Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocks

Durante l'incontro con i fan di Milano, abbiamo intervistato Dylan Horrocks sul suo ultimo graphic novel, "Sam Zabel e la Penna Magica".

Nato a Auckland nel 1966, è sicuramente il più conoscResponsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocksiuto autore di fumetti neozelandese. Attivo
sin da metà degli anni ’80, periodo nel quale ha fondato la rivista Razor con Cornelius Stone, ha lavorato per Fox Comics in Australia, Fantagraphics Books negli USA e ha co-fondato Le Roquet in Inghilterra. Su Pickle, rivista autoprodotta, ha pubblicato a puntate Hicksville, che nel 1998 è stato raccolto in volume e ha segnato il suo successo a livello internazionale. Dopo aver scritto Batgirl, Hunter: The Age of The Magic e Atlas per la Drawn and Quarterly, si è dedicato a serie pubblicate online sul suo sito hicksville.com. Sul portale è stata pubblicata a puntate la sua nuova graphic novel, Sam Zabel e la Penna Magica, pubblicato in Italia da Bao Publishing. Lo Spazio Bianco lo ha raggiunto durante il suo incontro con i lettori a Milano per parlare del suo ultimo lavoro e della sua concezione di arte e fumetto.

Salve Dylan. A diciott’anni da Hicksville sei tornato con una nuova graphic novel, Sam Zabel e la penna magica. Cosa è successo in questo lungo periodo di tempo?
Ho disegnato molte storie brevi e ho iniziato molte graphic novel che non ho finito, ho lavorato per la DC Comics scrivendo di supereroi per un po’, ma a lungo andare mi sono prosciugato, ho perso la capacità di scrivere e disegnare e per alcuni ann ho faticato molto per portare a termine storie nuove. Iniziavo qualcosa, ma non riuscivo a concluderla. Sam Zabel e la penna magica è una storia iniziata per rilassarmi ed è servita anche per cercare di capire cosa non stesse funzionando, perché fosse così difficile lavorare bene.

Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan HorrocksSam Zabel era presente come personaggio anche in Hicksville ed è una sorta di maschera che ti permette di entrare nel racconto, di mettere elementi autobiografici all’interno della storia, di parlare con la tua voce. Quanto è cambiato il personaggio dalla sua prima apparizione? Ha seguito la tua stessa evoluzione come autore?
Ho usato Sam Zabel come personaggio per almeno trent’anni, disegnavo storie brevi con Sam Zabel già prima di Hicksville. L’ho sempre utilizzato non come una maschera, ma più come un avatar. Come quando stai giocando a un videogioco e crei un personaggio per te stesso e usi quel personaggio per esplorare il mondo del gioco… Sam è più simile a quello. Non è esattamente identico a me, ma lo uso quando sto cercando di capire qualcosa su di me, sulla mia vita e sul mio rapporto col fumetto.
In Sam Zabel e la penna magica è più vecchio rispetto a Hicksville e il suo rapporto col fumetto è diventato più difficile e complicato. Credo che questo valga anche per me, ma volevo metterlo in una situazione simile alla mia, in parte per vedere come avrebbe reagito. A volte lo uso come un topo da laboratorio: lo metto in un labirinto per vedere dove va e alla fine imparo qualcosa sulla situazione e su me stesso. Altre volte lo faccio rispondere in modo molto diverso rispetto a come risponderei io, ed è un modo per vedere cosa potrebbe succedere se facessi quella scelta. Altre ancora fa esattamente quello che farei io, ma la situazione cambia. Non lo uso solo per descrivere la mia vita e la mia personalità, lo uso in modo sperimentale, lo uso per cercare di capire meglio le cose.

