Sulla collina con Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma

Intervista con gli autori della graphic novel edita da Tunué, fra esperienze passate, discussioni di stile e il rapporto non lineare con il tempo.

Sulla collina con Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma, sceneggiatrice salentina, nasce in provincia di Lecce, a Maglie, e vive a Parabita. Amante della lettura e dei fumetti fin da piccola, pubblica racconti di narrativa in alcune antologie: la sua prima raccolta è Cambi di prospettive – Racconti per osservare le cose da altri punti di vista, del 2007, terza classificata al Premio Letterario Internazionale Maestrale – S. Marco – Marengo d’oro. È tra i fondatori di TalkInk, fanzine della Scuola di fumetto Lupiae Comix, dove pubblica alcune storie brevi a fumetti. Un riflesso nel vetro, pubblicato da Cagliostro E-press nel 2009, è la sua prima graphic novel. Negli anni successivi, si rinsalda una collaborazione professionale con il disegnatore Gian Marco De Francisco, per cui scrive Un caso di Stalking (Voilier, 2010), Nostra Madre Renata Fonte (001 Edizioni, 2012) e Ragazzi di scorta (BeccoGiallo, 2016): emerge in questa fase una forte attenzione a storie di cronaca della realtà pugliese, raccontate da una prospettiva intima e attenta a far emergere il vissuto personale dei personaggi. La collaborazione con Lupiae Comix prosegue con l’affiliazione della scuola al Gruppo Grafite (attivo anche su Taranto e Bari), presso cui insegna sceneggiatura.

Sulla collina con Ilaria Ferramosca e Mauro Gulma
Foto di Simone Florena – www.ri-tratti.net

Mauro Gulma, illustratore, fumettista e disegnatore freelance, nasce a Milano e si trasferisce giovanissimo in provincia di Lecce. Appassionato di fumetti, frequenta la scuola Lupiae Comix dove, una volta superati gli esami, inizia a insegnare caratterizzazione dei personaggi.

In questa intervista i due autori ci raccontano le loro esperienze professionali e il lavoro insieme sulla graphic novel per ragazzi Sulla collina, edita da per la collana Tipitondi.

Com’è iniziato il vostro percorso nel mondo dei fumetti?
Mauro Gulma:
ho iniziato grazie a Lupiae Comix, la scuola di fumetto di Lecce, che pubblicava la fanzine TalkInk. Da lì, sono stato contattato da uno sceneggiatore per realizzare un progetto per il portale Verticalismi, era una storia su Groucho, poi pubblicata anche sulla fanzine Dylandogofili. Quindi il mio primo approccio a questo mondo è stato con storie brevi, realizzate senza limiti di tempo e scadenze, con alcune di queste ho anche partecipato a qualche contest. Sulla collina è la mia prima esperienza con una casa editrice importante.
Ilaria Ferramosca: Anch’io ho iniziato su TalkInk scrivendo alcune storie brevi. A una presentazione della fanzine, peraltro, ho conosciuto Gian Marco De Francisco, con cui ho poi collaborato a vari lavori. All’inizio la fanzine era autoprodotta dalla scuola, poi l’editore Cagliostro E-press si è dimostrato interessato a pubblicarla. E sempre Cagliostro mi ha chiesto poi di scrivere per Sonia Galletti, una disegnatrice che si era proposta alla casa editrice: così è nata la mia prima storia lunga, Un riflesso nel vetro, con cui ho vinto il Gran Premio Autori ed Editori per la Migliore Sceneggiatura a Fullcomics nel 2010.

Mauro, alcuni addetti ai lavori mi dicevano che il tuo segno è di ispirazione manga e che per Sulla collina hai dovuto spostarti su uno stile più occidentale…
MG:
È vero, sono partito con i manga, che mi piacciono ancora adesso e restano l’influenza più marcata, ma nel tempo ho approfondito altri tipi di fumetti che mi hanno portato a ibridare vari stili. In questo caso ho sperimentato una linea più sintetica, molto asciutta, che guarda allo stile francese, e per fortuna il risultato è piaciuto.

Come siete arrivati a collaborare al progetto di Sulla collina?
IF:
La storia mi era stata inizialmente richiesta da un altro disegnatore, di cui non faremo chiaramente il nome per rispetto della sua privacy. Mi aveva chiesto di scrivere qualcosa e gli avevo proposto due o tre idee: la scelta è caduta su questa perché più vicina a una sua naturale predisposizione per il genere noir/gotico. È stato lui a sottoporla poi a Tunué, che per fortuna era proprio alla ricerca di un progetto che avesse “delle tematiche alla Stephen King”. Anche le prime tavole di prova erano state accolte con molto interesse, ma sfortunatamente il disegnatore ha poi rallentato fino a fermarsi per più di un anno, a causa delle difficoltà nel portare avanti il progetto insieme ad altri che seguiva in parallelo. Tunué però era comunque molto interessata alla storia e mi ha chiesto di trovare un altro disegnatore. Gliene ho proposti alcuni che ruotavano attorno alla scuola e la scelta è caduta su Mauro, che fin dall’inizio sapevo avere il tratto adatto per questo lavoro. Altri che avevo proposto erano invece più cartoonistici o orientati all’illustrazione per l’infanzia, erano scelte che avevo fatto considerando la destinazione nella collana Tipitondi, indirizzata ai più giovani. Questi problemi hanno fatto un po’ allungare i tempi, in totale sono passati circa due anni e mezzo, ma per fortuna tutto è finito bene.

