Stefano Misesti : Maciste, l’Oriente e il pensiero laterale

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Stefano Misesti, fumettista e illustratore comasco noto per le sue storie ricche di ironia e surrealismo. Diviso tra l'Italia e Taiwan, Misesti ci racconta...
Articolo aggiornato il 03/12/2015

Stefano Misesti : Maciste, l'Oriente e il pensiero lateraleCiao Stefano, benvenuto su LoSpazioBianco. Da ormai un anno è uscito il tuo libro “Maciste e altre storie” : sei soddisfatto di come è stato accolto dal pubblico?
“Maciste e altre storie” è stata un’uscita molto importante per me, perché finalmente sono riuscito a raccogliere in un unico volume le numerose storie che ho disegnato in questi ultimi anni. Alcune di queste erano comparse solo su internet, nel mio blog. Le Edizioni BD hanno stampato un volume di buona qualità, con la maggior parte delle storie a colori e con un numero considerevole di pagine. Un numero adeguato. Sono veramente soddisfatto del risultato finale e soprattutto del fatto di avere numerosi pareri positivi da parte dei lettori. Sono stato contattato da gente che si è avvicinata casualmente al libro, persone che non sono assolutamente appassionate di fumetti ma che hanno apprezzato le mie storie umoristiche e i miei personaggi surreali.

Ti sei diplomato allo Ied di Milano in illustrazione e con diversi quotidiani per cui realizzi illustrazioni quindi, possiamo dire, che questa è la tua principale attività, invece quando e in che occasione hai iniziato a realizzare fumetti?
Sì, la mia attività principale è quella di illustratore. Come fumettista ho iniziato un po’ casualmente realizzando fumetti brevi per far ridere gli amici dello studio. Qualche anno fa ho accompagnato un amico a una fiera del fumetto a Milano dove ho lasciato delle fotocopie di alcune mie storie a Michele Ginevra del Centro Fumetto Andrea Pazienza. Qualche settimana più tardi sono stato contattato da due ragazzi (a quei tempi) del Centro che pubblicavano una fanzine chiamata “Liberaria”. Le mie prime storie sono uscite su quella pubblicazione. Mi ricordo che c’erano anche fumetti di Alberto Corradi e Gianfranco Enrietto. Poi poco alla volta sono stato pubblicato su altre riviste underground come KEROSENE, CENTRIFUGA. Nel 1999 Lo Sciacallo Elettronico di Marco Feo ha iniziato a mettere le mie le mie storie sul sito, a cadenza mensile. È stata la mia prima esperienza in rete in questo senso.

I tuoi primi lavori a fumetti sono per riviste underground mentre “Maciste” è stato distribuito dalle Edizioni BD: dovendo fare un confronto tra queste esperienze editoriali così diverse puoi indicarci pregi e difetti di questo tipo di collaborazioni?
Mi è sempre piaciuto lavorare per le riviste underground perché c’é meno “pressione” nel realizzare le tavole e maggiore libertà nello “sperimentare”. Con BD mi sono trovato molto bene… in pratica le storie per Maciste erano già pronte e si è trattato solo di selezionarle. C’era tanto materiale da inserire nell’albo che alla fine Marco Schiavone ha deciso di concedere più pagine. La BD ha una buona distribuzione ed è bello trovare un proprio libro nelle grandi librerie.

Hai vissuto per molto tempo a Taipei, collaborando, in qualità di illustratore, con diversi studi taiwanesi: puoi raccontarci di come è iniziata quest’esperienza? Quali difficoltà e quali vantaggi hai notato rispetto al mondo dell’illustrazione italiano?
Avevo già contatti con amici illustratori taiwanesi, in particolare con Tsui YungYen, che mi ha aiutato molto a conoscere gente del settore. A Taiwan mi affido a una agenzia di Taipei, la Pumpkins Creative, che mi propone i progetti che sembrano più adatti al mio stile, per l’editoria o per l’oggettistica. Con loro sono riuscito a pubblicare le mie storie a fumetti su alcune riviste taiwanesi, non cambiando assolutamente niente del mio stile. All’inizio ero molto scettico sul fatto che piacesse il mio umorismo surreale anche in estremo oriente. Pero’ alla fine le proposte di collaborazione con riviste, nel periodo che ho vissuto a Taipei, è aumentato. Una grande mano me la sta dando mia moglie, taiwanese, che traduce le mie storie. Ho collaborato anche con una fondazione, la FuBon Art Fundation, con cui ho fatto seminari e workshop per giovani illustratori taiwanesi. Rispetto all’Italia a Taiwan c’é più attenzione al mondo dell’illustrazione e della grafica. Mi sembra che tutto quello che riguarda il disegno sia molto più valorizzato. In Italia il disegno,il fumetto, l’animazione sono considerati “cose” da bambini. A Taiwan non è così e sentono molto l’influenza del Giappone, vicinissimo a sole tre ore di volo. La parte negativa è che i lavori di illustrazione sono pagati poco. Ci sono molti giovani illustratori che fanno illustrazioni complesse per pochi soldi, anche rispetto al basso costo della vita di Taiwan.

