A ritmo di Gietz con Andrea Campanella e Hannes Pasqualini

"Padri" di una delle piu' interessanti sorprese a fumetti di questa meta' 2010, Campanella e Pasqualini hanno riversato in Gietz! la loro passione per la musica e per il raccontare.
Articolo aggiornato il 13/07/2015

“Padri” di una delle più interessanti sorprese a fumetti di questa metà 2010, Campanella e Pasqualini hanno riversato in Gietz! la loro passione per la musica e per il raccontare.

A ritmo di Gietz con Andrea Campanella e Hannes Pasqualini

Legenda:
A:
H:

Benvenuti. Partiamo innanzitutto dal “come” siete arrivati a Gietz!, dai vostri percorsi nel fumetto; questo mi sembra, nonostante un’attività non indifferente che portate avanti da anni (Cut-Up, Monopodio, ecc…), il primo lavoro con una certa visibilità.
A: Ho cominciato professionalmente nel ’96 con un racconto breve per Blue. Nel 2000 è nata Cut Up ed è uscito il primo book per i disegni di Pako, intitolato “L’ultimo treno della notte”, ambientato nelle Cinque Terre, anni ’50 . Il fumetto è sempre stata la mia passione, credo che il primo fumetto letto sia stato il Capitan America della Corno, primi anni 70…
H: Beh comunque io sono partito con il fumetto molto tempo fa. Praticamente quando ero bambino e leggevo e volevo imparare a disegnare come Uderzo. Poi ovviamente ho preso strade molto diverse, ma quello è stato l’impulso iniziale. Ho passato molto tempo a sperimentare tecniche e stili, a perfezionare il mio modo di disegnare e raccontare per immagini, una cosa che sto continuando a fare come prima, anche se nel frattempo ho capito molto meglio dove voglio andare.
Gietz si inserisce perfettamente in questo discorso, è stato il mio modo per confrontarmi con quello che considero essere uno degli ambiti più difficili e complessi di questo linguaggio: il racconto storico. Avevo già fatto un primo tentativo con Round and Round, ma quello è stato un fumetto troppo breve, sentivo di aver bisogno di confrontarmi con un progetto più corposo, più complesso. Da un lato ho sempre avuto un rapporto un po’ altalenante con il fumetto di realtà e con il racconto storico, ma provenendo dal mondo del documentario (ho fatto scuola di cinema, e ho lavorato per parecchio tempo girando film documentari) sentivo la necessità di unire queste mie esperienze al fumetto. è interessante che citi Monipodio. Questo è sempre stato per me un laboratorio di sperimentazione, anche se alla fine le cose che abbiamo prodotto non sono mai state “estreme” come le avrei volute. Gietz! invece è stato il contrario, non mi interessava tanto sperimentare, ma piuttosto fare un lavoro al meglio delle mie possibilità rimanendo entro i limiti del linguaggio. Un lavoro in cui perfezionare la tecnica e lo stile… e la pazienza.

Una storia sulle origini del Jazz italiano; come altre volte è stato un forte impulso l’aspetto geografico, visto che Andrea non è nuovo all’esplorazione del passato della sua La Spezia.
A:La provincia è culturalmente il “valore aggiunto” di questo paese. Tendenzialmente mi piace raccontare storie fortemente radicate sul territorio. Cerco di essere, in questo, molto “entomologo”, metto da parte il folklore, le facili caratterizzazioni, per uno studio dell’ambiente, dei luoghi e delle situazioni dove si muovono i personaggi e dove prende il via la storia. E le mie storie sono sempre in correlazione con la Storia.