Nel tuo nuovo libro torni ad analizzare la storia del fumetto. In Hicksville la riflessione era rivolta soprattutto ad un ben preciso periodo storico, ovvero gli anni ‘90 del fumetto statunitense, che apparivano in netto contrasto la Golden Age americana. In quest’opera la riflessione si espande e va a coprire anche la produzione USA degli anni ‘50, quella fantascientifica, nonché i manga e il fumetto europeo. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa tematica ancor più ampia?
Ho iniziato Hicksville ormai più di vent’anni fa. In questo lasso di tempo il mondo dei fumetti è cambiato enormemente e parte di ciò che volevo esplorare in Sam Zabel e la penna magica era uno scenario emergente, oggi molto più vario rispetto ad allora. Alice Brown è uno dei personaggi che ho introdotto, perché rappresenta un mondo che nel fumetto non esisteva quando ho iniziato a lavorare. Disegna webcomic e forse non sarebbe stata interessata ai fumetti quando io ero adolescente. Alice fonda una community per disegnatori, lettori, fan e autori online molto più varia e diversificata rispetto al passato. Ci sono persone di tutti i tipi, di tutte le identità di genere. Quando ero un adolescente era un ambiente dominato dagli uomini: c’erano donne che creavano e leggevano fumetti, ma erano in inferiorità numerica e spesso praticamente invisibili per gran parte dell’industria del fumetto e del pubblico. Tutto questo è cambiato. Ora ci sono molti bravissimi disegnatori di entrambi i sessi e artisti provenienti da tutto il mondo. C’è una scena molto interessante che sta emergendo in Cina, l’India sta producendo delle ottime graphic novel, ci sono alcuni autori in Africa che fanno cose davvero interessanti. Non ci sono più solo America, Europa, Gran Bretagna e Giappone.
Il manga è qualcosa che non avevo preso in considerazione in Hicksville. L’avevo citato, ma volevo esplorarlo un po’ di più in Sam Zabel e la penna magica, perché è l’industria del fumetto più grande del mondo. Inoltre, il manga si è aperto a nuove possibilità narrative. Mi interessano molto cose come i fumetti yaoi e josei, creati dalle donne per le donne, che esplorano fantasie, sogni e desideri. Sono molto popolari e stanno diventando famosi anche in Nuova Zelanda. Tutto questo ha trovato posto in Sam Zabel e la penna magica, ma la cosa che stavo cercando di capire di più era il rapporto di Sam con la fantasia e con le fantasie e i desideri altrui. Credo che la storia parli soprattutto di lui e dei fumetti fantasy di cui è particolarmente appassionato. E sto sproloquiando, quindi… [ride]

Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocks

Un’interessante riflessione è quella che fai sulla responsabilità morale dell’artista nei confronti di ciò che crea e di chi fruisce di questa creazione. Un tema complesso che mette in crisi il protagonista stesso e che lascia il lettore con più domande che risposte. Era il tuo obiettivo quello di porre ognuno di noi di fronte a questa questione, di dare uno spunto di riflessione senza esprimere una posizione chiara? Anche tu come Zabel non sei riuscito ancora a trovare una risposta?
Il libro pone la domanda: “Quanta responsabilità morale hanno gli artisti rispetto alle loro opere e, nello specifico, rispetto alle fantasie nelle loro opere?”. Ho disegnato questa storia perché non avevo la risposta e il libro si apre con due citazioni, una del poeta William Yeats, che dice «Nei sogni iniziano le responsabilità», e l’altra è di un’attrice e produttrice pornografica, che si occupa della pornografia a livello accademico, Nina Hartley, e dice: «Il desiderio non ha morale». Volevo usare entrambe le citazioni perché per me sono entrambe vere ma completamente opposte, quindi volevo esplorare lo spazio tra queste due posizioni. Ho costruito la storia come mezzo per esplorare quello spazio, testare quelle posizioni. A un certo punto Sam sembra dire: “Sì, abbiamo una responsabilità, ma dobbiamo pensare alle conseguenze delle fantasie che esploriamo”, ma subito dopo mette in dubbio tutto ciò e inizia a smontare questa posizione. Ci sono altri momenti in cui assume la posizione opposta. Come ho detto, stavo creando un labirinto sperimentale per metterci il topo e cercare di ottenere una risposta. Penso di non avere una risposta semplice dopo aver fatto questo libro e credo che continuerò a lottare con la domanda.
La responsabilità più grande che abbiamo, in quanto artisti, è l’onestà. Onestà sulle nostre fantasie, sulle nostre paure e sui nostri desideri. Onestà sulle cose che ci spaventano, sulle fantasie che ci disturbano. Penso che se siamo onesti e sinceri con noi stessi, invece di cercare di modellare tutto affinché rifletta quello che vuole la gente, quello che pensiamo possa vendere o non metterci nei guai, allora impareremo davvero qualcosa. Credo che sia uno dei ruoli più importanti dell’arte, il permetterci di scoprire cose su noi stessi, sugli altri e sul mondo che a volte non vogliamo sentire. Più capiamo queste cose, più saremo in grado di convivere gli uni con gli altri.

Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocks
Sam Zabel

In Sam Zabel ritorna comunque la critica al fumetto americano, in particolar modo quello supereroistico. L’aver lavorato per quell’industria ha sicuramente influenzato la tua esperienza. Dagli anni ‘90 però alcune cose sono cambiate, anche se oggi forse si sta tornando un po’ al clima di quegli anni. Hai continuato a seguire l’evoluzione del mondo dei supereroi oppure te ne sei completamente distaccato dopo la tua esperienza? Se sì, cosa ne pensi?
Sono terribile, non li leggo affatto! [ride]Quando scrivevo fumetti sui supereroi, fui ingaggiato per scrivere Batgirle non avevo idea di cosa stesse accadendo in quelle serie. Non sono cresciuto con i supereroi, ma leggendo Tin Tin, Asterix e Lucky Luke e anche fumetti underground: leggevo Robert Crumb quando avevo 15 anni. Queste erano le cose che leggevo e che mi interessavano davvero. I supereroi non mi hanno mai preso, per qualche ragione non riesco proprio a sentire vicina quella particolare fantasia. Quindi quando mi sono trovato a scriverne ero un po’ perso, non avevo un’idea chiara su come avrei scritto di un supereroe (beh, in realtà avevo un’idea, ma non credo sarebbe stata adatta: sarebbero stati seduti lì, a parlare delle loro vite). Ma ci sono fumetti supereroistici che ho letto nel corso degli anni, di solito perché ero interessato a chi li scriveva o disegnava. Ho sempre letto i fumetti di Alan Moore, ho letto Grant Morrison, Ed Brubaker e anche Matt Fraction e Kelly Sue DeConnick sembrano interessanti, quindi non leggo molto ma tengo i nomi in una lista.
Quello che faccio è seguire la conversazione critica online intorno al fumetto, la seguo e la trovo più interessante del fumetto stesso. [ride]C’è anche una discussione politica sui supereroi in questo periodo. Mi sembra un momento molto interessante nell’industria del fumetto americano, ma cerco di non avere opinioni forti in proposito, perché non leggo quel genere di fumetti. In passato avevo delle opinioni più precise su certe cose perché scrivendo Batgirl ho finito per affezionarmi molto al personaggio e il modo in cui è stata trattata dalla DC a volte mi ha reso infelice. Non mi piace la struttura aziendale che gira intorno a quei fumetti, penso che danneggi molto le storie, i personaggi e gli autori.

