Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog – seconda parte

Dopo aver analizzato il contributo di Tiziano Sclavi a Zagor, importante ma non rivoluzionario, vediamo come le sue sceneggiature per Mister No siano più sperimentali e vi si colgono in...
Articolo aggiornato il 28/12/2015

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Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog – prima parte
Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog – seconda parte

 

Le sperimentazioni misternoiane

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
#90 – disegni di

Con Mister No le possibilità di Sclavi si moltiplicano.
Come in Zagor, anche in Mister No ci sono azione, avventura, horror ma inseriti in una dimensione più realistica. Il protagonista non è un supereroe in maglietta e scure, ma un mediocre ex soldato statunitense della Seconda Guerra Mondiale, ora irresponsabile pilota di piper. È un ubriacone, amante delle belle donne, un uomo che si accontenta di vivere con poco, circondato da un ambiente privo di tecnologia.
La dimensione storico-geografica smette di essere approssimativa: siamo a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, in Amazzonia, precisamente a Manaus e Belém, anche se le sue avventure non sono limitate al Brasile, e nemmeno al continente americano.

Mister No è un anti-eroe nelle sue scelte e nello stile di vita, ma è fondamentalmente un buono. Sempre polemico (“Sangue di giuda” e “Per l’animaccia mia” sono le sue tipiche imprecazioni), non riesce a tenersi fuori dai guai, anche se spesso sono i guai ad andare da lui, e non può che cercare di cavarsela, non sempre egregiamente, c’è da dire. È un personaggio con il quale è facile immedesimarsi, e nella sua ingenuità, nel suo ribellarsi alle ingiustizie, nel suo altruismo risulta profondamente umano e più “vivo” di Zagor. Ha, inoltre, una spiccata vena ironica e la capacità di non prendersi mai troppo sul serio, caratteristiche che rendono le sue storie leggere e scorrevoli.

Quando giunge a Mister No, il fumetto è in edicola già da sette anni con all’attivo 90 numeri, a cura di Nolitta prima e Castelli poi. È lecito pensare che i due sceneggiatori abbiano già coperto ampiamente il tema avventuroso-realistico, e forse anche per questo il contributo sclaviano alla sceneggiatura di Mister No tende al fantastico-orrorifico. La prima storia, “Gli occhi del mostro”/”Ananga!”, per esempio, ha a che fare con presenze sovrannaturali, reincarnazioni e allucinazioni. La struttura della pagina è molto più libera rispetto a Zagor, con frequenti modificazioni nella disposizione e nel numero delle vignette. In più momenti ci si rende conto di come sia il contenuto a determinare la forma e non viceversa. La storia è densa, si sviluppa mantenendosi in equilibrio tra il rispetto della tradizione e l’abilità innovativa. Precisa e ricca di particolari è l’ambientazione, con scorci della foresta amazzonica molto suggestivi (un elemento tipico ripreso dalle sceneggiature nolittiane). D’altro canto la presenza dell’uomo, e di Mister No soprattutto, è evidente e marcata. I personaggi sono catturati nelle loro reazioni psico-fisiche, con un’attenzione al dettaglio facciale che Fabio Civitelli rende con una forza eccezionale.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #90, disegni di Fabio Civitelli

Il suo tratto deciso, marcato e accattivante aggiunge profondità psicologica al protagonista, nel suo essere scanzonato, stupito, impaurito, disperato, risoluto, sconsolato. “Ananga (1) , con il suo rincorrersi di ricordi e allucinazioni, sviluppa l’azione in modo concentrico, con un procedimento simile a quello che Sclavi adopererà in Dylan Dog. In tutti questi casi il lettore, coinvolto e spaesato al tempo stesso, arriva alla fine della storia con un senso di irrisolto, da un lato intuendo la logicità (secondo i parametri del fumetto horror/fantastico) della conclusione e dall’altra arrendendosi al fatto che non tutto possa essere compreso.

Simile impianto narrativo lo vediamo in “La casa di Satana” (con disegni di Bruno Marraffa), in cui Mister No si trova immischiato in una storia di poteri paranormali, complotti della CIA e verità scomode. Qui il mistero e la maledizione legati al personaggio principale presentano un risvolto fortemente sociale. Sclavi pone al centro della sceneggiatura il contrasto tra l’uomo bianco sfruttatore e l’indigeno sfruttato e nel finale si assiste ad una sorta di contrappasso, in cui i cattivi che hanno osato sfidare le forze occulte a cui sono devote le tribù indie vengono sconfitti da esse. Con un movimento fluido, senza strappi narrativi, la denuncia di stampo sociale si fonde con il dettaglio splatter. Più che in altri casi, “La casa di Satana” ha a che fare con sangue e materia organica che imbrattano le pagine e danno un tocco decisamente pulp al fumetto.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #105 – disegni di Bruno Marraffa

Immancabili, poi, i morti viventi da fumetto horror, che non rappresentano tuttavia un pericolo per il protagonista, poiché ancora una volta il risvolto sociale della vicenda è più significativo rispetto al dettaglio spaventoso in sé, e quello che il lettore prova non è tanto paura o terrore di fronte ai redivivi, ma pietà per la loro sorte, ingiustamente uccisi dall’avarizia e dalla superbia del bianco sfruttatore.