Come si è sviluppato il progetto e come vi siete incontrati per portarlo in fumetto?
A: Ci siamo incontrati a Luccacomics, doveva essere il 2005 se non sbaglio. Hannes venne allo stand di Cut Up. Avevo in testa l’idea per una storia sul pugile Bruno Visintin. Così nacque “Round and Round”. Mi piacque molto il lavoro di Hannes e pensai di proporgli un’idea nuova l’anno seguente, “Gietz!” appunto. Volevo scrivere una storia di jazz italiano. Esistono biografie a fumetti di grandi jazzisti americani, ma non una storia sui pionieri del jazz italiano. Il tema della perdita della “memoria” mi sta molto a cuore. Il pensiero che vada perduto un bagaglio di esperienze irripetibili, mi angoscia: mi interessava raccontare una storia verosimile, non necessariamente vera. Il fumetto su Visintin era sottotitolato ” un campione normale”. Bruno perse i due incontri fondamentali con il grande ed amato Duilio Loi (benché almeno il primo, a detta di molti presenti, lo avesse vinto) e non poté tirare per il titolo mondiale, eppure il suo personale “cartellino” è impressionante per numero di incontri e vittorie. Queste sono le storie che mi piacciono. Tornando quindi a G! cominciai subito a lavorare ad una sorta di “scaletta” temporale, nella quale fissare alcuni momenti cardine (vedi il concerto del Duca al Teatro Monteverdi nel maggio 1950, la colonna sonora di Umiliani per I Soliti Ignoti, la presenza di Ellington a Roma per il giubileo del 1960), quindi a delineare i personaggi, anche grazie alla buona conoscenza di alcuni films musicali degli anni 50 (sono un patito di musicals da quando ero piccolo) e del cinema italiano di quegli anni,attraverso i films di Mattoli, Blasetti, Matarazzo, De Sanctis. Hannes ha cominciato a lavorare e, al solito, ci siamo capiti subito.
H: Beh noi avevamo già lavorato a Round and Round assieme, ed è proprio verso la fine dei lavori a quel progetto che ad Andrea era venuta questa idea di fare un fumetto sul Jazz. Aveva visto certi miei schizzi di locali fumosi anni 50 con gruppo che suonava dal vivo e gli era venuta questa voglia di farci un fumetto :)

Andrea, rispetto ai tuoi racconti che ho letto, trovo Gietz! meglio sviluppato, l’impressione è che il formato breve fosse in molti casi un’esigenza editoriale più che una dimensione pienamente adatta al tuo stile di scrittura.
A: Non posso negarlo, avevo una gran voglia di raccontare una storia prendendomi il tempo necessario. Già era stato così con “Round and Round” che risolsi con un artificio che giustificasse la brevità della storia. Eppure è stato di gran insegnamento anche il lavorare con pochi mezzi.

Lo stesso Gietz! in certi punti sembra affrettato, con situazioni che si risolvono molto velocemente, sempre senza sacrificare la leggibilità e la comprensione della storia. In una storia che parla di musica, immagino che tempi, ritmo, velocità fossero aspetti particolarmente importanti.
A: Gietz! è stato studiato ed oliato al meglio delle nostre capacità. Il ritmo interno, lo scorrere degli anni, delle vicende, il climax, tutto. Con Hannes abbiamo discusso a lungo su blocchi interi di tavole e sulle soluzioni grafiche ottimali per rendere al meglio il pathos, il movimento, la melodia. Come hai scritto nella recensione affrontare la musica con un mezzo grafico è ardua. Eppure credo che G! abbia una sua musicalità specifica. Per noi è stato un doppio salto mortale, eppure ci sentivamo pronti per la sfida. E non dimentichiamo che G! non parla solo di musica: in generale è un romanzo sulla “passione”. C’é il triangolo amoroso, il rapporto filiale, l’amicizia virile, la formazione, insomma chiavi di lettura diverse…

A ritmo di Gietz con Andrea Campanella e Hannes PasqualiniHannes, ho visto i tuoi originali in mostra a Bologna, prima del passaggio dei grigi, molto avvolgenti; trovo che questa tecnica abbia ammorbidito una certa rigidità nel tratto, è usata molto bene e arricchisce il segno; come hai lavorato a Gietz!, dal punto di vista del segno?
H: La mia rigidità nelle pose è uno dei problemi con cui combatto da anni, e credo che sia principalmente dovuto al fatto che il disegno “realistico” non mi appartiene. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma alla fine ci sono arrivato! Il lato positivo di tutto questo è che nel cercare di trovare una soluzione a questo problema ho lavorato molto sul tratto, che mi ha portato a sviluppare questa tecnica a pennello che effettivamente rende il tutto un po’ fluido. C’é anche da dire che il pennello mi piace come strumento, mi piace come scorre sulla carta, mi piace dare anche una certa gestualità al segno che lascio sulla carta (cosa che probabilmente non si vede nel prodotto finale). Prima di iniziare Gietz avevo sperimentato molte tecniche diverse, Round and Round, per dire, era tutto disegnato a matita e colorato ad acquerello, per Monipodio avevo anche fatto dei fumetti dipinti al computer.
Le tavole di prova di Gietz! erano disegnate con uno stile molto più gestuale e ruvido, avevo usato un misto di tratti fini a pennarello unite a spellate molto gestuali di china. I grigi li avevo fatti su un foglio a parte con l’ecoline poi scasionati e sovrapposti alle chine in photoshop. Il problema era che i risultati non mi soddisfacevano, mi sembrava tutto troppo confuso e sporco, sentivo la necessità di fare qualcosa di più pulito, chiaro e semplice.
Alla fine di queste sperimentazioni sono tornato a quella che era la tecnica con cui avevo iniziato: china e grigio fatto al computer. Linee nette, tante campiture, piccoli giochi di tratteggio qua e la.