Ora che sei ritornato in Italia ritieni che lo stile di vita taiwanese influenzi ancora la tua arte?
In realtà passo ancora una buona parte dell’anno a Taiwan per cui inevitabilmente sono influenzato dalla cultura di questo paese. Penso che sia una cosa positiva, perché la contaminazione tra varie culture aiuta sempre a crescere e migliorare. Non solo nel campo dell’illustrazione.

Spesso i protagonisti delle tue storie sono molto simili dal punto di vista grafico e si differenziano tra di loro dall’oggetto disegnato sulla loro testa. Per spiegare ciò, hai dichiarato:”Non è importante come siamo e neppure ciò che pensiamo. È importante ciò che spostiamo”. Potresti approfondire questo concetto?
All’inizio avevo scelto proprio di usare gli oggetti sulla testa per distinguere i vari personaggi… altrimenti risultavano tutti uguali. In seguito l’oggetto “trasportato” è diventato il simbolo dell’identità del personaggio. Nel mondo reale non solo indossiamo oggetti, ma anche li trasportiamo continuamente. I cellulari, le cartellette, le borse, i notebook, i vasi di fiori, i pettini… Quello che trasportiamo ci rappresenta.

Stefano Misesti : Maciste, l'Oriente e il pensiero lateraleBracco, Maciste, L’uomo esagitato sono alcuni dei tuoi personaggi principali: quale ritieni sia la caratteristica che meglio li accomuna?
In realtà sono tutti l’identico personaggio. Parlano in modo contorto e assurdo. Il loro mondo è strano e surreale, ma loro ci vivono in maniera naturale e spontanea. Sono ingenui e a volte possono essere cattivi… diciamo che hanno un comportamento molto infantile.

Nelle tue storie le situazioni umoristiche sono date dalla contraddizione tra parola e immagine (hai anche chiamato il tuo blog “iconoclasta” in evidente contrasto con ciò che fai, cioé disegnare). Che cosa ti affascina di questo modo di pensare e raccontare?
Mi piacciono i contrasti e i paradossi. Trovo interessante che alle parole non corrispondano le immagini. Tutto è relativo e non ci sono certezze. E questo mi permette di raccontare una storia non scontata, non didascalica. Pero’ il rischio è quello di creare molta confusione nel lettore. Così ogni tanto cerco di trattenermi e di limitare queste situazioni.

Usi spesso l’aggettivo “laterale” e l’avverbio “casualmente” inserendoli in trame caratterizzate dal nonsense. Dietro l’uso di tali vocaboli vi è forse una visione relativistica o esistenzialista della vita?
L’origine di “laterale” è semplice. Tutto è nato ascoltando un’intervista radiofonica di un musicista a Radio Popolare di Milano. L’artista definiva la sua musica laterale e continuava a ripetere il concetto. Alla fine ero arrivato alla conclusione che quella parola significasse tutto e niente. Una parola può essere utilizzata fuori contesto e può assumere significati diversi. Come dicevo nella risposta precedente tutto questo mi affascina. Penso anche al linguaggio giovanile, che è pieno di parole e frasi utilizzate in modo diverso dal loro significato originale. Altre parole che apprezzo: esponente, tracimazione, sintesi, hobby.

Quali sono le tecniche con cui lavori? Realizzi fumetti e illustrazioni nella stessa maniera?
Dal punto di vista tecnico li realizzo entrambi su carta e poi li coloro a computer. A volte mi capita di disegnare direttamente su carta senza schizzi preparatori e scansionare immediatamente l’immagine per rielaborarla a computer. Qualche volta realizzo illustrazioni con acrilici e acquarelli su carta o tela. Raramente mi capita con i fumetti, anche se su “Iconoclasta” (edito dal Centro Fumetto A. Pazienza) un paio di storie sono dipinte con acrilici su carta.

