Paperone Natale

I Natali di Paperone

Aria di Natale anche per questo blog e per calarsi degnamente nell’atmosfera “vischiesca”  dedico questo post a un personaggio dei fumetti la cui origine è intimamente legata alla  festa del 25 dicembre, ovvero Paperon de’ Paperoni.

Carl Barks – l’Omero dell’epica paperesca – crea il personaggio Disney proprio per una storia a sfondo natalizio del 1947,  Il Natale di Paperino su monte Orso. Non meno importante , anzi direi decisivo, è il fatto che, per caratterizzare il coriaceo consanguineo di Paperino, il cartoonist scelga d’ispirarsi all’Ebenezer Scrooge di Charles Dickens. Un rimando al protagonista de Il Canto di Natale che Barks rende esplicito sin dalle prime vignette,  battezzando l’arci-fanta-mega-multi-miliardario Scrooge McDuck.

Paperone Scrooge Mcduck

Il canto di Paperone

Il piccolo, meraviglioso, corto circuito dell’immaginario si compie, poi, a livello caratteriale: l’Uncle Scrooge papero eredita dallo Scrooge umano l’avarizia e la misoginia (o per meglio dire la paperoginia), oltre che la ritrosia per il Natale. Una replica talmente fedele, che Paperone si è poi ritrovato a interpretare in maniera memorabile la “parte” di Ebenezer sia nella parodia a fumetti (Canto di Natale di Guido Martina e José Colomer Fonts,  1982)  sia in quella cartoonesca (Il canto di Natale di Topolino, regia di Burny Mattinson, 1983).

L’avarizia è rimasta una peculiarità del personaggio, anche se nella sua carriera ultrasessantennale tra fumetti e cartoon, De’ Paperoni ha in parte smussato, o per meglio dire, “politicamente” corretto questo lato del carattere. Vale in questo senso, quello che scriveva qualche anno fa Dino Buzzati (Prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni):

Paperon de’ Paperoni, pur essendo il re degli arpagoni, non è arido come Scrooge. Crudele magari, ma non arido. È capace di soffrire, è capace di piangere, e quando piange (per la perdita di un soldo) fa pena come un bambino maltrattato. Inoltre ha l’ambivalenza, l’ambiguità anche, la volubilità di tutti noi uomini. Felice e infelice nello stesso tempo, furbissimo e ingenuo, impassibile e collerico, coraggioso e vigliacco. È un personaggio vivo, insomma, persuasivo, simile a tanti di noi.

Insomma, l’avarizia che rende repellente lo Scrooge iniziale del Canto diventa attraente, e dunque accettabile, in de’ Paperoni, attraverso la retorica del paradosso e dell’eccesso fisico. Paperone ha una relazione materiale con l’oggetto del suo desiderio, il denaro.  A ben vedere il suo più che capitalismo è feticismo: non accumula oro per spenderlo,  ma per farci semplicemente  dei bagni!

Paperone 3

Paperone il “numero uno”

Per altri versi, l’avarizia di Paperone rappresenta l’epifania di quella scroogesca perché, nella sua inveterata lotta contro ogni sperpero, il miliardario di Paperopoli pratica l’accumulo economico in una accezione positiva – accettabile anche per la morale cristiana  – ovvero il risparmio.

La sua epopea – splendidamente raccontata in vignetta prima da Carl Barks e poi da Don Rosa – è quella di un tipico immigrato (scozzese) alla conquista dell’America e del benessere. Prima negli Stati Uniti nel New Deal e, poi, nell’Europa della ricostruzione, Scrooge McDuck ha rappresentato il mito del self made duck in grado di costruire la sua fortuna economica centesimo dopo centesimo.

Come ha acutamente analizzato Mattia Del Core proprio sulle pagine de Lo Spazio Bianco c’è in Paperone un rapporto intimo tra ricchezza e memoria – e aggiungerei tra memoria e identità – a partire dal leggendario primo cent (la “numero uno”) guadagnato in Klondike:

Ogni moneta rimanda a un’avventura e si fa traccia semantica capace di superare il confine del tempo; e, tutte insieme, ecco che quelle monete costituiscono la sua intera esistenza. Perché Paperone è le monete che ha guadagnato, e le monete a loro volta definiscono Paperone.

Paperone contro RockerTrump

Non è un caso, che il personaggio  abbia trovato negli autori Disney di casa nostra, molti abili cantori a partire dagli anni Cinquanta. In particolare Guido Martina, il decano degli sceneggiatori italiani, ha reso le fisime risparmiatorie di Paperone un simulacro di una intera generazione di italiani anziani, nonni e zii di coloro che sono cresciuti leggendo le sue avventure sul settimanale “Topolino”.

Chi non ha avuto un parente prossimo di una certa età, pronto a ricordargli i sacrifici fatti in tempi di guerra, aggirandosi per le stanze di casa a spegnere luci, per non “sprecare”? Paperone è stato il loro giusto campione, trasformando l’avarizia da peccato capitale in peccatuccio veniale e, da peccatuccio, in forma di intelligenza.

Spesso le sue abilità risparmiatorie sono proprio l’arma paradossale attraverso cui trarsi d’impaccio nelle situazioni più difficili.  E’ emblematico che in molte di queste avventure – almeno quelle prodotte in Italia – gli sia stato contrapposto l’alter ego Rockerduck, uno “spendi e spandi” più finanziere creativo (come direbbe Tremonti)  che imprenditore, convinto che con il denaro si possa comprare tutto.

Paperone 4

La lotta tra Paperone e Rockerduck rappresenta una surreale metafora delle due facce del capitalismo, quella “bianca” costruttrice di ricchezza dei capitani d’industria alla Ford, contrapposta a quella “nera” sperperatrice di risorse dei finanzieri alla Soros o immobiliaristi alla Trump.

Paperone vince sempre nel confronto con il rivale perché lascia dietro di se imprese epiche, prima ancora che economiche.  Si tratti della corsa all’oro, nel gelido Klondike, o di costruire un ponte di corallo sullo stretto di Messina, ciò che lo guida è il gusto della sfida intellettuale.

Per paradosso, potremmo dire che il denaro non conta davvero e non ha mai contato per Paperone. O meglio lo conta, solo per accertarsi che non scenda sotto i livelli di guardia necessari a un buon bagno ristoratore tra le monete del Deposito, prima di ripartire per nuove imprese e nuove avventure. In fondo la sua vera ricchezza è tutta lì.

Paperone 5