Joker, la follia che uccide

SUICIDE SQUAD USCIRÀ IN ITALIA IL 18 AGOSTO, IL 5 AGOSTO IN USA.

Insomma, visto l’ultimo trailer Suicide Squad. Tutti parlano dell’interpretazione del Joker di Jared Leto e tutti sono un po’ innamorati di Harley Quinn, il resto del film chissà.

Questo mi porta a fare un passo indietro. Come tutti gli psicoterapeuti, dopo la laurea in psicologia ho fatto un’altra specializzazione di quattro anni, alla fine dei quali ho prodotto una tesi di specializzazione. Questa specializzazione aveva il titolo di “Psicopatologia dell’antagonista – Un’indagine psicologica su dieci ‘casi singoli’ di celebri cattivi letterari”. Era un lavoro serio, o almeno serio quanto lo sono solitamente le tesi, e in uno dei capitoli esaminavo la figura del Joker.

Stamattina, leggendo quest’interessante pezzo sul fraintendimento della figura di Harley Quinn da parte delle giovani americane mi è venuto in mente quel capitolo, in cui ovviamente parlavo anche della cosiddetta “relazione” del Joker. Ve lo propongo, con due precisazioni:

-La tesi è del 2007. Il personaggio del Joker come tutti i buoni personaggi è in evoluzione, ma non mi pare che in questi nove anni ci siano stati dei veri capovolgimenti, quindi penso che la mia analisi sia ancora attuale.

-In partenza si trattava comunque di una tesi, un testo rivolto ad altri psicoterapeuti. Ho cercato di epurare il capitolo da tutti gli aspetti troppo tecnici e di renderlo di gradevole lettura, ma, insomma… ho fatto il possibile, non l’impossibile.

Buona lettura.

Joker

Vero nome: sconosciuto. Età: sconosciuta. Diagnosi: disturbo bipolare aggravato da disturbo antisociale di personalità.

Universo narrativo, storia personale e anamnesi remota.

Il Joker, letteralmente “il burlone”, è uno degli storici antagonisti di Batman, il giustiziere mascherato della DC Comics. Nasce insieme a lui, sul primissimo numero di Batman, nel 1940, e ne diventa la nemesi più di qualsiasi altro super-cattivo della serie.

Per molti versi, come vedremo, le caratteristiche (e le patologie) dei due sono speculari.

La vita letteraria del Joker si svolge quasi esclusivamente a Gotham City, una metropoli gotica, ispirata a New York e caratterizzata da un altissimo tasso di criminalità.

Della sua infanzia e della sua adolescenza si sa ben poco, specialmente a causa della sua tendenza alla menzogna. Infatti, il Joker ha creato infinite versioni dei suoi primi anni di vita, in modo quasi mitopoietico, fino a non essere più certo di quale sia quella vera.

In The Batman Adventures: Mad Love[1], durante varie sedute psicoterapiche, e manipolando la sua psicologa, il Joker racconta un passato di abusi da parte di un padre alcolista: «C’è stata solo una volta in cui ho visto mio padre veramente felice. Mi aveva portato al circo, avevo sette anni». Scopriamo più tardi che questa è una delle numerose versioni della sua infanzia. Nelle parole di Batman: «Quale ti ha raccontato […]? Quella sul padre violento o quella sulla mamma alcolizzata? Anche quella sulla fuga dall’orfanotrofio è particolarmente toccante. […] Qual era quella che ha raccontato al garante per la libertà condizionata? Ah, sì… “C’è stata solo una volta in cui ho visto mio padre veramente felice. Mi aveva portato a uno spettacolo sul ghiaccio, avevo sette anni…”».

Purtroppo, in quest’occasione la psicologa non si dimostra l’integerrima professionista che noi tutti vorremmo, e fugge col Joker.

Riguardo ai (suoi) ricordi e al ricordare, un Joker adulto ci fornisce degli interessanti indizi in Batman: The Killing Joke[2]: «Ricordi? Oh, se fossi in te non lo farei. Ricordare è pericoloso. Trovo che il passato sia un luogo così pieno d’ansie e di preoccupazioni. […] I ricordi sono ingannevoli. Un momento sei perso in un carnevale di delizie, con gli odori acuti dell’infanzia, le luci lampeggianti della pubertà, tutte le sdolcinatezze sentimentali… l’attimo successivo, ti portano in luoghi in cui non vuoi andare… luoghi freddi e oscuri, abitati dalle forme umide e ambigue di cose che speravi di aver dimenticato. I ricordi possono essere animaletti spregevoli e ributtanti. Come i bambini, suppongo. Ah-ah-ah».