Il pensiero di Sclavi non pare scevro da considerazioni di carattere profondo, siano esse sociali o psicologiche. Una storia di particolare interesse è “Ufo”, in cui sul genere sci-fi avventuroso si innesta un lungo momento di ironico scambio tra Mister No e un astronauta russo. Il tutto sospeso in un’atmosfera che chiamare poetica non è esagerato (e l’abilità di Civitelli nel chiaroscuro e nel puntinato è un vero e proprio valore aggiunto). La poesia è generata dallo sguardo assorto e meditativo dell’uomo nei confronti della natura, una natura che nella sua maestosità, nella sua immutevolezza lo lascia senza parole, incapace di comprenderne la vera essenza. Questa è la sensazione che emerge dalle pagine del fumetto, specialmente da quelle paesaggistiche notturne e da quelle spaziali.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #107 – disegni di Fabio Civitelli

Gli scuri intensi, punteggiati dal bianco candido delle stelle, aprono il fumetto effondendo un’aura di presagio e magia. Il cielo e la terra sono in completa sintonia, come in una partitura musicale che si estende in orizzontale (il cielo, il bagliore, le chiome, il fiume), ed è intervallata in verticale (il piper, i tronchi degli alberi, il riflesso sull’acqua). La simmetria è talmente calibrata che l’elemento umano risulta perfettamente integrato nell’ambiente, tanto che il veivolo non sembra turbare minimamente il paesaggio – segno ulteriore dell’integrazione del “gringo” nell’Amazonas.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #107 – disegni di Fabio Civitelli

Eppure qualcosa arriva a rompere l’armonia. Mentre sta sorvolando la foresta amazzonica, il piper di Mister No viene colpito e si schianta tra gli alberi. Il nostro si salva, ma è sfortunatamente catturato da una tribù di indigeni che compie strani riti su di lui, provocandogli allucinazioni.
È un Mister No in una versione decisamente inconsueta, fuori da se stesso, sospeso nell’immensità della sua mente e dello spazio. Solo l’intervento di un astronauta russo, Arkady, la cui navicella è stata colpita da un oggetto volante non meglio identificato, gli permetterà di sfuggire agli indigeni, solo per ritrovarsi barricato nella navicella russa senza possibilità di scampo, circondato dai fuochi e dalle armi dei nemici. All’interno del piccolo spazio, americano e russo appianano le loro divergenze politiche in un battibecco che, a partire dagli stereotipi, diventa una professione d’amicizia e rispetto reciproci. La dimensione poetica è spezzata dall’ironia dei loro dialoghi, ma torna con forza non appena lo sguardo si sposta all’esterno: nelle tenebre i dettagli si confondano e i fuochi degli indigeni accampati assumono la forma di stelle luminose. La stasi non dura, tuttavia, a lungo. Saranno Esse-Esse e i russi a salvare la situazione, nonostante né Mister No né Arkady arrivino a capire cosa abbia provocato la caduta dello shuttle.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #107 – disegni di Fabio Civitelli

I titoli “Ufo” e “Alien!” lasciano poco spazio all’immaginazione, ma Tiziano Sclavi costruisce una storia tutta giocata sulla sorpresa, in cui nulla è ciò che appare a prima vista. La mano nera della vignetta a fianco è chiaramente una scimmia, tuttavia c’è qualcosa che non quadra. Reminiscenze cinematografiche forse? A questo livello del racconto, il lettore non sa ancora cosa aspettarsi. Il colpo di scena fantascientifico sembra nascondersi in ogni pagina, per poi tradire le aspettative ogni volta. La sagoma nera che si staglia minacciosa sugli indigeni e su Mister No è forse un alieno? La soluzione è paradossalmente molto meno fantastica: si tratta dell’ombra proiettata dalla tuta spaziale di Arkady, caduto nella foresta (2) . Però è chiaramente un UFO quel bagliore che appare nel cielo. Oppure…?
Come nel caso precedente, Sclavi “inganna” il lettore, mostrandogli una realtà che non ha nulla di fantascientifico, benché il finale sia dietro l’angolo e la sorpresa in agguato. Con un escamotage comune in Dylan Dog, anche in questa storia sono le ultime due, tre pagine del fumetto che da una parte fanno quadrare i conti, dall’altra danno adito a speculazioni che la parola “Fine” non mette a tacere. I cerchi nel grano che si vedono alla fine, chi li ha fatti? E chi è l’essere che vediamo muoversi nella foresta, che afferma di essere in grado di ricomporre la materia disgregata ma non di tornare a casa? Da dove viene? Cosa gli succederà? Domande senza risposta, che rivelano il gusto dello sceneggiatore per i finali aperti, quasi ad enfatizzare la dimensione aleatoria delle questioni fondamentali della vita.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #108 – disegni di Fabio Civitelli

