bigger picture, 2003, Journal of Personality Disorders, 17, 2: 109-128.

[16] J.K. Rowling, Harry Potter and the Deathly Hallows, 2007, Bloomsbury, pag. 89.

[17] Julian C. Motzkin, Newman, Kiehl and Koenigs, Reduced Prefrontal Connectivity in Psychopathy. The Journal of Neuroscience, 30 November 2011, 31(48).

[18] Silvia Helena Cardoso, Hardwired for happiness, The DANA Foundation. 15 dicembre 2006. http://www.dana.org/news/cerebrum/detail.aspx?id=5514&p=1