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Ricordi di Adriano Carnevali

Le avventure dei Ronfi, cariche di un'ironia mai buonista o banale, nascono dai continui guai che queste disastrose bestiole combinano. L’idea di dedicare una mostra...
Articolo aggiornato il 17/05/2014

Ricordi di Adriano CarnevaliIl mio primo incontro con è stato sulle pagine del “Corriere dei ragazzi” con le storie de “Il drago e il cavaliere”, seguite poi da quelle della “Contea di Colbrino” e poi dell’”Astuto Ulisse”.
È vero che nelle stesse pagine c’erano autori oggi più noti e acclamati: Mino Milani, sopra tutti, scrittore eccelso non solo a fumetti; Aldo Di Gennaro, che disegnava “Il Maestro”, perfetto cocktail di thriller e fantastico; la straordinaria Grazia Nidasio con “Valentina Mela Verde”; “Gli Aristocratici” di Alfredo Castelli e Ferdinando Tacconi, lo “Zoo pazzo” di Mario Gomboli e Massimo Mattioli, e la rubrica “Sottosopra” di Tiziano Sclavi le cui battute avrei ritrovato prima sulla rivista “Pilot” e poi nei balloon di Groucho in “Dylan Dog”.
La serie che però mi faceva più ridere e della quale io e mio fratello (più grande e destinatario dell’abbonamento del CdR) citavamo le battute a memoria erano la “Contea di Colbrino”: ne inseguivamo le storie anche sul “Diario del Corriere dei Ragazzi 1975-1976” – cito solo dalla copertina “Le donne, i cavalier, l’arme, i fumetti”: un manifesto programmatico – o negli interstizi delle rubriche della pagine del periodico dove comunque potevamo “accontentarci” di una striscia di Ulisse o dei Romani di “SPQR”, Ricordi di Adriano Carnevalialtra serie di Carnevali, o dei due topini che agivano in secondo piano rispetto ai personaggi principali in un controcanto narrativo che oggi definiremmo “metafumettistico”, ma che ieri era semplicemente “normale”, in anticipo su altri autori geniali oggi un po’ dimenticati come Daniele Panebarco e il francese Regis Franc.

Tra i tanti ricordi di lettore, uno è legato proprio alla lettura di quelle storie in cui si mescolavano i generi, le battute sgorgavano copiose e generose, quasi che l’autore si preoccupasse che non ce ne fossero mai abbastanza per rendere ancora più divertente ogni striscia. Carnevali non si preoccupava nemmeno di spaventare i lettori con le tante citazioni “colte” che disseminava nelle sue storie, le quali non erano ovviamente percepite dai lettori dell’epoca e che avrebbero svelato il “trucco” anche anni dopo, quando quelle frasi e quelle citazioni sarebbero state rivelate dagli studi o da letture successive: a quel punto riesplodeva il ricordo delle storie e delle battute dei personaggi di Colbrino o di Ulisse, e insieme anche le risate.
È questa una caratteristica degli autori popolari italiani ben descritta da Antonio Faeti in un articolo su “Ken Parker” nella rivista “Orient Express”:

“solo un atteggiamento colto può far nascere un fumetto popolare”

Tutte le storie di Carnevali – al pari di quelle di Romano Scarpa, G.B carpi, Luciano Bottaro, Guido Martina, Gino D’Antonio, G. L. e Sergio Bonelli e tanti altri grandi del fumetto che non citiamo per motivi di spazio ­– nascono da questo atteggiamento autoriale nell’impostazione e umile nella realizzazione, perché rispettoso del lettore nella consapevolezza di intrattenerlo con intelligenza e ironia.