Innegabile poi la tendenza al citazionismo (poiché l’alieno del titolo è chiaramente riconducibile a E.T., blockbuster di Spielberg uscito solo un paio d’anni prima). Il predominio degli elementi fantastici nelle sue trame non deve distrarre l’attenzione dall’effettiva presenza di fattori legati alla contemporaneità politica e sociale. In “Alien!” il dialogo tra lo yankee e il russo prende una piega “politica”, quando Arkady spiega a Mister No che «Stati Uniti è cattivo capitalista, Unione Sovietica è buono socialista. Nemici, tu capisce?». Il botta e risposta si fonda inizialmente sugli stereotipi (siamo nell’84, il clima da guerra fredda è ancora ben presente), le incomprensioni linguistiche e la reciproca negoziazione di significati. Pur mantenendo le proprie posizioni, Mister No adatta il pensiero al compagno russo, mostrandosi disponibile a cedere su alcune posizioni in nome di un superiore rispetto per l’uomo, indipendentemente dalla sua cultura e dalle sue idee. È un inno alla comprensione, alla tolleranza e all’empatia nei confronti dell’altro.

L’altro, il “diverso”, può manifestarsi nella forma di “straniero” e provocare un senso di alienazione a carattere linguistico – in “Ufo” il linguaggio degli indios e il russo parlato da Arkady, quando non presentano traduzione, generano nel lettore uno spaesamento analogo a quello provato da Mister No; ma il “diverso” può anche prendere la forma del “mostro”, spesso parto della mente umana più che prodotto di una realtà paranormale. Nel Mister No sclaviano esistono “mostri” paranormali, come Ananga, ma soprattutto “mostri” umani, donne e uomini deformi la cui diversità li esclude dalla società, segregandoli letteralmente ai confini della civiltà.

E sono proprio dei freaks i protagonisti dell’ultima sceneggiatura scritta da Sclavi per Mister No, tra il novembre e il dicembre del 1986; Dylan Dog n.1 “L’alba dei morti viventi” esce a ottobre dello stesso anno. L’influsso del nuovo fumetto dell’orrore si fa più riconoscibile in quest’ultima storia, che si focalizza sui temi maggiormente cari a Sclavi: il freak, il rapporto tra realtà e apparenza, la maschera, il dettaglio horror/splatter. La mostruosità vera è quella che si cela dietro la faccia pulita dell’uomo normale, mentre l’apparente “mostro” nasconde una sensibilità e una purezza superiori. Sclavi stesso afferma:

[…] mi sono sempre identificato nei mostri, nei freaks, e ho sempre pianto per alcuni miei film mitici: Freaks di Tod Browning appunto, The Elephant Man… queste robe qui… ecco, La mosca di Cronenberg, cioè la storia della mia vita! Senz’altro è anche una maniera di stare dalla parte della minoranza, perché io ho sempre tenuto per la squadra che perde, per il più debole insomma.

L’altro sono io. Cinque domande a Tiziano Sclavi, di Andrea Negri per griseldaonline.it

Già dalla prime pagine il lettore è portato ad affrontare questioni psicologiche e sociali, in un gioco di specchi pirandelliano che, attraverso l’espediente della maschera, svela l’inautenticità dell’apparenza. Gli unici personaggi che presentano identità tra volto e maschera (il “re dei matti”, ovvero un freak alla Quasimodo, e un indigeno) sono dei reietti, membri di gruppi ai margini della società, e proprio per questo dotati di una conoscenza del mondo primitiva e autentica, che li avvicina all’essenza delle cose.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #138 – disegni di Franco Bignotti
Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #139 – disegni di Franco Bignotti