Quando ti appresti a realizzare una storia come procedi? Presti attenzione al testo e al disegno in egual misura?
Inizio una storia partendo dal titolo. Poi disegno vignetta per vignetta senza una sceneggiatura, ma concentrandomi sulle battute. Devo divertirmi e mi piace “sorprendermi” mentre la realizzo. A volte penso alla battuta finale e costruisco la storia cercando di immaginarmi la situazione precedente. Ho provato a realizzare storie scrivendo una sceneggiatura, ma dopo poco tempo mi annoio. Preferisco realizzare una storia imperfetta, grezza ma molto spontanea e fresca… Anche per questo a volte il disegno passa in secondo piano ed è poco curato. Invece quando realizzo illustrazioni passo molto tempo a studiare l’immagine e a ricercare la giusta composizione. Quando leggo un fumetto preferisco leggere una bellissima storia con dei brutti disegni che il contrario.

Sei co-autore del documentario televisivo “Antistoria del Fumetto Italiano”, per cui hai realizzato le animazioni. Come è stata questa esperienza?
È stato molto interessante partecipare al progetto, perché erano coinvolti amici e perché fino a quel momento non esisteva nessun prodotto televisivo che parlasse del fumetto italiano contemporaneo. Ora il fumetto è “di moda” (“molto laterale”) anche sui media, ma qualche anno fa era difficile parlarne soprattutto in campo televisivo. La parte che mi ha coinvolto di più è stata quella delle animazioni della sigla e delle parti di raccordo tra le varie interviste. Poi mi è piaciuto seguire le interviste fatte da Matteo Stefanelli. In particolare ricordo quella a Mattotti fatta ad Angouleme. Una chicca del programma è stata l’intervista a Tiziano Sclavi. Mi piacerebbe che tutto il materiale raccolto venisse proiettato a qualche festival del fumetto perché è stato visto da pochi e molte interviste sono realmente interessanti.

Hai mai pensato di illustrare storie per fumetti seriali? Ti piacerebbe fare questo tipo di esperienza e se si, con chi ti piacerebbe collaborare?
Penso di non essere adatto ai fumetti seriali. Mi piace leggerli, ma mi trovo più a mio agio a disegnare storie brevi e slegate tra di loro.

Quali caratteristiche deve avere un autore per piacerti? Ad esempio so che non ami molto lo stile disneyano…
Mi piace molto lo stile umoristico e un segno ruvido, meno “rotondo” rispetto Disney. Forse anche meno rassicurante. Apprezzo gli autori che propongono storie su diversi piani di lettura e che dietro ad una certa “leggerezza” fanno riflettere. Di solito leggo le strisce umoristiche (di satira e di costume), ma non sono un fanatico dei fumetti. Non possiedo vaste collezioni di albi come alcuni miei amici.

Su quali progetti stai lavorando? Puoi darci qualche anticipazione?
Sto raccogliendo materiale e facendo i primi schizzi per fare un fumetto su Taiwan. Vorrei continuare sviluppare il personaggio di Maciste e fare una storia lunga dell’Uomo-Esagitato. È in via di conclusione (finalmente) un’animazione realizzata assieme ad una band Jazz chiamata Tiptoe (Carlo Garofalo, Simone Massaron, Achille Succi). L’animazione, che dura quasi un’ora, è accompagnata dalla loro musica dal vivo. Una prima parte del progetto è già stato proiettato lo scorso anno al festival di Giffoni. Ora speriamo di portarla a qualche festival internazionale.

Prima di salutarci vorrei sapere come è avvenuta la scelta del nome cinese che ti è stato assegnato: Chu Mijie
Chu è il nome della famiglia di mia moglie. Mijie ha un suono simile al mio soprannome (Mise) e significa “eroe del riso”. “Riso” inteso come alimento, ma a me piace pensare in italiano a “riso” come risata. Il nome di Mijie l’ho scelto quando qualche anno fa ho frequentato un corso di cinese all’università ShiDa di Taipei. Poi, dopo il matrimonio, ho dovuto registrarmi all’anagrafe ed è obbligatorio avere un nome in caratteri cinesi, così ho mantenuto il nome del corso. È divertente perché puoi scegliere il nome che vuoi e registrarlo. Una curiosità: molti taiwanesi scelgono un nome “occidentale” (generalmente inglese) e lo utilizzano quando interagiscono con stranieri.

Riferimenti
ICONOCLASTA, il blog di : misesti.blogspot.com

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