Ricordi di Adriano Carnevali (1) </p> <p>In USA le cose sono andate diversamente: dal primo numero, con cadenza non proprio mensile, Bone è uscito in albetti da 24 pagine fino al numero 55, per un totale di 12 anni di pubblicazioni. Gli albi sono poi stati raccolti in 9 volumi che costituiscono ognuno un capitolo della storia, <strong>registrando un successo di vendite senza precedenti per un fumetto indipendente come questo</strong>.<br /> E finalmente, a sorpresa, l’anno scorso Jeff Smith mi offrì l’occasione giusta per riprendere in mano il suo capolavoro e rileggerlo per intero, da capo a fine: nel luglio del 2005 esce infatti l’edizione “definitiva” – <strong>Bone One Volume Edition</strong>, un malloppo di più di 1300 pagine che raccoglie per intero l’epopea dei cugini Bone. Si tratta di un’edizione a “esaurimento”, con un anno di vita editoriale, in quanto Smith ha detto chiaramente di voler continuare a vendere l’edizione in singoli volumi (nella nuova versione a colori). L’edizione in un unico volume è ottima, e <strong>letto tutto d’un fiato il capolavoro di Smith rivela un’organicità e una compattezza eccellenti</strong>.</p> <h2 align="center">Comicità e Dramma</h2> <p><strong>Come ho detto all’inizio, Bone si presenta come una serie umoristica, sia nella sceneggiatura che nel disegno</strong>. Battute a raffica, animali parlanti, i tre protagonisti che ricordano <em>Pogo</em> di Walt Kelly. Bone ha vinto diversi riconoscimenti in patria, e non solo, come serie umoristica. Era fresca e divertente, intelligente e gentile.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_outofboneville.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-193154" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_outofboneville.jpg" alt="" width="360" height="499" /></a>Col passare delle pagine le cose iniziano a cambiare. Sogni e segni inquieti si insinuano nella mente dei protagonisti e dei lettori. <em>Thorn</em>, <em>il Drago Rosso</em>, <em>Rose</em> e <strong>quel piccolo universo narrativo nascondono qualcosa di drammatico e magico</strong>. Il cambiamento progressivo è gestito da Smith in modo molto equilibrato, tanto che a un certo punto della lettura, nella seconda metà del volume, improvvisamente, il lettore inizia a sentire una cupezza e un’apprensione che gli fa ricordare con malinconia la leggerezza dell’inizio. Dove sono finite le risate dei primi capitoli?</p> <p>Intendiamoci, il cambiamento è necessario, giustificato in modo profondo dallo sviluppo dell’intreccio. È la storia che ha chiesto a Jeff questo cambiamento di tono. E Jeff è stato abilissimo ad assecondarlo. Così come è abile e intelligente nell’inserire qua e là dei siparietti comici che strappano qualche sorriso, più importante e prezioso di quelli dell’inizio, forse. Eppure, a lettura terminata, la diversità tra la parte iniziale e la sua conclusione è davvero grande.</p> <p>Esiste un angolo della mia mente che avrebbe desiderato che <strong><em>Bone</em> rimanesse per sempre come l’inizio</strong>. Eccola qua, in una riga: la speranza della serialità – come per tanti altri fumetti, l’aspettativa di una costante stilistica e narrativa ripetuta perpetua di mese in mese. Perchè Jeff Smith non ha semplicemente raccontato all’infinito la vicenda ironica e grottesca dei cugini Bone nella valle di Thorn e Rose?<br /> Perché dopo la corsa delle mucche (ma a ben vedere i semi c’erano già prima) le cose hanno iniziato a cambiare così drasticamente?</p> <p>Ad un certo punto, <strong>semplicemente, la storia (la fabula) ha preso il sopravvento</strong>, richiedendo a gran voce all’autore di cambiare direzione, di dedicarsi con cuore e testa alla costruzione di una strada che lo avrebbe condotto, e con lui i lettori, alla parola FINE. E ha avuto ragione.<br /> Perché Jeff si è dedicato a un progetto più grande. La sua ambizione non era quella di scrivere un divertente fumetto umoristico. La sua ambizione era di raccontare una storia fantasy secondo tutte le regole che il genere prevede, in narrativa, ma con qualche risorsa in più derivante dal fare fumetti.</p> <p>In poche parole, <strong>l’autore ha creato una serie fantasy che può già essere considerata un classico del genere</strong> (per valore e portata dell’opera), <strong>ma all’interno di un mondo per certi versi più piccolo e sicuramente misconosciuto qual è quello dei comics</strong>. Per valutare quindi la riuscita di Bone sarà necessario muoversi tra due territori culturali e simbolici differenti e, in questo caso, complementari: il fumetto e la narrativa fantasy.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_fantasy.