L’indigeno che indossa la maschera tradizionale del suo popolo mentre gira per le strade di Manaus può forse apparire un folle, ma è solo una questione di prospettiva. Egli stesso afferma: «Io sapevo, ma ora io so ancora di più: uomini bianchi è pazzi. Meglio che io mette maschera. Maschera protegge da spiriti della follia, qui ce n’è tanti, di loro». La presenza dei freak non è un puro divertissement: la loro condizione è trattata senza stereotipizzazioni, nel tentativo di comprenderne la vita e il dramma. A pagina 66 dell’albo n. 138 si legge:

Ai margini di molte città del mondo, sorgono altre città, fatte di baracche, di tende, di case che sprofondano nel fango. In Brasile hanno un nome dolcissimo: favelas. Ce ne sono dappertutto, non solo a Rio, ma anche a Salvador, a Bahia, a Recife, a Manaus. Sono i bassifondi, dove la gente vive in condizioni tremende. Non c’è acqua corrente, non ci sono fognature, nessun servizio sanitario. Le catapecchie, costruite con casse da imballaggio, cartone, lamiera ondulata, sono quasi sempre composte da una sola, piccola stanza. Rifugi miserabili di una umanità esclusa dalla vita civile, una umanità di poveri, di reietti, di dannati … di uomini e donne senza speranza, tra i quali quegli esseri infelici, diversi e strani che la gente chiama mostri, quasi non si distinguono neppure.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #139 – disegni di Franco Bignotti

L’abito non fa il monaco, e mai come in questo caso il proverbio viene seguito alla lettera. Il vero mostro in questo fumetto si nasconde dietro il bel volto del prestigiatore Hel, il vero pazzo, e l’unico che pur non indossando una maschera fisica, ne porta una ben più invasiva e pericolosa. Quello che Mister No scopre nelle favelas sarà proprio la degenerazione della follia di Hel, un esperimento ai limiti del macabro che riporta nel fumetto le influenze del body horror sperimentato in film come La mosca di Cronenberg (gennaio 1986) e le derive fantascientifiche di romanzi come Cervello di Robert Cook (1981), in cui «si ipotizza appunto la creazione di un “supercervello”, ottenuto collegando il computer con la mente umana…». È lo sceneggiatore stesso a seminare il germe del dubbio, chiedendosi se la macchina infernale costruita da Hel fosse il primo prototipo di computer, e lasciando in sospeso la questione.

Con le sue storie, Sclavi sancisce il fallimento del finale consolatorio alla Zagor, portando nel fumetto popolare riflessioni che lo trascendono, scenari al limite tra fantasia e realtà che interrogano la comprensione del mondo del lettore stesso.

Volendo tirare le somme della prima produzione sclaviana, si potrebbe affermare che lo sceneggiatore abbia utilizzato la collaborazione per Zagor prima e Mister No poi come banco di prova per la creazione del suo Dylan Dog. Gli elementi di contatto tra la prima  e la seconda produzione sono molteplici:

  • interesse per il racconto horror/fantasy;
  • accentuazione delle reazioni psicologiche dei personaggi principali e sviluppo emotivo;
  • prevalenza di finali aperti e ambiguità interpretativa;
  • tendenza al citazionismo e al gioco meta-letterario.

Eppure liquidare le sceneggiature bonelliane pre-dilandoghiane come esperimenti fantastici sarebbe riduttivo e ingiusto nei confronti di uno scrittore che ha affermato:

Anche in Mister No c’era ampio spazio per il fantastico, e anche qui ero più soddisfatto se invece riuscivo a costruire storie più “realistiche” (sempre entro certi limiti), come per esempio quella di “Ombre Rosse”.

“Darkwood Fermo Posta” di TuttoZagor n. 185 (1996)

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #107 – disegni di Roberto Diso

Con la storia in questione torniamo indietro di un paio d’anni, al 1984. Disegnata da Diso, “Ombre Rosse” ha un impianto realistico che risalta ancora di più considerando che segue “La casa di Satana”, decisamente horror, e precede “Ufo”, più fantascientifico – e, inoltre, è la prima delle sceneggiature di Sclavi a essere riconosciuta come tale nei credits. La scena iniziale vede Mister No in Arizona nel 1950, all’interno di una diligenza assaltata dagli indiani apache. Solo a pagina 12, dopo diverse vignette puramente visive, ci si rende conto che il pilota sta rievocando un’esperienza passata. L’omaggio al cinema western è uno degli elementi chiave della vicenda: dalle citazioni esplicite («Che storia vi sto raccontando? Bah, non lo so neanch’io…Comunque vi posso giurare che è cominciata proprio così, in puro stile Ombre Rosse»), all’uso della colonna sonora come accompagnamento (per esempio il testo di Cowboy’s Dream funge da raccordo tra il flashback iniziale e il presente in cui Mister No racconta, mentre il tema di Lucky Luke chiude la vicenda), alla creazione di un’atmosfera texwilleriana/fordiana, nessun dettaglio in “Ombre rosse” è lasciato al caso.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #105 – disegni di Franco Bignotti