Pur senza fare il nome del precedente disegnatore, mi chiedo se lo stile fosse comunque coerente con quello poi adottato alla fine.
IF:
Il precedente disegnatore usa uno stile generalmente realistico (anche se è comunque molto versatile), aveva utilizzato un tratto più autoriale, anche perché inizialmente aveva intenzione di proporre la storia in Francia, un progetto poi sfumato. Le prime tavole erano realizzate a mano, ad acquerello, quindi con un impatto del tutto diverso da quello poi presente nella versione finale. A parer mio i ragazzi sembravano anche troppo grandi rispetto alla loro età. Alla fine la caratterizzazione di Mauro era quella che rispecchiava maggiormente la mia idea.
MG: Io comunque non ho voluto vedere le tavole realizzate dal precedente disegnatore per non essere influenzato e poter così lavorare in libertà.

Ilaria, molti dei tuoi lavori partono da presupposti realistici, raccontano storie vere, e forse sei più nota come autrice impegnata che come sceneggiatrice fantastica, anche se pure qui la storia ruota attorno a un fatto realmente accaduto (quello della “monaca”, la fanatica religiosa che aveva commesso dei delitti in nome della fede e sulle cui tracce si muovono i ragazzi per visitare la sua casa ormai abbandonata). È stato quello il punto di partenza della storia o è arrivato in un secondo momento?
IF:
Il punto di partenza di Sulla collina, in realtà, è stato il mio desiderio di raccontare un’avventura che avrei voluto vivere da ragazzina, radunandomi con gli amici e le amiche nei boschi attorno al paese – le location della storia sono anche quelle reali dei dintorni di Parabita, il paese in provincia di Lecce in cui vivo. All’interno delle storie che avrei raccontato con gli amici, o che mi sarebbe piaciuto sentir raccontare, c’era sicuramente questa della monaca. È un fatto vero accaduto a Parabita, e ha sempre goduto di ampia risonanza nel paese, la casa della monaca effettivamente è ammantata da un alone quasi di leggenda che stuzzica la fantasia dei più giovani e per anni è stata quasi un mio “tormentone”. Considera infatti che nutro da sempre una grande passione per l’horror. Essendo ambientata negli anni Sessanta ha coinvolto più generazioni, almeno fino ai ragazzi degli anni Novanta, oggi magari è un po’ dimenticata e i giovanissimi non la conoscono.
MG: Io comunque non la conoscevo: per quanto molto famosa, è rimasta circoscritta alla zona di Parabita – io invece sono di Santa Cesarea, che è sul versante adriatico, mentre Parabita è più spostata su quello jonico, anche se non si trova sul mare, è più dalle parti di Gallipoli.
IF: Sì, magari verso la zona di Gallipoli è più conosciuta, anche se va detto che all’epoca ebbe rilevanza nazionale, ne parlarono anche quotidiani come La Stampa. Durante le ricerche ho scoperto che è citata pure in alcuni testi di criminologia, dove è accomunata a quella della saponificatrice di Correggio, con cui presenta delle affinità dal punto di vista del visionarismo mistico che muoveva le azioni delle due donne.

Come vi siete documentati sulla vicenda reale?
IF:
Ho recuperato i giornali dell’epoca, che mia zia conservava in una cassapanca: in realtà questo avveniva già un anno prima di scrivere la storia, mi ero documentata per conto mio, ossessionata com’ero dalla vicenda. Poi, una volta messo in piedi il progetto, siamo andati con Mauro nei luoghi reali, in paese e sulla collina, per scattare delle foto e fare delle riprese che sono servite per rendere il disegno storicamente accurato.