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-193443" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_fantasy.jpg" alt="" width="800" height="519" /></a></p> <h2 align="center">Fantasy</h2> <p>Quando si può dire che un racconto è riuscito? In particolare, un racconto fantasy?<br /> La risposta non è semplice, e basterebbe dire: leggete Bone e vi sarà chiaro, emotivamente chiaro.</p> <p>Ma non basta. Più che in altri generi letterari, il fantasy si costruisce sul rapporto tra finzione e realismo. Gli scenari e le vicende sono spesso “irreali”, inconsuete e “meravigliose”; le emozioni che le vicende suscitano nel lettore sono invece autentiche, vive e reali.<br /> <strong>Un’opera fantasy è riuscita</strong>, a mio avviso, <strong>quando il gioco della finzione diviene metafora di lotte esemplari tra Bene e Male, tra Vita e Morte, tra Speranza e Sconfitta, dove la posta in gioco è la sopravvivenza della semplicità e dell’umanità della vita di tutti i giorni</strong>.<br /> Il lettore può identificarsi in quei personaggi strani (cioé assolutamente irreali) perché lottano per conservare la loro quotidiana esistenza. Da questo punto di vista, il fantasy non è altro che l’ennesima derivazione dell’epica classica. In questo, Smith riesce perfettamente ed eccelle. Anche laddove l’autore riutilizza (per forza di cose) scenari, temi e soluzioni narrative tipiche di tante altre storie fantasy, lo fa in modo intelligente e funzionale alla storia.</p> <p>Sintetizzata al massimo, la vicenda di Bone si può riassumere nel seguente modo: arrivano degli stranieri in una terra tranquilla – l’arrivo coincide con una perturbazione dello status quo – il Male è in agguato per distruggere la vita come la conosciamo – inizia una tremenda lotta tra Bene e Male – il Bene vince non senza sacrifici e si ripristina lo status quo, più o meno. Niente di nuovo, no? Letto e riletto, visto e rivisto.</p> <p>Del genere fantasy, l’autore riprende altri motivi molto conosciuti: l’ambientazione in una terra irreale; il viaggio come strumento per la vittoria; la magia; l’assenza di una tecnologia avanzata; il lieto fine. Su alcuni di questi elementi tornero’ più avanti, per analizzarne le specificità nel racconto.<br /> Ma allora, cosa rende Bone una storia speciale?<br /> <strong> Semplice, Bone è un fumetto!</strong></p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/ratcreatureproblems-e1482334409547.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-193444" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/ratcreatureproblems-e1482334409547.jpg" alt="" width="846" height="416" /></a></p> <h2 align="center">Cartoon</h2> <p>Il disegno di Smith è il primo, importantissimo elemento che rende Bone un romanzo speciale.<br /> Smith è un maestro dell’arte sequenziale (o dello storytelling), della capacità, cioé, di raccontare un avvenimento (di qualunque tipo) con la successione dei disegni. Basta seguire i disegni (senza leggere i testi) di tutta la sequenza iniziale per rendersene conto; oppure il primo incontro tra Bone e Thorn, nel fiume.</p> <p><strong>L’autore è riuscito in un’operazione assolutamente invidiabile: coniugare la semplicità e la chiarezza del tratto con l’espressività e la cura per i dettagli</strong>. Con pochissime linee, i volti dei protagonisti (e la loro postura) ci raccontano le loro emozioni, le loro parole, la loro personalità. In questo è racchiuso l’insegnamento più alto del Fumetto: restituire la complessità con la semplicità, laddove la complessità è ricostruita dalla mente del lettore, con la fantasia e la partecipazione emotiva, interpretando quei semplici messaggi iconici.<br /> Smith ci parla di un universo umano vastissimo con dei semplici disegnini in stile disneyiano.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/fratelli_bone.jpg"><img class="alignright wp-image-193445" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/fratelli_bone.jpg" alt="" width="397" height="610" /></a>In questo, <strong>la creazione grafica dei cugini Bone è perfettamente centrata</strong>. Osserviamo attentamente <em>Fone Bone</em> (il protagonista istintivamente buono) e <em>Phoney Bone</em> (il personaggio naturalmente portato ad approfittare del prossimo per la propria felicità).<br /> Cosa li differenzia?<br /> Il secondo ha una maglietta con una vistosa stella sul petto, mentre Fone Bone è nudo; e poi alcuni tratti del viso ci suggeriscono l’inclinazione della bocca, degli occhi, ovvero le emozioni dei due personaggi. Tutto qui. Una semplicità disarmante. Che funziona! Al di là di quello che dicono, infatti, i due protagonisti sono inconfondibili. Anche nella sequenza prossima alla fine, in cui Phoney Bone si ritrova senza maglietta attaccato da <em>Rocque Ja</em> e dai <em>Rattodonti</em>, Smith è attentissimo a mostrarci la loro differente espressività facciale e la diversa postura.