NPE CONCORSO INTRODUZIONE
C for Cosplay

Il progetto fotografico “Costume Players” di Giovanni Albore

Ida Vinella commenta il progetto fotografico "Costume Players" di Giovanni Albore, rivolgendogli alcune domande sul mondo dei fumetti e del cosplaying.

Il progetto fotografico "Costume Players" di Giovanni AlboreGiovanni Albore, da bambino avverte una predisposizione per la tecnologia, e inizia a collezionare francobolli e libri di astronomia. Da adolescente si avvicina al mondo del fumetto americano, e in particolare ai manga e gli anime giapponesi.
La sua passione per il cinema diventa oggetto dei suoi studi universitari, e il passaggio dal cinema alla foto
grafia è molto breve, tanto da portarlo a studiare fotografia a Milano. Da allora lo attrae la ricerca e lo studio dei fenomeni sociali contemporanei, e tutto ciò che riguarda la tecnologia e la scienza, dai documentari alla fotografia.

Dal 2009 insegna fotografia, ed è il creatore e co-fondatore della scuola di fotografia Fproject, la prima nel sud Italia.

Fotografo, attualmente residente in Puglia, Giovanni Albore è autore del progetto fotografico “Costume Players”, con il quale ha voluto esplorare l’universo dei cosplayer con una serie di scatti attraverso cui emerge l’aspetto più umano e autentico dei “players”, e solo secondariamente l’interpretazione che offrono del personaggio scelto.
Ida Vinella ha redatto un breve commento al progetto di Albore, e gli ha rivolto alcune domande sul suo lavoro di fotografo e sul suo interesse per il mondo dei fumetti e del cosplaying.

Ida Vinella sul progetto fotografico “Costume Players”

Il progetto fotografico "Costume Players" di Giovanni AlboreIndossare una maschera equivale a fare avverare un sogno sulla propria pelle. L’immaginario diventa realtà e i cosplayer – meravigliosi inventori del corpo dalle mille identità – si trasformano definitivamente in supereroi e principesse, guerrieri e idol, mostri e fattucchiere. Provate per un giorno a immergervi nel caotico trambusto di una fiera del fumetto: potrete incontrare molto facilmente idoli dimenticati della vostra infanzia, oppure sofisticate armature che a malapena lasciano intravedere il contenuto umano all’interno. Tra un’esibizione di k-pop e una ballata dalle evocative atmosfere tipiche di Dungeons & Dragons, sembra di vivere in una dimensione parallela alla realtà, dove per un attimo le fiabe più stravaganti e gli incubi più assurdi prendono vita sulla pelle dei visitatori.

Il cosplay è un fenomeno globale, senza età e senza limitazioni culturali, la cui comune matrice è l’inarrestabile passione per un fumetto, un anime, un film o un videogame: oppure è semplicemente uno stile, come il gothic lolita o lo steampunk. È un immaginario estetico in cui travestirsi diventa un gioco genuino per mettere in evidenza l’immensa affinità al personaggio interpretato. Sprofondando nelle sue vesti e nella sua personalità, l’interprete – come l’attore di teatro – sparisce dietro quella maschera, ma al contempo la incarna al massimo, poiché la scelta di un cosplay non può esimersi dall’amore per quel personaggio e dunque dalla corrispondenza tra la creatura fantastica e il cosplayer in sé.

L’identità autentica del cosplayer non viene calpestata, ma per un attimo sparisce dietro questo sogno ad occhi aperti. Così comprendiamo un’antica realtà: dietro ogni eroe si nasconde una quotidianità semplice, dietro ogni strabiliante costume si cela un’umana personalità, dietro il pizzo e dietro l’armatura possono eclissarsi debolezze e insicurezze, pianti e sacrifici, semplicità e devozione. Allora tutto può tramutarsi in fantasia.