La tua opera però non è un saggio, non racchiude in sé solo critiche e riflessioni, ma è soprattutto un’avventura piena di adrenalina e una dichiarazione d’amore per il fumetto. Come hai deciso di impostare la storia in questo modo e qual è stato il processo che ti ha portato a scegliere determinati fumetti in cui far scorrazzare i tuoi personaggi?
Ho fatto una lunga lista nel mio quaderno per gli appunti [ride] e poi ho controllato il numero delle pagine che avevo ottenuto: erano tutte sequenze che ho eliminato dalla sceneggiatura, perché costituivano semplicemente una distrazione, ma avrò avuto almeno 500 pagine diverse! [ride] Avevo anche un’intera sequenza su una persona che finiva a lavorare in uno studio e mi piacerebbe finire quella storia. Un’altra era ambientata in Argentina più o meno nel periodo in cui fu ucciso Héctor Germán Oesterheld.
Alla fine credo che ci fossero alcuni passaggi chiave che consideravo momenti della storia del fumetto da menzionare ed esplorare. Per questo motivo c’è una scena sui fumetti durante la Prima guerra mondiale: c’è il padre di un soldato tedesco che sta disegnando un fumetto da mandare a suo figlio, nella speranza che questi venga trasportato dentro il fumetto, salvandosi. Il genere che ho scelto è scaturito da quella situazione e in quel caso ero io che volevo parlare di uno dei modi in cui usiamo le fantasie nelle storie per trovare un riparo, un rifugio da un mondo folle. A volte disegniamo storie come gesto d’amore nei confronti delle persone a cui teniamo e alcune storie sono state scelte per queste ragioni, piuttosto che per l’industria del fumetto.

Tra i molti personaggi che appaiono nel fumetto, il più affascinante è proprio la supereroina Lady Night, che appare nei momenti chiave, con la sua misteriosa presenza che sembra presagire verità oscure sia al protagonista che al lettore. Chi è Lady Night per Dylan Horrocks?
In Sam Zabel e la penna magica Lady Night è in parte un tentativo di elaborare i miei sentimenti rispetto a quando scrivevo Batgirl: e rispetto al modo in cui Batgirl era cambiata, diventando un personaggio molto più cupo. In parte è anche Mary Marvel di Captain Marvel/Shazam, personaggi oche ho sempre amato. Ci sono molte cose: c’è un po’ di Doctor Strange, c’è la tradizione dei supereroi che non sono davvero supereroi, ma più che altro filosofi…Ma credo che la risposta sia “Batgirl”. [ride]

Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocks
Parlando dei disegni, si nota una netta evoluzione da Hicksville, il tratto è diventato più arrotondato e morbido, hai introdotto nuove soluzioni grafiche e prospettiche e soprattutto sei passato dal bianco e nero al colore. Cosa ti ha portato verso questa direzione e cosa ti permette di trasmettere l’uso del colore?
Prima di disegnare Sam Zabel e la penna magica stavo cercando di fare molte altre storie e parte di quel processo era volto a sperimentare uno stile diverso e volevo disegnare in modo diverso. Non mi piaceva il modo in cui disegnavo e volevo imparare a disegnare come Christophe Blanc o Edmund Baudoin, adoravo il loro stile. Però non riuscivo a disegnare! Ero arrivato al punto in cui non riuscivo a disegnare più. Pensavo: “Ah, non c’è più niente da fare! Non sono più in grado di disegnare”. Ma ho capito che avevo bisogno di disegnare, quindi iniziai a farlo nel modo in cui avevo sempre voluto fin da bambino, con uno stile che è influenzato da Hergé e da la ligne claire e sono tornato alle linee pulite. Ho capito che ci sono alcuni artisti che si siedono, muovono la mano e fanno comparire disegni stupendi, eleganti e dove è tutto giusto, ma io non sono così. Sono uno di quei fumettisti che si sforzano per rendere un disegno anche solo adeguato e è molto difficile. Non ho molto controllo su quello che la mia mano sta disegnando, ma ho capito che disegnare è molto difficile, è come il canto: quando stai cantando, sei limitato dal tuo timbro e la tua voce è plasmata in base al tuo corpo. Puoi allenarla e renderla più forte, ma non puoi cambiare la voce che hai. Non posso ottenere come per magia la voce di Tom Waits o di Kiri Te Kanawa, la cantante lirica. Non posso farlo, quindi sono costretto a tenermi quello che ho e devo fare pace con me stesso. Quando sono tornato a disegnare solo per piacere personale –perché avevo bisogno di farlo – ho smesso di preoccuparmi del fatto che i miei disegni fossero brutti, che non potevo disegnare in un certo modo e ho semplicemente disegnato nel modo in cui sapevo farlo, con il mio stile.
Dipende da quello che non sono in grado di fare e da quello che trovo difficile. Se voglio raccontare una storia o se voglio cantare una canzone, devo essere onesto e usare la mia voce. É come la storia di quell’uomo che sta cercando di sedurre la donna che ama attraverso la voce di un altro uomo, perché pensa che le sue poesie siano stupide e che non sia in grado di scriverne di belle. Funziona per un po’, ma alla fine la donna si innamora dell’uomo che scrive le poesie, non di quello che finge di scriverle. Per me è come disegnare con la voce di un altro e questo è un modo molto prolisso per dire che ho rinunciato. [ride] Ma accettare questo fatto ha reso la mia voce molto più forte, questo è ciò che ho imparato. Ho scelto il colore perché stavo pubblicando online e non dovevo pagare le spese di stampa, quindi potevo usarlo. Ho provato e mi è piaciuto, adoro usare i colori. Ma ci saranno comunque fumetti in bianco e nero se sentirò che un libro potrebbe funzionare di più in bianco e nero, dipende da quello che va bene per la storia. Usare il colore mi fa sentire come se avessi aggiunto uno strumento in più.

