Superman

Superman, Super… Ban

La battuta migliore su Superman la tirò fuori il Presidente Barack Obama, nel 2011, nel pieno delle polemiche sulla sua (presunta) nascita in Kenya:

Contrariamente alle voci che avete ascoltato non sono nato in una mangiatoia. Sono nato su  Krypton e inviato qui da mio padre, Jor-el, per salvare il Pianeta Terra.

Superman Obama

Era un modo per scherzare sul cosiddetto “birtherism”, il movimento ideologico, costituito dalle frange più estreme della destra repubblicana – con in testa proprio Donald Trump – impegnate a sostenere che Obama era un presidente illegittimo perché non nato negli Usa, come richiede la legge americana.

Da buon lettore di comic book, Obama apparentava le calunnie sulla sua origine alle vicende di Superman, mito fumettistico a stelle e strisce, personaggio emblema della cultura USA, che però americano non è in senso stretto, perché nato su un altro pianeta.

Un (ironico) paradosso su cui in queste ore, nel pieno del dibattito politico e sociale sull’ #muslimban del Presidente Trump, si può tornare. In fondo il trovatello di Smalville è un immigrato dall’ambiguo statuto, un refugee ante litteram cui, a dar retta agli anatemi ultra-rep, Pà e Mamma Kent avrebbero dovuto dare il benservito invece che vitto e alloggio, come  suggerisce questa vignetta satirica…

Superman

La boutade lascia il tempo che trova, ovvio, le questioni suscitate dall’atto esecutivo del Presidente degli Stati Uniti sono di ben altro spessore.  Ma qui ci occupiamo di fumetti ed è interessante notare come la contraddizione tra natura aliena e identità americana sia uno dei filoni più produttivi delle storie dell’uomo d’acciaio. Ci dice molto della sua mitologia, ma ci suggerisce qualcosa di importante anche sul legame tra linguaggi del fumetto e cultura americana.

Super Puritan

Quando, alla fine degli anni Trenta, il personaggio arriva nei chioschi americani, l’origine aliena è niente di meno e niente di più che l’evento scatenante dei suoi poteri straordinari. L’orfano di Krypton diventa il 1° supereroe terrestre  grazie all’influenza del nostro Sole: tra il piccolo Kal-EL e il giovane Clark c’è piena continuità, l’umano diventa il punto d’approdo positivo della sua diversità aliena.

Superman

Un concept in cui il sociologo Arthur Asa-Berger (nel saggio Manufacturing Desire: Media, Popular Culture, and Everyday Life ) intravede un parallelo con le origini degli Stati Uniti stessi. Il viaggio del piccolo profugo su una navetta interplanetaria dal morente Krypton alla vitale Terra ricorda il viaggio dei “padri pellegrini” dalle miserie del vecchio continente alle speranze del nuovo mondo.  Asa-Berger, peraltro, va anche oltre suggerendo un audace metafora: il pericolo rappresentato dalla kryptonite per Superman (retaggio del vecchio mondo) coinciderebbe con le diffidenze dei “Puritani”  nei confronti dei vecchi valori della cultura europea, vista come un limite all’affermazione di una cultura autoctona delle ex colonie britanniche.

Un’interpretazione conservativa della fabula  di Superman che si riflette nella celeberrima analisi sociosemiotica di Umberto Eco: il Superuomo difensore dello status quo, il guardiano della proprietà privata, diventa il campione di un paese che sta codificando i suoi valori nella nascente american way of life.  Tutta roba che all’attuale inquilino della Casa Bianca probabilmente non dispiacerebbe. Ma che non esaurisce le valenze del (super)uomo di Metropolis.

Super Immigrant

Come non considerare, ad esempio, quanto  l’origine “straniera” di Superman finisca per accomunarlo a tanti milioni di lettori immigrati dell’epoca? Nel Kal-El che i genitori adottivi ribattezzano Clark, si riflette al fondo il destino di tanti naturalizzati che hanno fatto le fortune degli USA, americanizzando nomi e cognomi.

Superman

Non bisogna scomodare i classici della sociologia del fumetto per ricordare come, fin dagli esordi sui quotidiani americani, il fumetto si sia caratterizzato negli Stati Uniti come il medium  prediletto (assieme al cinema) dalle masse di newcomer che arrivavano dall’Europa e dal mondo.

È facile intuire quanto persone scarsamente alfabetizzate potessero trovare, prima nei funnies e poi nei comics d’avventura¸ un portale accessibile alla lingua e alla cultura del nuovo paese. Al tempo stesso, i fumetti si dimostrano il medium adatto a integrare i sogni e le aspirazioni degli ultimi arrivati. Tra i  cartoonist dell’epoca troviamo molti immigrati o figli d’immigrati, come gli stessi autori di Superman Joe Shuster and Jerry Siegel.