Ilaria, un altro tratto comune con le tue precedenti opere è l’ambientazione pugliese: è un qualcosa che senti come un dovere, essendo una realtà poco esplorata nel panorama nazionale del fumetto, per rompere lo stereotipo del fumetto “che deve essere ambientato per forza all’estero”, o nasce da esigenze più personali?
IF:
In realtà le prime storie che ho scritto su TalkInk, e che facevano parte di un seriale intitolato Wild, erano ambientate proprio all’estero: erano le avventure di un detective privato americano. Anche Un riflesso nel vetro è ambientato negli Stati Uniti. A partire da Un caso di stalking sono tutte storie pugliesi – tranne Calleo e i gatti di Venezia, come dice il titolo: è stata una scelta spontanea, che risente della mia vita qui. Inoltre penso che tanto più si affrontano argomenti che si conoscono, tanto più si riesce a essere convincenti e coerenti nel trasmettere ciò che si vuole e nel coinvolgere il lettore.

Sulla collina con Ilaria Ferramosca e Mauro GulmaIn realtà, di Sulla collina ho sentito sempre parlare come di una “storia alla Stand by me”, un riferimento che poi è risultato alquanto fuorviante, perché la vicenda ha un carattere proprio che non scimmiotta necessariamente l’opera di King.
IF:
Sì, perché l’idea della casa editrice andava in quel senso, ma forse l’unica citazione pensata direttamente in quel senso è stata per l’immagine di copertina. Di Stand by me alla fine c’è il fatto che abbiamo dei ragazzini che si raccontano delle storie di notte. Alcuni passaggi sono stati percepiti come citazioni dirette, come ad esempio la ferrovia che passa fra la collina e il paese, ma la verità è che si tratta di una location reale, quello è un punto di passaggio obbligato per chi si muove fra Parabita e il bosco alle spalle, quindi non c’era l’idea di citare King, quanto di essere fedeli al posto.

Il citazionismo è comunque sempre presente nei tuoi lavori, lo stesso Un ritratto allo specchio omaggia La donna del ritratto di Fritz Lang.
IF:
Sicuramente, il cinema è una costante fonte di ispirazione, forse è un tentativo di cercare qualcosa di affine ai propri gusti – e questo vale sia per me che scrivo, che per il lettore che “vede” citazioni anche quando non sono volute.
MG: Qualcuno ha anche visto delle citazioni da Stranger Things, ma in realtà il nostro lavoro è stato fatto prima, poi i tempi lo hanno portato a uscire insieme al telefilm.
IF: In quella serie, ad esempio, le citazioni erano troppe, secondo il mio punto di vista, un lavoro per nostalgici degli anni Ottanta.

A questo proposito, Ilaria, le tue storie ruotano sempre attorno al tempo, sia perché rievocano eventi sepolti nella memoria, sia per l’andirivieni costante fra passato e presente che gioca anche con le percezioni del lettore: in questo caso, ad esempio, si intrecciano epoche diverse e chi legge se ne accorge solo in un secondo momento. Senza contare la raffinata dinamica fra il tempo della storia e quello di noi lettori: il presente dei personaggi è il nostro passato, mentre il loro futuro è il nostro presente. Come hai elaborato questi aspetti?
IF:
Mi piacciono le narrazioni non lineari e quando scrivo sento l’esigenza di creare incastri temporali che siano comunque funzionali alla storia. In questo modo, inoltre, si riesce a coinvolgere un pubblico di lettori più trasversale, la storia abbraccia più fasce d’età. Ad esempio in questo caso la storia è pensata per i ragazzi, ma i lettori adulti ne hanno dato letture più profonde. Gli adolescenti avrebbero apprezzato un approccio meno metaforico e più centrato sulle storie dei singoli ragazzi per viverne maggiormente l’identificazione.

Mauro, stilisticamente come hai differenziato le varie epoche?
MG:
Attraverso degli stratagemmi grafici: ad esempio il racconto di Fabio, in cui si evoca la leggenda del monaco, vira verso il bianco e nero perché l’intenzione era quella di spaventare gli amici e quindi doveva avere una qualità più gotica, con uso di tinte seppia stile film degli anni Trenta. È stato divertente poter sperimentare vari filtri per dare una qualità differente alle varie parti, da appassionato di horror mi sono anche divertito con le parti più oscure. Il colore in generale è sfumato perché si voleva creare una sensazione onirica, in alcune parti – come quella in cui Fabio rivede suo padre – volevo creare un’atmosfera sospesa, in cui realtà e sogno si confondono.