Tra personaggi svitati e situazioni tragicomiche, il pilota si scopre ben presto implicato in una vicenda di odio familiare, avidità e sete di denaro, in cui il colpevole verrà svelato solo alla fine, come nel più tradizionale dei gialli alla Agatha Christie. Il nostro Mister No, da pilota di piper nella foresta amazzonica, si trasforma in detective dilettante sullo sfondo di un West fittizio, senza tuttavia perdere la sua caratterizzazione. La storia rimane un unicum il cui successo deriva dall’impianto studiatissimo, dalla fitta trama di citazioni e dalla chiave ironica in cui molte scene vengono risolte.

Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog - seconda parte
Mister No #106 – disegni di Franco Bignotti

“Ombre Rosse” è una prova di virtuosismo sia da parte di Sclavi sia da parte di Roberto Diso, disegnatore storico di Mister No che nel 2003 approda a Tex. Il citazionismo, tipico della letteratura post-moderna, non viene sfruttato sistematicamente nell’ambito del fumetto popolare se non a partire da Dylan Dog, ma il procedimento è già presente (e non solo in nuce) anche in questa storia. Basti pensare che quasi ogni personaggio possiede il volto riconoscibile degli attori di Ombre Rosse, ma anche di John Ford e Ronald Reagan, e molte situazioni rimandano ad altrettante scene di film western (da Mezzogiorno di fuoco al Il mondo dei robot). Sclavi è qui consapevole dei topoi di questo genere cinematografico, e stimola i suoi lettori a partecipare al gioco e a cogliere i più o meno visibili riferimenti ad un orizzonte culturale condiviso.

Conclusione

Tutte queste opere mostrano un Tiziano Sclavi attento alle possibilità del fumetto popolare, all’interno del quale si crea uno spazio d’azione personale. Il suo è un tocco riconoscibile, sia nella predilezione per le storie dell’orrore, sia nel citazionismo, sia nella sempre presente tematica sociale.

Le sceneggiature per Zagor e Mister No tracciano un percorso evolutivo che sfocia in Dylan Dog, ma rappresentano altrettanti punti di innovazione anche in un’analisi svincolata da considerazioni a posteriori.
La sfida al lettore a individuare le citazioni e a riflettere sulle questioni sociali, psicologiche, addirittura filosofiche messe sul piatto, diventa un espediente che Sclavi adopera per stabilire un rapporto stretto con il suo pubblico, il quale gradualmente sa cosa aspettarsi e trova stimolante vedere come egli riesca a declinare i suoi stilemi in modi sempre nuovi.

Tiziano Sclavi, in definitiva, non è un autore che ambisce a dare risposte ma piuttosto a porre interrogativi, anche molto profondi, sulla finalità dell’esistenza umana e del suo svolgersi.

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Sclavi prima di Sclavi: la carriera Bonelli prima di Dylan Dog – seconda parte


Note:
  1. Lo spirito malvagio ritorna in Dylan Dog nn. 133-134 “Ananga!” e “L’urlo del giaguaro” (ottobre-novembre 1997) con disegni di Giovanni Freghieri 

  2. La figura dell’astronauta venuto dal nulla non può non far tornare alla mente la metafisica storia di Crepax “Riflesso” del 1979 

1 Commento

1 Commento

  1. Fra X

    28 settembre 2016 a 23:42

    “si sviluppa mantenendosi in equilibrio tra il rispetto della tradizione e l’abilità innovativa. ”

    Quoto! Sebbene vi siano tocchi sclaviani come la prospettiva del mostro e un tocco di umorismo verbale al commissariato, questa storia secondo me ha un’ impronta classica. Rispetto a Zagor effettivamente Sclavi sembra prendersi (o gli danno?) più libertà. Se in “Ananga”, “Giungla” e “Alien” l’ impianto narrativo è più stabile, ne “Il fantasma dell’ opera” e le altre storie citate il genio ed i tocchi bizzarri dell’ autore hanno libero sfogo! XD A volte secondo me eccedendo. Infatti trovo “L diabolica invenzione” una bizzarria a tratti indigesta XD dove il maggior tocco è dato dall’ indios. Ne LCDS un altro po poi secondo me se si mette, con le dovute modifiche, DD al posto di MN non combia tanto. XD Giudico “Alien” una delle più belle storie di Jerry comunque. ^^

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