Intervista a Giovanni Albore

Il progetto fotografico "Costume Players" di Giovanni AlboreCosa ti ha spinto ad analizzare da vicino il mondo del cosplay?
Sin da bambino sono appassionato di manga e anime. Nel 1988 mi recavo ogni mese in edicola per acquistare i manga di Hokuto No Ken e Saint Seiya editi da Granata Press. Per me quello era un rituale sacro che però non era visto di buon occhio dalla gente del mio paese natale, soprattutto dai miei coetanei che mi hanno spinto a tenere quasi segreto questo mio hobby. Oggi è chiaramente impensabile una cosa del genere, perché queste cose sono ormai parte del quotidiano e in gran parte accettate dall’opinione pubblica. Anche se ancora oggi sento tristemente parlare del fatto che i videogiochi e i manga istigano la violenza. Una falsa credenza. Le responsabilità sono individuali e al massimo sono della società ma non di certo dei videogiochi.  Per me questo progetto è un riscatto. Scoprire che molta gente nel mondo condivide questa passione a tal punto da impersonare gli eroi di cui ogni giorno leggiamo e seguiamo le gesta, è per me motivo di meraviglia e curiosità. Ecco perché ho deciso di fotografarli.

Che esperienza è stata conoscere e fotografare cosplayer in studio? Che rapporto avete instaurato?
Sicuramente è stata un’esperienza edificante. Ha contribuito a migliorare la conoscenza che possiedo di questo mondo, attraverso i racconti e le storie degli stessi cosplayer e andando maggiormente a fondo nella complessa comprensione di questo affascinante fenomeno sempre più crescente. Per quanto riguarda gli scatti in sé, ho innanzitutto cercato di ottenere una fotografia che esulasse dall’interpretazione del personaggio. Volevo che venisse fuori la persona che indossa un costume quindi nel senso stretto il “player” piuttosto che il “costume”. Quindi ho detto loro che questi scatti erano solo delle prove ottenendo così di fronte all’obiettivo un atteggiamento rilassato, poco contrito e certamente non artefatto. Dopo questa “bugia” a fin di bene ho iniziato a fotografarli “sul serio” e ho quindi collezionato tante immagini con pose fantastiche e interpretazioni magistrali di ogni singolo eroe. A questo aspetto più “neorealistico” ho affiancato una postproduzione che ricordasse un cartone animato volutamente marcata e colorata fino a far sembrare i cosplayer delle “statuine”.

Il progetto fotografico "Costume Players" di Giovanni AlboreAl termine di questo progetto, qual è la tua idea di questo fenomeno così affascinante, ma allo stesso tempo poco compreso e studiato?
Credo che il fenomeno in sé contribuisca a migliorare molti aspetti culturali. Faccio un esempio: ogni cosplayer degno del suo nome si ingegna per ottenere il miglior risultato possibile attivando abilità che spaziano dalla sartoria al bricolage. Più abilità in tal senso si possiedono maggiore è la resa e di conseguenza il riconoscimento. Un fenomeno del genere quindi va soltanto promosso, perché attiva tutta una serie di savoir-faire proprie dell’essere umano, il cosiddetto artigianato. In Italia il fenomeno è abbastanza diffuso e in crescita e ce ne si può rendere conto quando si va alle fiere dedicate o eventi specializzati che aumentano numericamente ogni anno. Sebbene lontani da quel che avviene in USA o in Giappone, tutto sommato il nostro è un paese abbastanza attento al fenomeno. Ovviamente questo accade non tanto perché le istituzioni promuovono questi eventi, ma quanto per il crescente numero di addetti ai lavori sempre propensi a organizzare e a mettere su interi meccanismi. La sensazione tuttavia – e aggiungo purtroppo – è quella del “ce la cantiamo e ce a suoniamo”. Eccetto rare eccezioni come, ad esempio il Lucca Comics & Games, ormai la più grossa manifestazione in Europa rappresentativa di questo fenomeno. Quando le istituzioni entrano in gioco ecco che avvengono cose meravigliose. Camminare per le strade cinquecentesche di Lucca gremite di personaggi provenienti da mondi immaginari è qualcosa di unico ed è un’esperienza che consiglio a tutti.

Intervista condotta via mail nel mese di settembre 2016.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio