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Rubber Flesh, il Black Mirror di carne e plastica

Rubber Flesh, il Black Mirror di carne e plastica
Miguel Ángel Martín, l’autore spagnolo di Brian the Brain ed altri fumetti disturbanti, torna in Italia con questo complesso affresco di un inquietante futuro di cyberpunk estremo, totalmente inadatto ai deboli di cuore.

Rubber Flesh, il Black Mirror di carne e plastica

Il fumettista spagnolo Miguel Ángel Martín è uno degli autori più controversi, e quindi più interessanti, del fumetto mondiale. L’esordio avviene verso la metà degli anni ’80, ma la fama giunge con Brian the Brain (1990-1993), disturbante fumetto su un bambino dotato di poteri psichici da una orrenda mutazione. Un tema all’apparenza simile a molto fumetto supereroico, ma sviluppato approfondendo (a pochi anni dalla catastrofe di Chernobyl, del 1986) tutti gli aspetti più sgradevoli del tema della mutazione, dagli aspetti fisici allo spietato isolamento sociale che colpisce il ragazzo. Il suo Psychopatia Sexualis (1995), atroce nei temi ma tutt’altro che compiaciuto, fu oggetto poi di una censura italiana ricostruita in questo nostro articolo.

Questo Rubber Flesh (1993) ha più di un punto di raccordo con Brian the Brain, di cui è coevo, a partire da un consistente cameo del celebre personaggio all’interno della storia. Se quindi il fumetto di Brian indagava i possibili orrori derivanti dalle sperimentazioni selvagge delle multinazionali della genetica, Rubber Flesh va ad analizzare con lo stesso taglio i possibili sviluppi della cibernetica, dell’interazione diretta mind-machine tramite l’uso di “chip neurali” passati nel corso del tempo dalle anticipazioni del cyberpunk negli anni ’80 al discorso dell’attuale “complottismo di massa”, che fa di questi elementi uno dei punti delle loro battaglie.

Rubber Flesh, il Black Mirror di carne e plastica

Il fumetto di Martín si colloca maggiormente nei pressi del cyberpunk originario, la cui esperienza era da poco stata dichiarata conclusa dai padri fondatori Gibson e Sterling, con il romanzo La macchina della realtà (1990) che inaugurava – provocatoriamente – lo steampunk.

Rispetto a Brian the Brain il fumetto è da principio meno angosciante, in quanto nelle prime fasi non coinvolge minori come vittime degli inquietanti esperimenti al centro della storia. Dopo aver subito un incidente, Monika Ledesma, programmatrice di una multinazionale in un esasperato futuro cyberpunk, si ritrova con un corpo di biosilicone, un composto capace di autorigenerarsi e interfacciarsi al meglio con la tecnologia (la “rubber flesh”, “carne di plastica”, del titolo). Per questo molte differenti forze in gioco ambiscono a ucciderla o controllarla.

Ma se all’inizio la carica di violenza è ancora relativamente contenuta, col proseguire dell’albo essa trova una graduale accelerazione fino ad arrivare ai temi con cui Martín ama pericolosamente cimentarsi, mettendo al centro di un violento frullatore di clonazioni e download mentali anche personaggi bambini.

Rubber Flesh, il Black Mirror di carne e plastica

L’intreccio di corpi, menti, software e hardware si complica sempre di più in un’orgia ipertecnologica che mira scientemente a nauseare il lettore, sfidandolo a fare un passo più in un delirio che, tuttavia, pur estremizzato, conserva una paradossale lucidità e credibilità nell’estrapolazione tecnologica messa in gioco (che, ovviamente, aumenta l’effetto disturbante).

Anche il segno va nel senso di questa lucida, sciente follia della messa in scena dell’orrore: il tratto di Martín è semplice, elegante nel morbido tratteggio cartoonesco, che rimanda ai fumetti per l’infanzia anni ’50 (vari elementi di design sono intenzionalmnte di gusto retrò).

Su tutto aleggia una rigorosa freddezza, evocata dalle linee squadrate delle griglie – regolari e leggibili quanto l’orrore è indigeribile – e del disegno geometrico degli sfondi e dei paesaggi, a contrastare con le linee solitamente arrotondate dei personaggi. Razionalità, leggibilità e fuorviante carineria si sommano nel far risaltare ancor più l’angoscia del turbine di efferatezze hi-tech da cui nessuno è al sicuro, una discesa agli inferi ipnotica e asettica di cui Martín è maestro.

Colpisce tra l’altro come il fumetto, riletto a distanza di un quarto di secolo, non abbia perso un grammo di efficacia in un’era che ormai attende in modo collettivo (e non più in piccoli gruppetti iniziatici di nerd e cultori di fantascienza) l’arrivo della Singolarità tecnologica, tra macchine senzienti e download della mente umana nel computer, come indagato da un serial giustamente acclamato come Black Mirror.

Tuttavia, pur stante il suo notevole valore, il telefilm di Charlie Brooker è ancora edulcorato al confronto nel mostrarci gli abissi d’acciaio prossimi venturi, e lo stile estremo di Rubber Flesh forse non è ancora proponibile a livello televisivo (e non tanto per la violenza visuale, ma per quella – più terribile – sul piano concettuale). Martín così conferma in quest’opera la sua validità autoriale, anche se, indubitabilmente, il suo non è un piatto consigliabile a tutti i palati.

Abbiamo parlato di:
Rubber Flesh
Miguel Ángel Martín
Traduzione di Ilaria Lopez
NPE, 2018
232 pagine, cartonato, colori – 25,00 €
ISBN: 9788894818512

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