Il marroncino così coprente è una scelta non solo grafica, ma anche narrativa? Un modo per caratterizzare la storia nel periodo post-Seconda Guerra Mondiale, come una vecchia foto.
H: Molte scelte stilistiche in Gietz sono state prese in funzione dell’ambientazione e del periodo storico che si voleva raccontare, ovvero gli anni 50 in Italia, che per me sono fatti di capelli impomatati, vestiti della domenica, la gente che va in bicicletta e che lavora per costruirsi un futuro migliore… Mi sono ispirato molto ai film dell’epoca, alla fotografia in bianco e nero del neorealismo ma anche ai film Melo’ alla Matarazzo…

Sempre pensando agli originali, ho pensato di riconoscervi una certa ispirazione nella china, così netta e forte, in Burns; è uno degli autori che ti hanno influenzato nella ricerca del tuo stile?
H:
Burns è sicuramente un autore che amo tantissimo ed è stato una grande fonte di ispirazione ad un certo punto… pero’ credo che questo mio stile sia il prodotto di un insieme di influenze molto più complesso. Ovviamente è difficile capire da dove vengono, visto che ogni giorno assorbo nuovi input che in un modo o nell’altro vanno a plasmare il mio lavoro. Tra l’altro credo che come fumettista ci si dovrebbe tenere alla larga dai fumetti e cercare ispirazione in altri ambiti, nei romanzi, nell’illustrazione per l’infanzia, nei videogiochi, nell’arte concettuale… se no poi diventa un circolo incestuoso e si perde la forza di rinnovarsi e raccontare qualcosa di nuovo.

La scansione delle vignette è in gran parte strutturata in maniera molto classica, ma di tanto in tanto si scombina; è quasi sempre la musica a rompere la routine, sia con le nuvolette delle note, che evadono dalla griglia per sconfinare in altre vignette, sia lasciando spazio a vignette senza bordi, a scene di ampio respiro.
H:
La scansione classica è una cosa assolutamente voluta, come i film degli anni 50 non sono montati come un videoclip musicale non volevamo una griglia troppo complessa. Pero’ hai ragione, la musica voleva i suoi spazi, e anch’io regolarmente avevo bisogno di evadere dalla gabbia che mi ero costruito. Ho lavorato molto di intuito nelle scelte di come strutturare le tavole, ho cercato di ragionare in modo “musicale” di sentire il ritmo più che studiarlo a tavolino, e regolarmente mi trovavo a disegnare delle tavole che non volevano restarsene nella griglia di 2×3. Poi c’erano i balloon della musica che ho volutamente fatto sbordare, voglio dire, si sta parlando di Jazz, non potevo mica rinchiuderli in una vignetta!