</p> <p>Questa massima stilizzazione richiede un controllo assoluto della tecnica narrativa per immagini. Maggiore è la semplicità, minori sono gli elementi che cadono sotto l’occhio del lettore, e minore è la possibilità dell’autore di “barare”, di confondere o di spostare l’attenzione. Smith ha deciso di giocare a carte scoperte, prendendosi in carico un rischio artistico che ha saputo sicuramente sostenere fino alla fine. E andiamo un poco oltre.</p> <p>Sottolineavo la padronanza di Smith nell’arte dello storytelling. Osservando il fumetto senza leggere le vignette, si capirà velocemente come la semplicità del tratto sia totalmente al servizio della narrazione. I personaggi, da una vignetta all’altra, si muovono con naturalezza, le loro emozioni sono visibili, l’equilibrio della tavola è sempre in funzione della storia. E all’autore, in questa essenzialità morbida e giocosa, basta cambiare qua e là l’inclinazione di una linea del volto, la larghezza degli occhi, la posizione di una mano, il taglio dell’inquadratura, per dare ragione dello scorrere del tempo e dell’evoluzione della storia.</p> <p><strong>Lo stile di Smith è quanto di più complicato un autore di fumetti possa costruirsi. Perché la semplicità raggiunta è frutto di un attentissimo lavoro di astrazione, di decostruzione</strong>; un lavoro lungo e complesso sul significato iconico che ogni tratto inserito su una pagina bianca può avere nel lettore. La cosa che impressiona di più, in fondo, è che Bone è l’opera prima di Smith. Quasi l’autore fosse “nato” con questa tecnica, con questa abilità narrativa. E in effetti, nel corso di questi 12 anni di storie, Bone ha conservato una freschezza del tratto e un’omogeneità che ha dell’incredibile, pur nell’evoluzione stilistica che Smith ha comunque sviluppato.<br /> Come ha più volte ammesso lo stesso autore, d’altra parte, lavorare per più di dieci anni su una storia già definita a grandi linee richiede molta determinazione e lucidità, pur garantendo una certa serenità dal punto di vista creativo. E questo apre a una nuova curiosità di lettore, alla quale riceveremo risposta nel futuro:<strong> che autore sarà Jeff Smith dopo Bone?</strong></p> <h2 align="center">Comics – Umorismo Epico</h2> <p>Non c’é dubbio che lo stile cartoon del disegno di Bone favorisca narrazioni di tipo umoristico. Da qui, l’imbattibile efficacia dei primi racconti. Il lettore, davanti a quel tipo di disegno, è facilmente predisposto al sorriso, un po’ per un fatto culturale, un po’ perché è il disegno stesso ad essere strutturalmente più efficace in questa direzione.<br /> Eppure l’autore non si accontenta.</p> <p>In Bone, infatti, esistono i cartooneschi cugini Bone, gli animali parlano come nel miglior fumetto di <em>Osamu Tezuka</em>. Ma a un certo punto compaiono gli umani, gli abitanti della valle: Thorn, Rose, Julius. In effetti, il primo incontro tra Thorn e Fone Bone al fiume rappresenta una bella sorpresa; per il giovane Bone, ma soprattutto per il lettore. “<em>Oh, guarda un po’, un umano! E che bella ragazza!</em>”</p> <p><strong><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_rattodonti.jpg"><img class="alignleft wp-image-193446" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone_rattodonti.jpg" alt="" width="382" height="567" /></a>Smith gioca con le aspettative del lettore, e mischia le carte.</strong> Questo è un elemento importante: se è vero che Jeff mantiene il più delle volte i canoni più classici del genere fantasy sul piano della fabula (e in parte sul piano dell’intreccio), è a livello grafico che prova a creare qualcosa di davvero unico. Quante volte, ad esempio, abbiamo letto (e visto, nei cartoni animati) di storie con animali parlanti nei quali gli uomini o non sono rappresentati (o ne arriviamo a vedere solamente le gambe o altri particolari, ma mai i volti) o hanno un ruolo del tutto marginale?</p> <p>Sul piano grafico Smith decide invece di lavorare con quegli strani personaggi tutti bianchi che sono i Bone, con gli animali parlanti e al contempo con le persone vere. Il diverso grado di realismo applicato alla loro raffigurazione è naturalmente omogeneo con il resto dello stile. E il risultato è efficacissimo.<br /> Come accennavo, <strong>lo stile di disegno sembra essere adattissimo per i racconti umoristici</strong>. Eppure si dimostra altrettanto efficace per le parti più drammatiche, più cupe del racconto, presenti per lo più nella seconda parte del volume. In Bone, ad un certo punto, inizia una vera e propria guerra tra Bene e Male. Personaggi amatissimi dai lettori, presenti sin dalle prime pagine, muoiono e scompaiono dalla scena. I protagonisti piangono e soffrono per la loro vita e per quella delle persone più care.