Superman rappresenta la proiezione fantasmatica di una nazione che, da un certo punto in poi della sua storia, ha scelto di raccontarsi come un “melting pot”, un crogiolo di culture e istanze diverse. Certo, la controstoria degli States – quella che, raramente, nei fumetti di supereroi  fa capolino – è fatta di violenze inaudite, altro che sereno crogiolo (dal massacro dei nativi alla schiavitù, etc.).

Ma, a ben vedere, è un limite che possiamo imputare a qualsiasi racconto mainstream che per forza di cose rivolgendosi a un pubblico vasto, fonda le sue formule espressive sul già detto e sui valori dominanti.  E, d’altro canto, le frequenti riscritture – i cosiddetti reboot – cui è andato incontro il personaggio nei successivi decenni, danno anche la dimensione evolutiva della fabula, ovvero la sua capacità di cambiare assieme all’America.

Super American

La più convincente riscrittura di Superman, nonostante abbia appena celebrato il trentennale, resta Man of steel (1986) di John Byrne. Al tema dell’identità aliena/americana, Byrne ha dedicato uno dei capitoli più belli e sentiti della miniserie. Quando, il ricchissimo Lex Luthor, dal fulvo e improbabile riporto di capelli (ehm…), manipola l’opinione pubblica mettendo in guardia sui pericoli che la natura aliena di Superman può provocare all’umanità, il primo a mettersi in discussione è lo stesso Clark. Solo nella conclusione dell’albo, l’Uomo d’acciaio trova piena consapevolezza in una dichiarazione  programmatica che, se vogliamo, è anche un’attestazione di poetica da parte di Byrne:

Sono nato su Krypton ma è stata la Terra a fare di me quello che sono.

Inutile sottolineare agli aficionados dell’azzurrone, come sempre nello stesso anno, Frank Miller in The dark Knight return racconti all’opposto Superman (contrapponendolo al vecchio Batman) come il baluardo del reaganismo più retrivo, il fedele cane guardia del potere presidenziale.

Superman

La distanza tra le due interpretazioni rappresenta una conferma di come il mito dell’uomo d’acciaio sia capace di accogliere nel blu e rosso del suo costume tutti i variegati valori, conservatori e progressisti,  Star & Stripes. I due volti di Superman, “Terrestre” VS “Alieno”, rappresentano le diverse anime dell’America che hanno sempre convissuto nel dibattito civile del paese tra puritanesimo e multiculturalismo.

Si tratta di sensibilità diverse che tagliano trasversalmente gli schieramenti politici “Rep”/“Dem” e che rappresentano le differenti aree sociali e culturali dell’America: il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest, gli stati costieri e quelli dell’interno, le grande aree rurali e i distretti industriali. Kal-El/Clark è anche in questo personaggio emblematico: nasce “all’estero”, cresce in provincia – la piccola, quieta, Smalville –  ma si afferma nella grande, caotica, città di Metropolis

American is not enough

Il mandato originale assegnatogli dal padre – quello naturale, Jor-El, quello putativo Jonathan Kent, e mettiamoci pure quelli espressivi Jerry Siegel e Joe Shuster – non prevede diversità di credo, razza o livello sociale. Egli è

Campione degli oppressi. La meraviglia vivente che ha giurato di dedicare la propria esistenza a chiunque fosse in difficoltà.

Come recitava lo slogan del suo esordio su “Action Comics” nel 1938 e come hanno continuato a raccontare le sue storie per quasi 90 anni. Ed oggi? Nell’America etnofobica e post- fattuale di Donald Trump c’è ancora spazio per un eroe “per tutti gli americani”? Difficile dirlo.

Superman

C’è una storia del 2011 di Paul Cornell e Pete Woods che, anche se poco  riuscita dal punto di vista espressivo,  sembra quasi preconizzare il dilemma attuale degli  States e del personaggio. In #actioncomics 900, Superman – impegnato in Medioriente – arriva a rinunciare alla cittadinanza americana perché

Verità, giustizia e “American way”…Non è più sufficiente.

Come dire che la battaglia per il bene si è spostata altrove, che gli ideali su cui si basa la fiaba dell’uomo d’acciaio non hanno più passaporto, ammesso che  ce l’abbiano mai avuto. O forse, più semplicemente, che non è stato ancora costruito il muro in grado di fermare il super-immigrato di Krypton.