Tintin Floch

Tintin dal Tibet al mito

C’è un legame tra racconti a fumetti e mito antico? E’ l’ipotesi suggestiva che avanzava qualche anno il semiologo francese Jean-Marie Floch in un saggio dedicato a Tintin in Tibet.

Tintin in Tibet, 20° albo della serie creata da Hergé, è stato di recente ripubblicato in Italia, nell’ambito della meritoria ristampa (“Corriere della Sera/Gazzetta dello Sport”) di tutta l’epopea tintiniana. Su “Lo Spazio Bianco” ne ha parlato – come al solito – in maniera acuta e profonda Simone Rastelli.

Tintin in Tibet

Il racconto di Tintin, sperduto tra le nevi dell’Himalaya in cerca dell’amico Tchang, rappresenta senza dubbio uno dei vertici artistici toccati da Hergé nella sua monumentale produzione, una storia senza tempo sul sentimento dell’amicizia, che ancora oggi riesce ad avvincere i lettori di ogni età. Ma – ci dice Floch nel suo saggio   (Une lecture de Tintin au Tibet, Puf, Paris, 1997)  – Tintin in Tibet è anche la summa espressiva di un modo speciale di raccontare.

Di fatto, quando si rileggono le avventure di Tintin in Tibet, dopo averle lette una prima volta, e dopo essersi rassicurati sulla sorte di Tchang , ci si può legittimamente interrogare su certi “dettagli inspiegabili” e su certe sequenze apparentemente inutili. E poi, un giorno, si riconosce in un colpo di flash che illumina lo Yeti la figura inversa dell’eclissi solare che crea il panico ne Il tempio del sole

Insomma, l’ipotesi che lo studioso porta avanti attraverso un uso rigoroso ma al tempo stesso appassionante dell’analisi semiotica, è che per quanto perfettamente godibile come storia autonoma, Tintin in Tibet avvince soprattutto il pubblico (fedele) capace di coglierne la dimensione seriale. Il piacere profondo procurato al lettore da questo episodio sta nell’innescare un gioco delle memorie con gli episodi precedenti:

A più riprese, vi ho mostrato come [le soluzioni narrative adottate nella storia] avevano per materiale uno stock limitato di figure, di scene ed i motivi, di cui la maggior parte è già stata utilizzata negli albi precedenti. E ho indicato come questo materiale variegato e già denso di significati venisse ripreso e riorganizzato in maniera differente, per lavorare in sinergia con gli altri racconti e, principalmente, per riprendere il soggetto de Le sette sfere di cristallo e de Il tempio del sole al fine di proporne una versione capovolta, attraversata da un razionalismo meno trionfante… L’analisi delle Avventure di Tintin in Tibet implica così l’analisi di un’altra avventura che, essa stessa ne implica un’altra…

Tintin Haddock

Tintin …iade

Da qui Floch ricava la parentela del fumetto seriale con il mito antico, con richiami ripetuti ai celebri studi antropologici di Claude Lévi-Strauss  delle grandi tradizioni narrative orali. Così come, nelle cosmogonie e saghe antiche, eroi e antagonisti, situazioni ed episodi, tornano in scena più volte, si richiamano e si rincorrono, così ogni racconto a fumetti di Tintin è indissolubilmente concatenato agli altri. In Omero come in Hergé, ciascuna storia rimanda ad altre: gli universi narrativi si sviluppano “a raggiera”, affastellandosi l’uno sull’altro.

Certo Floch (ri)conosce perfettamente la distanza tra, miti orali frutto di creazioni collettive, e fumetti seriali realizzati da un singolo autore, seppure supportato da un nutrito atelier di assistenti. Il semiologo parla quindi – citando ancora Levi- Strauss – del fumetto seriale come “mito in potenza”, concludendo con una domanda:

Le innumerevoli letture solitarie, o condivise, [di Tintin] non possono essere concepite come altrettante interpretazioni anche se “usurate dal tempo” della tradizione orale di un mito?

Forse la risposta al quesito  non è univoca, ma di fronte a certe meravigliose vignette di Tintin in Tibet, per chi ama il fumetto l’incanto è davvero quello che si prova di fronte a un passo dell’Iliade, anzi di una Tintiniade.

Tintin Thcang

post scriptum: Purtroppo il saggio di Jean-Marie Floch non è mai stato  pubblicato in Italia. I passi che trovate nel post sono stato tradotti dal sottoscritto e sono tratti dal capitolo “Bande dessinée mythe ou Mandala” (Une lecture de Tintin au Tibet, Puf, Paris, 1997, pp.185-189)