<br /> Anche in questo scenario, Smith, grazie all’abilità iconica di rappresentare le emozioni e gli eventi in modo chiaro e diretto, e grazie ad un utilizzo equilibrato ed espressivo del bianco e nero, riesce a <strong>coinvolgere il lettore, a rendere le tragedie credibili, a emozionare sinceramente</strong>.</p> <p>Un ottimo modo per seguire l’evoluzione dall’umorismo alla drammaticità della vicenda è quella di osservare come muta la rappresentazione (grafica e narrativa) dei rattodonti (rat-creatures in inglese): da stupidi animali che non riescono a fare male a una mosca, questi esseri simili a grossi topi diventano improvvisamente pericolosi cacciatori, con gli occhi famelici che brillano nella notte in una foresta. E quando i Bone e gli umani scappano in preda alla paura, il lettore non si chiede sorpreso “<em>ma perché dovrebbero aver paura di queste stupide creature?!</em>“; partecipa invece a questa fuga, ansioso di sapere come andrà a finire.</p> <h2 align="center">In Viaggio</h2> <p><strong>Un elemento ricorrente in Bone è il tema del viaggio.</strong><br /> La storia inizia con quello che è il risultato della fuga dei cugini Bone dalla loro città natale, <em>Boneville</em>. Attraversato il deserto, si ritrovano in una valle apparentemente meravigliosa, dove ogni cosa risulta loro nuova e strana. O meglio, all’interno di un contesto apparentemente conosciuto, che dovrebbe essere molto simile al nostro, iniziano ad incontrare animali parlanti, draghi, rattodonti, nevicate istantanee.</p> <p>Questa scelta è certo paradossale: <strong>i Bone, quegli strani ometti bianchi che sembrano usciti chissà da dove, provengono in realtà in un mondo pressoché uguale al nostro</strong> e sono scettici di fronte a tutte le stranezze che incontrano nella valle. Smith ci rivela questo aspetto passo a passo nel corso della narrazione, mostrandoci la sorpresa dei protagonisti alla comparsa nella valle ora del Drago Rosso, ora della magia, ora di api tremendamente grandi.<br /> L’autore continua a giocare a spiazzare il lettore, insomma, con ironia e leggerezza.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/Bone-viaggio-e1482334885587.jpg"><img class="alignright wp-image-193447" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/Bone-viaggio-e1482334885587.jpg" alt="" width="385" height="376" /></a>Dei tre fratelli, Phoney Bone rappresenta il personaggio cinico e disincantato che per ultimo sembra accettare tutte quelle stranezze. È un po’ il “grillo parlante” del lettore che dice di non credere a tutte quelle sciocchezze. <em>Smiley</em>, sbadato e (apparentemente) ingenuo qual è, è invece l’unico dei tre cugini ad accettare tutto serenamente, e ad adattarsi per primo alle nuove regole. Fone Bone, invece, si ritrova costretto a credere a quelle cose, vuoi perché ci si ritrova invischiato da quasi subito, vuoi perché convinto dal suo amore incondizionato e dalla sua fiducia per Thorn, bella e <em>pungente</em> abitante della valle.</p> <p>I Bone, quindi, dispersi in una terra sconosciuta e alla ricerca di mezzi (e fortune!) per ritornare nella loro città, sono personaggi perennemente in viaggio. Smith non ce li mostrerà mai a casa loro. Boneville resterà un mistero, per noi, così come tutti i loro concittadini. Li abbiamo visti arrivare nella valle, e li vedremo nel finale abbandonare la valle. Chissà se riusciranno effettivamente a tornare a casa?</p> <p>Ma in viaggio saranno tutti i personaggi, prima o dopo. Come accennato, in Bone non esiste la tecnologia. Gli spostamenti avvengono a piedi o a bordo di un carro trascinato dalle mucche. <strong>Ogni viaggio diventa così una sfida, tra i boschi, le insidie dei rattodonti, la pioggia, i circoli del sogno</strong>. Qualcuno si perderà e ritornerà più avanti nella storia, cambiato dalle difficoltà.<br /> <strong>Il viaggio diventa metafora della crescita e del cambiamento</strong>, oltre ad essere un importante strumento narrativo utilizzato dall’autore per creare attesa, tensione, rimandando con una motivazione più che comprensibile la risoluzione di alcuni avvenimenti.</p> <p>Il viaggio a piedi, inoltre, restituisce al lettore il senso dello spazio e della non linearità degli avvenimenti e dei percorsi della mente. Iniziare un cammino non implica per forza portarlo a termine, raggiungere la meta prevista. Un concetto che la nostra mente moderna e tecnologica fatica a recuperare, se non come superato ricordo ancestrale.<br /> Non dimentichiamo, infine, che il viaggio è uno dei topoi più comuni del genere fantasy. A differenza di altri celebri racconti, tuttavia, gli spostamenti in Bone non compongono un unico viaggio, e non coinvolgono un solo gruppo di personaggi. Le evoluzioni, le intersezioni delle traiettorie narrative sono spezzate, imprevedibili, interrotte da felici momenti stanziali, che riaprono al sorriso e permettono a personaggi e lettori di riprendere fiato.