E quanto alla ricostruzione storica, immagino che ci sia molto di Andrea per documentazione, foto e atmosfera.
A: Esiste un vero e proprio dossier Gietz! Lavoro sempre così, mettendo insieme tutto ciò che può essermi utile al lavoro: foto d’epoca dei luoghi, dei musicisti ( ho ricostruito tutta l’orchestra di Ellington del 1950 tramite un articolo del telegrafo del 17 maggio), gli spartiti musicali in chiave di violino (per orchestra) e di basso (tromba), materiale video, films, concerti ( ho trovato il filmato di Davis al teatro Manzoni di Milano del ’64). Le auto, i vestiti, varie esecuzione dei brani. Tutto questo lo porto dietro per le presentazioni del volume

A ritmo di Gietz con Andrea Campanella e Hannes PasqualiniIn coda al volume c’é un intervento di Elisabetta Umiliani, figlia di Piero, grande pianista e personaggio che appare nel fumetto. C’é stato molto lavoro di ricerca per portare a termine Gietz!?
A: L’idea era di cercare una figura storica del Jazz dell’epoca che affiancasse Nico nella sua crescita musicale. Ho sempre avuto un debole per Umiliani, amando tantissimo le colonne sonore. Aggiungiamo il fatto che scrisse la prima colonna sonora Jazz della storia del cinema italiano e che incise con Baker per “L’audace colpo…” ed il gioco è fatto. Scrissi ad Elisabetta spiegandole il progetto ed inviandole una presentazione dell’opera con schizzi e tavole. Lei lo sottopose alla famiglia che ne rimase entusiasta. Credo, in verità che Umiliani sia rimasto un po’ in ombra in questi anni, salvo essere riscoperto, soprattutto in Giappone e Germania, dove lo adorano. Stesso discorso vale per Piero Piccioni, altro grande della musica italiana cui ho voluto rendere omaggio. Da piccolo i miei avevano il long playing de “Anna Karenina”, lo sceneggiato tv con Lea Massari e Pino Colizzi. È così che lo conobbi . In Tv lo vidi con Mina, credo fosse Milleluci. Proprio Mina compare nella colonna sonora de “La decima vittima” di Elio Petri, un cult tratto dal romanzo di Scheckley…

Come si è svolto il lavoro tra voi?
A: A meraviglia. Ho scritto una prima sceneggiatura che ho sottoposto ad Hannes. Lui “ha fatto le pulci” ed io, seguendo anche le sue indicazioni, ho modificato una seconda volta. Cominciato il lavoro “operativo” siamo andati avanti a blocchi di 10 tavole la volta, e qui c’é stata l’ultima scrittura, quella che leggete nel volume. Sulla sceneggiatura Hannes ha avuto piena libertà interpretativa ed essendo in perfetta sintonia non ci sono state divergenze. Una volta entrati nello stesso “mood” abbiamo proceduto spediti
H: Gran parte del lavoro di ricerca lo ha fatto Andrea (direi il 90%), che mi ha mandato un bel pacco di roba a inizio lavori. Nonostante questo, spesso durante la realizzazione delle tavole saltavano fuori dettagli ai quali non si era pensato prima, per cui diversi materiali li ho poi recuperati anch’io.

Passata metà volume, dai primi segni di cedimento in Nicola Bertini, si è automaticamente portato a pensare alla classica parabola discendente del grande artista; trovo la scelta di un diverso finale, una scelta non solo artistica, ma anche nel senso allargato del termine “politica”, con un suo significato sociale.
A: Anche questa è una scelta precisa. È un fatto che molte vite di grandi artisti siano state a dir poco travagliate, ma l’equazione genio=tragedia rischia di diventare uno stereotipo. Volevo raccontare una storia diversa, semplice (citando Sciascia). Inoltre un tratto distintivo della vicenda è la perseveranza e la cocciutaggine del protagonista. In definitiva quando ha potuto bruciare i tempi e prendere scorciatoie ha fallito, come uomo e come artista. Nel momento in cui si è ritrovato, le cose hanno preso un corso differente. Di questi tempi, tanto “taroccati”, può essere un’idea originale … Thomas Martinelli, nella presentazione di Bologna, mi ha fatto notare la citazione dell’attentato a Togliatti(1948). Al di la della contestualizzazione storica, c’é il fatto che Nico è figlio della Resistenza. Nato nel 1927, ha vissuto l’intera esistenza sotto dittatura. Alla fine della guerra ha 18 anni. Mi sono ispirato alla figura di mio padre in questo. I giovani di allora potevano finalmente respirare la libertà, cominciare letteralmente a vivere, dopo essersi conquistati la libertà con le proprie mani.