A proposito dello stile, noto degli elementi di continuità anche con i precedenti lavori di Ilaria, pure quando erano disegnati da altri autori (come Gian Marco De Francisco): ad esempio nel fatto che una stessa azione sia divisa su più vignette. Quindi il lavoro di scrittura non delega totalmente le scelte visive al disegnatore, ma interviene nel merito delle stesse?
IF:
Sì, anche questa caratteristica risente dell’amore per il cinema e per la tecnica del piano sequenza, che crea maggiore coinvolgimento. C’è un altro mio lavoro uscito in contemporanea a Sulla collina e a Ragazzi di scorta, è Lea Garofalo – Una madre contro la ‘ndrangheta, pubblicato da BeccoGiallo: in quel caso ho sperimentato, oltre al piano sequenza, anche delle sequenze in verticale e scontornate. Lì mi sono sbizzarrita a giocare ancora di più con i tempi narrativi, oltre che con il tempo. In quel caso c’è una disegnatrice molto naïf, Chiara Abastanotti, con uno stile un po’ alla Persepolis, che ha favorito un lavoro di sperimentazione diverso dal solito. In generale cerco di adeguarmi al tratto del disegnatore, quando possibile. Nel caso di autori come Gian Marco De Francisco, che tende a cambiare sempre lo stile, dopo tanti anni di collaborazione ho presente il tipo di evoluzione che sta seguendo e riesco così ad adeguarmi. In definitiva c’è sempre uno scambio fra scrittura e disegno molto interessante.

L’approccio alla scrittura, comunque, come avviene: scrivi tutta la storia o ne sceneggi una parte e la passi al disegnatore?
IF:
So che, soprattutto in Bonelli, si usa dividere il lavoro in parti, ma personalmente preferisco scrivere tutta la storia, lavorandoci giorno e notte senza fermarmi, perché ho bisogno di avere l’idea d’insieme, anche per verificare che gli intrecci temporali funzionino. Se lasciassi passare del tempo non riuscirei a tenere sotto controllo la consequenzialità del racconto. La prima stesura deve quindi avvenire nel minor tempo possibile, poi ci sarà comunque il lavoro di revisione che potrà portar via altro tempo.
MG: Per quanto mi riguarda, essendo questo il mio primo lavoro professionale e la mia prima esperienza su una storia lunga, dopo aver ricevuto tutta la sceneggiatura, ho scelto di lavorare a blocchi di dieci tavole, che consegnavo complete di matite, china e colore. In questo modo abbiamo potuto verificare il lavoro strada facendo e ho potuto “buttarmi” in pieno nel progetto, sapendo che comunque ci sarebbero stati vari step prima di arrivare al risultato finale. Non ho trovato particolari difficoltà durante la realizzazione, l’unica sono le scadenze da rispettare, tanto che su alcune tavole mi sono fatto aiutare da un collega che ha realizzato le tinte piatte. In futuro mi piacerebbe provare invece una lavorazione di più lungo respiro, realizzando prima tutta la storia a matita, per poi passare alle altre fasi. Il rischio è quello di annoiarsi, realizzando dieci tavole alla volta avevo la possibilità di cambiare fase più spesso. La lavorazione di Sulla collina è comunque avvenuta in ordine cronologico, partendo dall’inizio fino alla fine, senza spezzettare l’azione.

Ilaria, data la tua esperienza con varie realtà, puoi tracciare un piccolo bilancio sul panorama dell’editoria in Italia?
IF:
Non è un panorama facile, il mercato risente dei pochi lettori, il fumetto d’autore vende meno di quello seriale e gli editori sono un po’ vincolati a questa situazione. Di sicuro il mercato francese offre di più: anche lì c’è la serialità, pensiamo a Lucky Luke, Asterix o Tin Tin, ma l’attenzione per lavori autoconclusivi è sempre forte e la coesistenza è più facile. Un autore che vuole vivere del suo mestiere è quindi costretto a guardare alla scena d’oltralpe e questo purtroppo penalizza il mercato italiano. Finché si può si cerca comunque di restare.

Qualche cenno anche alla situazione pugliese, che vi vede attivi come docenti nel gruppo Grafite-Lupiae Comix?
MG:
Io sono partito come studente e sono diventato insegnante. Quindi ho visto crescere la scuola e allo stesso tempo sono cresciuto con lei. Insegnando ho anche l’occasione di imparare, da semplice disegnatore non avrei magari approfondito certi ambiti che invece la docenza mi permette di esplorare di più. Alcune cose che ho imparato si sono riversate anche sul mio lavoro.
IF: Sono d’accordo. La crescita è comunque più diseguale fra le varie province in cui operiamo (Taranto, Lecce e Bari). Su Taranto, ad esempio, si soffre di più, forse per problemi economici legati alla città. La provincia risponde meglio. A Bari la scuola esiste solo da due anni e la crescita è esponenziale.

In conclusione, quali sono i vostri progetti per il futuro?
IF:
Ce ne sono molti, perché penso in parallelo e scrivo più storie contemporaneamente. Al momento però non posso annunciare nulla. Le influenze sono sempre le stesse, fra il realistico e il romanzesco, con una matrice intima.
MG: La mia intenzione è di continuare a disegnare, per poi magari uscire con una storia scritta e disegnata da me. Al momento l’ho fatto con alcune storie brevi per le fanzine o i contest che ho citato prima, ma l’obiettivo è riuscire a crearne una lunga in un contesto professionale.

Intervista realizzata a Taranto il 22 settembre 2016.

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