Responsabilità e desiderio: intervista a Dylan Horrocks
Sam Zabel

Negli anni hai prodotto molti fumetti per il tuo sito web, hicksville.com e ti sei interessato a questo nuovo modo di produrre fumetti. Sui il dibattito è oggi ancora molto acceso. C’è chi sostiene che sia un modo per dare nuova linfa a questa industria, altri invece le considerano qualcosa di diverso, dato che introduce nuovi elementi che esulano dal linguaggio del fumetto (video, gif animate,suoni). Cosa pensi dell’evoluzione di questo nuovo modo di scrivere?
Negli anni ’80,quando ho iniziato a disegnare fumetti, le fotocopiatrici divennero diffuse ed economiche e questo cambiò radicalmente il fumetto: di punto in bianco chiunque poteva fotocopiare il suo fumetto e diffonderlo. Quindi ci fu un’eruzione di voci nuove e da lì è arrivata un’intera generazione di autori davvero interessanti, come Chester Brown, Julie Doucet e così via. Quella rivoluzione influenzò i miei primi anni nel fumetto e i webcomic sono lo stesso tipo di rivoluzione, moltiplicato per mille.
Si è aperto un oceano di possibilità e di opportunità per autori di tutto il mondo, di tutti gli orientamenti politici, di tutte le filosofie e di tutte le correnti a livello di estetica. Tutti loro hanno un modo per diffondere il proprio lavoro e farlo vedere a gente di tutto il mondo. Credo che ciò che sta succedendo con i webcomic sia davvero entusiasmante. Forse sono meno interessato alle possibilità che offrono diversi tipi di tecnologie come l’animazione. Non mi interessa se aggiungendo animazioni o suoni si possa ancora parlare di fumetto, come dibattono alcuni. Non mi interessa, perché quando definiamo qualcosa come fumetto o meno facciamo una distinzione completamente arbitraria. Ho visto webcomic che usano animazioni complesse che adoro, ne ho visti altri che sono noiosi… ma credo che internet abbia rimpiazzato le vignette nei quotidiani e quello è un genere che è diventato molto noioso. Si stava estinguendo, ma il web l’ha fatto esplodere, l’ha aperto, e molta gente sta facendo vignette fantastiche. Èanche un modo molto facile per rendere un fumetto seriale o creare una serie lunga. Non vedo nessuno svantaggio nei webcomic, non ci vedo nulla di male, penso solo che sia molto entusiasmante.
Ed è magnifico per i neozelandesi! [ride] Conosco almeno due artisti neozelandesi, molto giovani, che hanno creato webcomic con un numero di lettori sufficiente a renderlo un lavoro a tempo pieno. Non l’avrei mai immaginato vent’anni fa. È pazzesco!

Intervista realizzata dal vivo il 20 maggio 2015

Traduzione di Alessandra Cognetta

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