Il jazz è un genere che in Italia raramente ha raggiunto la grande notorietà delle classifiche o delle grandi vetrine, pero’ vanta molti appassionati e autori di grande levatura. Il vostro fumetto vuol essere anche un omaggio al genere?
A: Pippo Barzizza, Gorni Kramer, Natalino Otto,Oscar Valdambrini, Gianni Basso, Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Franco Cerri, Nunzio Rotondo, Dino Piana, Gil Cuppini,Gianni Cazzola, Giampiero Boneschi, , Enrico Intra,Renato Sellani, e potrei continuare. G! è dedicato ai pionieri del Jazz italiano, e quelli che Paolo Conte chiama “ragazzi scimmia del jazz”. Oggi il Jazz italiano vanta molti nomi prestigiosi osannati dalla critica internazionale, vorrà pur dir qualcosa. E vorrei spendere due parole per un grande di cui ormai si parla poco, Massimo Urbani.

Hannes, il sottofondo musicale durante la realizzazione delle tavole è stato quello che uno si aspetterebbe? :)
H: Sono un grande amante della musica, e sono veramente pochi i generi musicali che proprio non sopporto (tra cui il country, la musica folk alpina e il black metal). Il Jazz, soprattutto quello meno recente, mi è sempre piaciuto, anche se non ho mai coltivato particolarmente la cosa. Un’aspetto positivo di Gietz! è anche stato quello di farmi ascoltare un sacco di musica che conoscevo poco… come Chet Baker, che un po’ conoscevo già prima, ma solo con Gietz! ho cominciato veramente ad amare. Ho ascoltato un sacco di Baker mentre disegnavo questo fumetto, ma anche Umiliani, Ellington, Billie Holiday, Piero Piccioni e Miles Davis. Poi, quando lavori ad un fumetto di oltre 130 tavole le ore sono tante e ho ascoltato le cose più disparate: i Cure, i Depeche Mode, musiche 8bit, un po’ di tumz-tumz EBM, synthpop anni 80, Bat for Lashes, del Rap-Jazz svedese (Movits!), i Kilimanjaro Darkjazz Ensemble ecc…

Cosa ci sarà dopo Gietz! per voi, quali sono i vostri progetti futuri? Vi rivedremo ancora all’opera insieme?
H: Il mio progetto per ora è ripigliarmi dalla sfaticata! :)
A: Credo che Hannes voglia giustamente dedicarsi ad un suo progetto, assolutamente geniale per quel che ho visto. Per quanto mi riguarda, sto lavorando ad un progetto ambizioso con Roberto Meli, con il quale ho realizzato una tavola per Mono. È un progetto al quale tengo molto e spero che possa vedere la luce. Nel contempo sto scrivendo il secondo romanzo con protagonista Alvise Bertani. Con Hannes lavorerei in eterno, è un gran talento ed un ragazzo eccezionale.

Andrea, hai pubblicato il tuo primo libro di narrativa, come è nata questa esigenza? Un romanzo ti permette di essere maggiormente padrone della storia, dove nel fumetto devi dividerla con il disegnatore: come influenza questo aspetto nello scrivere l’uno o l’altro?
A: Il romanzo è solipsistico, gestisci da solo l’intero impianto narrativo, i personaggi. In molti si sono affezionati al comissario Alvise Bertani, ed ai suoi aiutanti. ” Gli eroi sono finiti” (Frilli Editori) lo avevo nel cassetto dal 2001. Anche qui si parte da un dato storico politico ben preciso, il discorso che Arnaldo Forlani pronunciò nel 1972 al Teatro Civico, al tentato golpe della “Rosa dei Venti”, che ebbe a La Spezia uno dei suoi epicentri. Anche questa è una storia verosimile , legata a filo doppio alla Storia del nostro paese, in particolare a quel periodo (1969/1974) fatto di bombe, stragi, golpe, quando una parte dello Stato decise di “alzare il tiro”. Lavorare con al fianco un disegnatore è una goduria; “vedere” quel che scrivi e definisci è una gioia unica; di questo sono molto grato a tutti i disegnatori con cui ho lavorato

Riferimenti:
La nostra recensione di Gietz!
Tunué Editore: www.tunue.com
Il blog di Gietz!: blog.komix.it/gietz
Il blog di Andrea Campanella: www.andrea-campanella.blogspot.com
Il blog di Hannes Pasqualini: weblog.papernoise.net

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