Nel passaggio successivo, sembra quasi suggerire di aver scelto la follia come alternativa ai ricordi: «Quindi, quando ti trovi intrappolato in pensieri sgradevoli, diretto in luoghi del tuo passato in cui le urla sono intollerabili, ricordati che c’è sempre la follia. La follia è l’uscita di sicurezza. Puoi semplicemente tirartene fuori e chiuderti alle spalle la porta che conduce a tutte quelle cose terribili che sono successe. Le puoi chiudere fuori… Per sempre».

Infine, parlando ancora del proprio passato, conclude: «Io… non sono esattamente sicuro di cosa sia successo. A volte lo ricordo in un modo, a volte in un altro… Se proprio devo avere un passato, preferisco che sia a risposta multipla!».

E pare che il desiderio del Joker sia stato esaudito, dato che anche delle sue origini come super-criminale ci sono due versioni.

Nella versione “classica”, apparsa in “The Man Behind the Red Hood” nel 1951[3], il Joker è il capo di una banda di malavitosi che nasconde il viso sotto un elmetto rosso. Durante un colpo in una fabbrica di sostanze chimiche “Red Hood” viene inseguito da Batman su una passerella e, per sfuggirgli, si getta in una vasca che contiene vari scarti di lavorazione della fabbrica. Ne uscirà con la pelle discolorata e i capelli verdastri che noi tutti conosciamo.

Nel già citato Batman: The Killing Joke, Alan Moore rielabora questo episodio, fornendo un passato al personaggio. Il Joker è un ex-dipendente della fabbrica che si è licenziato per iniziare una carriera come comico. Ma la sua carriera non decolla, sua moglie è incinta e l’uomo che diventerà il Joker, cercando di uscire dalla povertà, acconsentirà a guidare nella fabbrica un gruppo di malavitosi. È loro l’idea di fargli indossare l’elmetto rosso, che hanno già usato per commettere altri crimini, in modo da farlo apparire come la mente del gruppo davanti alle forze dell’ordine. Il giorno stesso del colpo alla fabbrica, la moglie dell’ex-chimico muore in un incidente domestico, ma per lui è ormai impossibile tirarsi indietro con la banda di criminali cui ha promesso il suo aiuto.

Il resto si svolge come da tradizione: l’inseguimento, il tuffo nelle sostanze chimiche, il cambiamento esteriore. Quello che è ormai il Joker esce dalla vasca completamente impazzito.

Ma è chiaro che questa patogenesi così semplicistica non convince neanche lo sceneggiatore che, in effetti, usa praticamente l’intero volume per mostrarci che questa è la spiegazione per la propria follia che si dà il Joker stesso. Nei flashback, infatti, ci viene mostrato un ex-chimico frustrato, irritabile e paranoico, che decide di allearsi con un gruppo di criminali sulla scorta di un piano di arricchimento piuttosto velleitario. E, durante lo scontro finale, Batman stesso sottolinea questa impressione: «Forse le persone normali non si spezzano sempre. Forse non c’è bisogno di strisciare sotto a un sasso con i vermi quando veniamo colpiti da una sciagura. Forse sei sempre stato solo tu, per tutto il tempo».

Storia recente e caratteristiche personologiche.

Il Joker adulto che noi tutti conosciamo è un personaggio sfaccettato e sfuggente, ma dotato di caratteristiche ben precise. Per prima cosa, le caratteristiche fisiche: la pelle color gesso, le labbra scarlatte, i capelli verdastri. Poi l’abbigliamento, spesso sui toni del viola e non privo di una certa eleganza retrò, con tanto di giacca con le code, ghette e bastone da passeggio (ovviamente animato). Infine, la caratteristica delle caratteristiche: la bocca. Un ghigno smisurato e irridente, una chiosa di denti affilati e non sempre in ottimo stato, la lingua che talvolta dardeggia all’esterno, tra il lascivo e il provocatorio.

Gli autori che l’hanno ritratto nel corso degli anni si sono polarizzati su aspetti diversi della sua personalità: da un lato il Joker burlone, rapinatore quasi innocuo, dall’altro il Joker psicopatico e crudele. Questi due ritratti hanno tuttavia un punto in comune: l’assoluta ossessione del Joker per Batman.