<br /> Nel continuo vagare, Jeff Smith ci sorprende con i suoi disegni, sempre curati, attenti a ricreare con poche linee paesaggi nuovi, differenti: le montagne, la valle, l’antica città del re, la caverna del <em>Signore delle Locuste</em>.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone-cugini.jpg"><img class="aligncenter wp-image-193449" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/bone-cugini.jpg" alt="" width="702" height="570" /></a></p> <h2 align="center">I Tre Cugini</h2> <p>Chi sono i tre cugini protagonisti di Bone?<br /> <strong>Parafrasando Sergio Leone</strong>, potremmo dire che Fone Bone è il Buono, Phoney Bone è l’Avido e Smiley Bone è lo Scemo. Come da copione, l’inizio presenta i tre personaggi perfettamente centrati, facilmente riconoscibili e identificabili. Smiley è il pasticcione fortunato che trova inconsapevoli soluzioni ai problemi, salvo crearne altri con la sua sbadataggine. Phoney è un cospiratore pronto a tutto pur di ottenere ricchezza e fama, e finendo sempre con il muso nella polvere. Fone è l’archetipo dell’Eroe dal cuore puro, capace di amare senza condizioni, di soffrire e sacrificarsi per gli altri. Quest’ultimo è forse l’unico dei tre gemelli che non cambierà mai per tutta la vicenda. Ogni suo comportamento rimarrà prevedibile e comprensibile, coerente con se stesso e con i propri principi.</p> <p>Smith preferisce giocare con le aspettative dei lettori modificando nel tempo il comportamento di Phoney e Smiley, senza mai tradirne lo spirito originario e strutturale, quanto mettendo alla prova il loro carattere in relazione agli eventi che la storia mano a mano presenta. Di fronte, cioé, a situazioni estreme, che richiedono decisioni estreme, ci sorprenderemo a scoprire un Phoney più altruista e uno Smiley più riflessivo e geniale di quanto ci saremmo potuti attendere.</p> <p>L’efficacia dei tre protagonisti, tuttavia, non sta nelle singole individualità, quanto piuttosto nelle felici interazioni tra loro. <strong>Sia nella commedia degli errori iniziale, che nel dramma della parte conclusiva, sono le relazioni interpersonali a creare le scintille per l’azione e gli eventi, attraverso la messa in scena di dinamiche affettive vive e reali</strong>. Le relazioni sono sempre contestualizzate all’interno della comunità degli abitanti della valle, acquisiscono un senso in funzione delle credenze, dei pregiudizi, delle invidie, delle storie dei diversi comprimari.</p> <p><strong>La ricchezza dei caratteri, che respirano di un’umanità mai sterile, fanno di Bone un vero e proprio romanzo corale</strong>, in continua trasformazione, dove gli stereotipi caratteriali hanno la stessa funzione del linguaggio iconico del tratto di Smith: attraverso la grande leggibilità e la sintesi, l’autore produce un immediato meccanismo di immedesimazione del lettore, salvo poi arricchire con successive stratificazioni il significato di quanto rappresentato.</p> <h2 align="center">Debolezze</h2> <p>Analizzati solo alcuni dei molteplici spunti che un romanzo complesso come Bone offre al lettore, ritengo sia importante dedicare un breve paragrafo ad almeno un paio di aspetti che risultano meno convincenti.</p> <p>Innanzitutto la lunghezza complessiva dell’opera. Se è vero che è proprio grazie alle più di 1300 pagine che lo compongono che Smith ha potuto offrirci un affresco denso, molteplice e vivo, è anche vero che in alcune parti sarebbe stata auspicabile una maggiore sintesi. A lettura ultimata, si ricordano con un po’ di fatica le molte, troppe fughe dagli assalti dei rattodonti, unica, vera minaccia tangibile e fisica dell’intera saga.<br /> Se infatti la vera posta in palio viene per buona parte del romanzo contesa nel territorio intangibile del mondo del Sogno, in una sottile lotta psicologica tra Rose e i suoi nemici, sul piano reale sono proprio i rattodonti a costituire il principale, spesso unico pericolo.<br /> <strong>A volte l’autore sembra farsi prendere la mano dalla sua abilità tecnica nel rappresentare le scene di azione</strong>, attraverso una “regia” dinamica e in continua sperimentazione, <strong>perdendo di vista l’obiettivo narrativo</strong>. Si affievolisce, nel tempo, anche la portata della minaccia dei rattodonti, dopo l’ennesimo assalto inefficace, l’ennesima sconfitta, pur se sofferta e appesa a un filo.</p> <p><strong>Ma è anche il gusto per i personaggi, l’attenzione corale verso i diversi protagonisti che da elemento di forza in alcune parti sembra trasformarsi in debolezza</strong>. Gestire così tanti personaggi, cercando di offrire ad ognuno lo spazio necessario per uscire dall’anonimato della sola comparsata, ha costretto Smith a diluire notevolmente l’evoluzione della storia. Non vorrei sembrare contraddittorio in questa parte.