E d’altronde, i due personaggi sono quasi perfettamente speculari. Batman è serio fino a essere lugubre; il Joker ama scherzare, fin troppo. Batman è monocromatico, scuro; Joker è colorato: capelli verdi, labbra rosse e abiti sgargianti. Batman vive un’esistenza praticamente monastica; il Joker, sul piano sessuale, è decisamente disinibito. Batman ha dei valori conservatori e un’idea di giustizia estremamente rigida; il Joker ha un qualcosa di anarchico e trasgredisce per il semplice gusto di farlo, in una provocazione continua.

Forse nessuno come Grant Morrison riesce a mettere in luce la polarità dei due personaggi, suggerendo che, forse, si tratta di due facce della stessa medaglia.

Nelle note alla sceneggiatura del suo Arkham Asylum[4] spiega come avrebbe voluto che fosse l’aspetto del Joker: “La porta principale del manicomio è aperta e il Joker è in piedi sulla soglia, in posa seducente, come una bellezza da calendario. È vestito come “Madonna”, con bustier nero, calze con la riga e stivaletti con stringhe e tacchi a spillo. […] Il viso è una maschera ghignante di orrore con cipria e ombretto – gli occhi pesantemente truccati con la matita, il mascara e le ciglia finte. […] Un cartellino con la “A” di anarchia è appuntato a una delle coppe vuote del bustier. Pallido ed emaciato, dovrebbe sembrare grottesco ma lì in piedi, con la mano sul fianco, proietta completa fiducia in se stesso, che gli conferisce una strana attrattiva e sensualità. È l’attrazione per il perverso e il proibito. Il Joker personifica il lato oscuro e irrazionale di tutti noi”.

Questo aspetto così sessualmente ambiguo non piacque alla DC, che decise che in Arkham Asylum avrebbe avuto il suo solito abbigliamento.

Poco più avanti, nella sceneggiatura si legge:

(Batman è entrato nel manicomio criminale Arkham, che è in mano ai degenti. Il Joker lo fa passare, seguendolo – n.d.R.)

JOKER:      SU CON LA VITA, DOLCEZZA!
JOKER:      ASCOLTA, QUANTI BAMBINI CON LE OSSA FRAGILI CI VOGLIONO PER…
BATMAN:     STA’ ZITTO.

Il Joker si mette una mano sul petto con gesto esagerato e teatrale di scherzoso dolore.

JOKER:      OOOH!
JOKER:      SIAMO A CASA DEL SIGNOR INCAZZOSO, VERO?

Improvvisamente sessualmente aggressivo, il Joker abbassa il braccio per palpare le natiche di Batman. Batman salta come se morso da un serpente velenoso. È profondamente scioccato. (Le mosse effeminate del Joker sono qui viste come intenzionali. Sa esattamente come scuotere Batman, che, come ho menzionato, ha seri problemi nell’intera area delle normali relazioni umane. Questo gesto ha deliberatamente infranto tutte le difese attentamente costruite da Batman. Il Joker non solo ha invaso il prezioso spazio personale di Batman ma l’ha fatto in modo espressamente e minacciosamente teatrale. Ha saputo mettere a disagio Batman, e a farlo sentire intimidito. Come risultato, Batman sta momentaneamente perdendo tutta la sua dignità.)

JOKER:      RILASSATI, CHIAPPE STRETTE!

Batman si gira, indicando. Il viso è distorto da pura rabbia, odio e shock.

BATMAN:     LEVAMI LE TUE SCHIFOSE MANI DI DOSSO!

In questo breve passaggio sono visibili tutte le caratteristiche principali del Joker: la teatralità istrionica e artefatta, il gusto per la provocazione, la scarsa inibizione unita al desiderio di manipolare, l’imprevedibilità e l’aggressività.

L’esistenza del Joker è sregolata al massimo grado e incentrata sulla soddisfazione degli istinti.

È un pluriomicida (in Joker: Devil’s Advocate viene detto che ha ucciso più di duemila persone, tra uomini, donne, bambini, membri della propria banda e altri cattivi). Nonostante il fatto che abbia assassinato così tante persone da poter essere condannato alla pena capitale migliaia di volte, non è mai stato ritenuto in grado di intendere e di volere, pertanto è finito regolarmente rinchiuso nell’Arkham Asylum, il manicomio criminale di Gotham, ovvero l’equivalente dei nostri OPG. Anche se forse “rinchiuso” non è il termine corretto, dato che sembra che il Joker fugga con impressionante facilità dall’istituto psichiatrico, fino a dichiarare che quello è il posto in cui si riposa tra una performance e l’altra.

Ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro il conteggio delle sue vittime è ulteriormente salito (a circa 6000). E d’altronde, si tratta di un’opera ambientata almeno quindici anni nel futuro rispetto alla serie regolare. Il Joker, comunque, asserisce di non tenere il conto: non ne ha bisogno, dal momento che ci pensa Batman.

Da questo punto di vista, il Re dei Giullari sembra dividersi tra due tipi di crimini. Un tipo esclusivamente utilitaristico (le rapine in banca) e un tipo più legato al suo bisogno sadico di creare grandiosi massacri per il puro gusto di farlo. Entrambi i tipi di crimine sono coerenti con la sua personalità psicopatica di base.

Passa da momenti di grande scoraggiamento a momenti di esaltazione grandiosa in modo estremamente veloce. Il filo dei suoi discorsi è raramente lineare e talvolta manca di coerenza.

Durante i suoi periodi all’Arkham Asylum è un paziente relativamente tranquillo, in cui prevalgono gli aspetti depressivi.

Con gli operatori sanitari passa dall’essere estremamente manipolatorio, all’essere sarcastico e svalutante. Nel già citato Arkham Asylum racconta (declama) quello che vede in una tavola del test Rorscharch (la numero 1): «Bene, vedo due angeli scopare nella stratosfera, una costellazione di buchi neri, un processo biologico che va oltre il concetto di uomo, un ventriloquo ebreo rinchiuso nel bagagliaio di una Chevrolet rossa…».

E, poco dopo, quando Batman mente dicendo di non vederci niente (ci vede, ovviamente, un pipistrello), aggiunge: «Neanche un ragazzino dalle gambe lunghe in costume da bagno?», riferendosi, probabilmente, in modo provocatorio a Robin, l’aiutante adolescente di Batman.

L’I.Q. del Joker è apparentemente alto, è versato nella chimica e nella meccanica e si esprime con ottima proprietà di linguaggio.

Le sue relazioni intime sono utilitaristiche, mai autentiche. Passa da una seduttività teatrale e scioccante a un ragionato sistema di corteggiamento che si basa sul mostrarsi indifeso, ferito e bisognoso di cure.

Da questo punto di vista, la sua relazione più complessa e duratura pare essere quella con Harley Quinn, con cui ha un rapporto di chiara matrice sado-masochistica. Harley, che ha una personalità dipendente, è completamente infatuata, o forse innamorata, e accetta da lui qualsiasi tipo di maltrattamento, sia esso fisico o psicologico.

Una versione leggermente diversa di questa relazione ci viene offerta da Brian Azzarello nel suo Joker, una storia in cui il super-cattivo ci viene mostrato in un’impietosa ottica realistica. Qua Harley non parla e si dimostra un vero osso duro, anche se poi pare fungere da contenimento per i momenti depressivi del suo amante. In una scena del libro il coprotagonista entra nella stanza in cui sono Harley e il Joker e li sorprende in una posizione che inizialmente fa pensare che stiano praticando del sesso orale. In realtà il Joker piange disperatamente in grembo a Harley[5]. In un’altra scena dello stesso libro, d’altronde, il Joker viene ritratto come uno stupratore.

L’ideazione del Joker è abnorme e bizzarra, senza mai diventare francamente delirante.

Come molti pazienti psicopatici, ha una sua personale visione del mondo, pesantemente deformata dal suo punto di vista ma, ancora una volta, non francamente delirante: «È tutto uno scherzo! Tutto quel che ha un valore per qualcuno o per cui qualcuno lotta… è solo una mostruosa, demenziale gag![6]».

Indicazioni prognostiche e piano di trattamento.

Siamo onesti: nessuno di noi vorrebbe mai questo paziente. La natura efferata dei suoi crimini ci renderebbe difficoltosa la gestione del controtransfert, la possibilità di riuscire a instaurare una buona alleanza terapeutica ci sembrerebbe remota, la sua tendenza alla manipolazione ci irriterebbe e l’inevitabile lentezza della terapia ci frustrerebbe.

Inoltre, ci troveremmo di fronte un cliente tutt’altro che motivato al trattamento.

Ma analizziamo la situazione.

Il Joker è un paziente pluritrattato, pluriospedalizzato e con una percentuale di drop-out pari al cento percento. L’unico “terapeuta” il cui “trattamento” si è dimostrato transitoriamente efficace è un marziano che ha riorganizzato il cervello del Joker grazie ai suoi super-poteri[7].

Non molto incoraggiante.