<br /> Nel complesso Smith è abilissimo a gestire la complessità della storia e dei personaggi, ma in alcuni punti si sarebbe preferita una maggiore scorrevolezza, qualche dialogo in meno, qualche scossone in più.</p> <p><a href="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/Rock_Jaw-e1482335473255.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-193450" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2006/04/Rock_Jaw-e1482335473255.jpg" alt="" width="400" height="623" /></a>La comparsa del leone della montagna Rock Jaw credo possa rappresentare l’esempio migliore. Nella dinamica della vicenda di Bone, Rocque Ja è un elemento per molti versi marginale. Il suo valore, più che narrativo in senso stretto, è simbolico. Non c’è dubbio, cioé, che egli sia uno dei personaggi indimenticabili del romanzo. Smith lo introduce nella vicenda per destabilizzare nuovamente il punto di vista del lettore. All’interno della lotta tra il Bene e il Male, egli rappresenta la forza della Natura, indifferente ai principi valoriali propri dell’umanità, alle classificazioni morali e alla prevedibilità “scientifica”. Rocque Ja, proprio come la Natura, è indomabile e inafferrabile. E soprattutto non è mai schierato. Un’intuizione di Smith interessantissima ed esemplificativa di una complessità di approccio al fantasy che si spinge ben oltre al genere.<br /> Eppure, nell’economia della vicenda complessiva, la parentesi di questo personaggio risulta tutto sommato un di più, uno dei tanti rivoli che rallenta la vicenda e riduce la forza della risoluzione finale.</p> <p>È proprio nella conclusione che Bone perde parte della sua freschezza. Alla resa dei conti, la convergenza delle azioni dei diversi personaggi, prima dispersi in ogni dove, sembra faticare a realizzarsi. Anche perché <strong>il finale, a differenza del resto del romanzo, è quello che più si inserisce nei canoni più noti del romanzo fantasy</strong>, con qualche sacrificio necessario e la vittoria del Bene sul Male.<br /> Prima dell’ultimo, commuovente commiato dei cugini Bone, infatti, Smith sembra subire più che gestire la necessaria conclusione.<br /> Una maggiore sintesi avrebbe forse aumentato l’efficacia del <em>cliffhanger</em>; sarebbe stata, me ne rendo conto, molto rischiosa, se non adeguatamente bilanciata con l’importanza e la forza delle pagine e degli avvenimenti narrati prima. <strong>Il finale di Bone, in sintesi, appare come una necessità ben gestita da parte di Smith, ma senza il guizzo e l’originalità di molte delle parti che l’hanno preceduto e generato. </strong></p> <h2 align="center">Finale</h2> <p><strong>Non è possibile chiudere un articolo di approfondimento su Bone senza ricordare l’importanza che esso ricopre dal punto di vista editoriale per il mercato Statunitense</strong>. Quando Smith iniziò la pubblicazione del proprio fumetto, agli inizi degli anni ’90, il mercato era molto differente da quello di oggi. Come descrive brevemente lo stesso Smith nella nostra intervista, in quegli anni non esistevano proposte editoriali simili, di genere umoristico-fantasy e non supereroistico, con personaggi cartooneschi, che componessero una vicenda narrativa così lunga e complessa e che prevedessero già la pubblicazione in volumi da mantenere costantemente sugli scaffali dei negozi (e non solo nelle fumetterie).<br /> <strong>Le graphic novel erano viste come fumo negli occhi dai distributori e dalle grandi case editrici</strong>, che puntavano sui numeri uno di nuove-vecchie serie supereroistiche e sulle speculazioni dell’usato. è un vero evento e fonte di vera gioia constare che un volume a fumetti di più di 1300 pagine, con un prezzo di copertina di quasi 40 dollari, abbia venduto in un anno più di 50.000 copie! <strong>Vuol dire che qualcosa è davvero cambiato.</strong></p> <p>Smith, insieme ad altri celebri autori, tra i quali ricordo soprattutto il <strong>Dave Sim</strong> di <em>Cerebus</em> – uno dei capiscuola dell’autoproduzione moderna – ha rischiato e ha vinto una scommessa per nulla scontata. Bone è oggi un piccolo monumento a un approccio al medium fumetto più maturo, libero e creativo di quanto si fosse visto e immaginato in precedenza.</p> <p>Per chi fosse interessato ad approfondire questo tema, può recuperare l’intervista di <strong>Eddie Campbell</strong> (conosciuto in Italia per il suo <a href="http://www.lospaziobianco.it/16508-Bacchus-pinta-tavolo-anziani-dei/"><em>Bacchus </em></a>e soprattutto per <em>Form Hell</em> e da sempre alle prese con l’autoproduzione) recentemente sul <em>Comics Journal</em> #237, che ripercorre l’intera carriera dell’autore australiano, con particolare attenzione all’evoluzione del mercato delle graphic novel in USA e al concetto stesso di romanzo a fumetti.</p> <p>Tornando invece a <strong>Jeff Smith</strong> e al suo <em>Bone</em>, la speranza di chi scrive è che quest’opera riesca a raggiungere anche in Italia la visibilità e il successo che ha raggiunto oltreoceano. Ogni appassionato di fumetti dovrebbe avere la possibilità di commuoversi come il sottoscritto alla lettura della conclusione della vicenda, davanti a quell’addio e a quella parola fine che lasciano nella memoria il ricordo di un’esperienza unica ed emozionante.<iframe style="width: 120px; height: 240px;" src="https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?t=lospait-21&o=29&p=8&l=as1&asins=8865430419&ref=qf_sp_asin_til&fc1=964747&IS2=1&lt1=_blank&m=amazon&lc1=964747&bc1=000000&bg1=D6D0D0&f=ifr" width="300" height="150" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no" align="right"></iframe></p> <p><strong>Abbiamo parlato di:</strong><br /> Bone – L’integrale<br /> Jeff Smith<br /> Traduzione di Michele Foschini<br /> Bao Publishing, 2011<br /> 1344 pagine, brossurato, bianco e nero – 35,00€<br /> ISBN: 978-88-6543-041-5</p> <p><em><strong>Riferimenti:</strong></em><br /> Jeff Smith, il sito: <a title="www.boneville.com" href="http://www.boneville.com" target="_blank">www.boneville.com</a><br /> Il sito della <a href="http://www.boneville.com/" target="_blank">Cartoon book</a><br /> Il sito della <a href="http://www.scholastic.com/" target="_blank">Scholastic book</a><br /> Bao Publishing: <a title="www.baopublishing.it" href="http://www.baopublishing.it" target="_blank">www.baopublishing.it</a></p> " data-medium-file="" data-large-file="" class="aligncenter size-full wp-image-2626" title="ronfi" src="http://www.lospaziobianco.it/wp-content/uploads/2012/08/ronfi.jpg" alt="" width="400" height="151" />

Chiuso il CdR, Carnevali non si perde d’animo: collabora a varie testate del settore, ne apre e ne gestisce altre, collabora anche a trasmissioni radiotelevisive. Non dimentica il fumetto, e nel 1981 pubblica “i Ronfi” sul “Corriere dei Piccoli”, una specie di animali parlanti a metà tra uno scoiattolo e un castoro che vivono avventure divertenti in un bosco un po’ magico. Abbassi la mano chi sta per dire la parola “Puffi”: i personaggi di Peyo sono nati nel 1958, e di autori nel mondo ne hanno influenzati parecchi anche prima di Carnevali. Ricordi di Adriano Carnevali
Rispetto agli Omini blu, i Ronfi hanno un carattere più saccente, pigro e presuntuoso: per dirla con le parole dello stesso Carnevali, sono dei “disadattati della Natura”.
Rispetto alle strisce del CdR, manca però quella base narrativa data dalla Storia (il Rinascimento ne “La contea di Colbrino”, la storia romana in “SPQR”) e dall’epica (“L’astuto Ulisse”) che faceva da amplificatore delle acrobazie narrative dell’autore e rendeva queste storie divertenti anche da un pubblico più adulto.
Ultimo, ma non minore, i Ronfi non hanno avuto quella fortuna editoriale che avrebbero meritato grazie a una presunta industria editoriale che privilegia l’emulazione e non la proposizione, e quindi i Ronfi, di là delle riviste di Fiesta edizioni (l’ultima è “Giocolandia”) e due libri (per Mursia nel 1985 e per Struwwelpeter nel 2010), non sono oggi recuperabili in libreria.
Al solito resta il rimpianto che queste storie non abbiano mai trovato un’adeguata dimora editoriale in libreria e oggi siano reperibili solo grazie a dei benemeriti che scansionano e condividono le pagine del CdR in rete, ma chissà: teniamo d’occhio gli scaffali, magari i Ronfi sono già lì.

 


Note:
  1. Sulle peripezie della pubblicazione italiana di Bone, ne abbiamo parlato diffusamente qui: <a title="www.lospaziobianco.it/2628-bone-italia" href="http://www.lospaziobianco.it/2628-bone-italia" target="_blank">www.lospaziobianco.it/2628-bone-italia</a> 

1 Commento

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  1. Adriano Carnevali

    25 febbraio 2012 a 10:33

    Caro Sergio (possiamo darci del tu?),la tua appassionata analisi delle mie produzioni fumettistiche mi ha molto colpito (e lusingato all’inverosimile!). Tu hai colto e spiegato con ammirevole chiarezza proprio quello che con le mie storielle ho sempre cercato (e sperato) di comunicare. Adesso l’unico rischio che corro, dopo tante lodi, è di cominciare a tirarmela troppo… Mi piacerebbe scambiare qualche opinione con te, per mail o, meglio ancora, se possibile, di persona. Superfluo dire che se sarai a Bologna un incontro e un abbraccio saranno d’obbligo. Grazie e un caro saluto corale anche da tutto il popolo di Colbrino e del bosco dei Ronfi! Adriano

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