La sola altra terapia che si è dimostrata efficace è la somministrazione di dosaggi eccezionalmente alti di antidolorifici[8]. Il perché di quest’efficacia è qualcosa che – francamente – sfugge alla mia comprensione. Anche presumendo che gli antidolorifici in uso a Gotham City contengano massicce quantità di oppioidi, non è chiaro perché la sintomatologia del paziente dovrebbe esserne ridotta. Ipotizzo che, durante qualche passaggio della lavorazione della storia, ci sia stato un errore di trascrizione e che pertanto non conosceremo mai la reale composizione chimica di questo farmaco miracoloso.

In ogni caso, data la diagnosi e la storia clinica del paziente, qualsiasi percorso terapeutico dovrà prevedere un trattamento psichiatrico e un’adeguata cura farmacologica.

Nel Joker più che in altri casi, dobbiamo programmare un trattamento lungo e integrato. La durata della psicoterapia non è prevedibile, ma sicuramente si tratterà di un percorso pluriennale.

Il paziente ha un alto I.Q. ed è stato sottoposto a numerosi trattamenti, pertanto ha imparato a manipolare i clinici[9], atteggiamento al quale qualsiasi terapeuta dovrà prestare attenzione. È importante sottolineare che, per motivi analoghi, i trattamenti basati sulla ricompensa-punizione sono sconsigliabili, in quanto inefficaci[10].

Per essere più espliciti, questo paziente ha avuto una pletora di terapeuti; alcuni li ha uccisi, altri li ha imbambolati promettendogli fama eterna nel loro ambito per poi ingannarli crudelmente, i più fortunati li ha semplicemente ignorati. Perché mai noi dovremmo riuscire dove tutti i nostri predecessori hanno fallito?

Noi che rogersianamente crediamo nell’innata bontà umana, non rischiamo di trovarci davanti all’Esimia Eccezione che ci spedirà in terapia per i prossimi dieci anni (se non direttamente al Creatore?).

Ecco, suppongo che sia possibile.

Da parte nostra sarebbe ingenuo prendere in terapia il Joker senza essere consapevoli di questa eventualità.

Per questo è necessario che la nostra equipe di lavoro sia a prova di bomba (piuttosto letteralmente) e che comprenda diverse figure professionali.

Uno psichiatra, come già accennato, che veda il paziente a intervalli regolari e che funga da sponda normativa, e qualche educatore sia coriaceo che in grado di contenerlo durante gli episodi depressivi.

Aspettiamoci che l’alleanza terapeutica sia costantemente in pericolo e debba essere costantemente ricostruita, atteniamoci alla più scrupolosa congruenza e armiamoci di pazienza in previsione delle inevitabili frustrazioni.

Prevediamo un trattamento lungo, molto lungo, forse persino eterno.

Incrociamo le dita, sperando che non ci scappi da sotto il naso.

Cerchiamo di essere chiari, adamantini, riguardo al trattamento e alla diagnosi.

Abbiamo fede nell’utilità della terapia, ricordandoci di non incentrarla sui tratti comportamentali[11].

E, se dovesse presentarsi un signore alto, con un mantello nero e delle orecchie a punta, non esitiamo a indirizzarlo verso un collega di fiducia.

[1] Paul Dini, Bruce Timm, The Batman Adventures: Mad Love, 1994, DC Comics.
[2] Alan Moore, Brian Bolland, Batman: The Killing Joke, 1988, DC Comics.
[3] Detective Comics # 168, The Man Behind the Red Hood, febbraio 1951.
[4] Grant Morrison, Dave McKean, Arkham Asylum – una folle dimora in un folle mondo, 15th anniversary edition, 2006, Play Press.
[5] Brian Azzarello, Lee Bermejo, Joker, 2008, DC Comics.
[6] Alan Moore, Brian Bolland, Batman: The Killing Joke, 1988, DC Comics, p. 44.
[7] Grant Morrison, JLA, 1996, DC Comcs.
[8] Kevin Smith, Walt Flanagan, Batman: Cacophony, 2008-2009, DC Comics.
[9] Grant Harris, Handbook of Psychopathy, 2006
[10] Hare R.D., Neumann N.C., The PCL-R Assessment of Psychopathy: Developmet, Property and New Directions, in Patrick C. (ed.), Psychopathy Handbook, pp. 58-88, 2006, Guilford.
[11] Scott O. Lilienfeld and Hal Arkowitz, What “Psychopath” Means, in Scientific American, novembre 2007.