Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.

Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.
Una breve intervista a Sergio Badino che con simpatia e disponibilità risponde ai dubbi nati dall’analisi del suo nuovo manuale di script e ci aggiorna sulle sue recenti attività anche...
Articolo aggiornato il 21/04/2015

Skype fa un po’ i capricci ma alla fine il laptop mi trasmette l’immagine dell’autore di “Professione Sceneggiatore”, di “Conversazione con Carlo Chendi” (sempre per i tipi di ), di diversi saggi e curatele per mostre e festival sul fumetto e, ultime non certo per importanza, Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.di decine di sceneggiature distribuite tra Disney, Bonelli e altri editori che gli sono valse un paio di awards.
Recentemente anche l’animazione lo vede coinv
olto in diversi progetti mentre costante è l’attività d’insegnamento della professione di sceneggiatore che, dai corsi privati in vari istituti e scuole liguri, si è da poco spostata nel neonato StudioStorie, allargando il campo d’azione alla più generale arte dello storytelling.
Questo il tema principale affrontato nella conversazione che segue realizzata con a portata di mano, oltre agli appunti, le due edizioni del suo celebre manuale.

WOW!!! I pupazzetti della Ceres!!! Credo – me lo disse Enrico tempo fa – siano abbastanza rari. Non li aveva tutti nemmeno lui! 

proviamo il microfono parlando di gadgets del noto marchio di birra, opera del suo pard grafico (all’ora come oggi) di “Professione Sceneggiatore”, Enrico Macchiavello, e iniziamo.

La nuova edizione del tuo manuale riprende gran parte dei contenuti di cinque anni fa, ampliandoli notevolmente. Viceversa manca un buon terzo del materiale esplicativo (le pagine di sceneggiatura di diversi tuoi colleghi) che concludeva la precedente edizione. Come vedi questa seconda edizione? Integrativa alla prima? Sostitutiva?
Dato che la scorsa edizione è andata piuttosto bene, l’editore mi ha chiesto di riproporre il manuale. Io avevo pensato a una semplice ristampa ma mi è stato chiesto qualcosa di nuovo. In questi cinque anni ho maturato diverse esperienze professionali e sentivo che potevo includerle al materiale già presentato cinque anni fa cercando di ampliare – a mio avviso in maniera abbastanza completa – quelle parti che ho ritenuto non sufficientemente approfondite a suo tempo. 
Ho cambiato anche l’approccio allo storytelling che nella precedente edizione era focalizzato quasi esclusivamente sul fumetto mentre questa volta è più a 360°: da qui è derivata anche la scelta di eliminare la parte che tu hai ricordato, quella degli esempi di sceneggiatura di fumetti dei miei colleghi. Vi sono, in ogni caso, moltissimi altri esempi di soggetti, sceneggiature e racconti, avrai notato che, rispetto alla prima edizione, li ho cambiati proprio tutti…

Insomma dalla tua risposta posso dire di avere la conferma di quanto ho scritto nel raffrontare le due edizioni: una integra l’altra, ciascuna è vincolata all’altra e per avere una visione completa del tuo lavoro bisogna leggerle entrambe.
Mi fa piacere questo tuo punto di vista, devo ammettere che non me l’aveva ancora detto nessuno. Io sono partito con l’idea di proporre qualcosa di nuovo salvando quello che ritenevo più utile della prima edizione.

 

Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.
Dalla teoria…

 

Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.
…alla pratica (schema di soggetto per un prossimo Martin Mystère)

La settimana arte, non solo da un punto di vista meramente grafico, questa volta occupa un posto ancora più rilevante della passata edizione. Sfogliandolo sembra di trovarsi, con le dovute differenze, dinanzi ad un tipico manuale dell’editore Audino. Perché questa sterzata verso il cinema da un autore che opera principalmente in ambito fumettistico?
Beh il tuo paragonare questa nuova edizione a un manuale edito da Audino è un bel complimento, non solo nei miei confronti ma anche in quelli della Tunué. L’abbondare degli esempi cinematografici, anche a livello meramente iconografico, nasce dal fatto che le pellicole scelte sono molto popolari e quindi più facilmente comprensibili da un pubblico più vasto.
La scelta nasce proprio dall’esperienza con i corsi di fumetto e storytelling svolti in questi anni: se parlo di una sequenza tratta dalla serie di Indiana Jones o di Ritorno al Futuro tutti capiscono al volo di cosa sto parlando, viceversa se utilizzo come esempio un tale fumetto o un tale romanzo c’è sempre chi non l’ha mai letto, a meno di trattare di opere veramente molto note. Ormai da diverso tempo poi opero anche in ambito fumettistico: infatti oltre che nella narrativa per ragazzi, ho lavorato e lavoro anche nel settore dell’animazione e ho incluso nel libro alcuni esempi a tale riguardo.

Games e comunicazione pubblicitaria sono settori professionali molto interessanti per uno storyteller eppure, al di là del concept grafico trasmesso a Macchiavello per la nuova cover, non ho trovato nel testo alcun tuo approfondimento o esempio commentato riferibile a questi media. Dobbiamo aspettarci -da qui a cinque anni – una terza edizione del tuo manuale?
La tua potrebbe essere un’idea, in tutti i casi saranno i lettori a deciderlo. 
Io mi sono soffermato unicamente su fumetto, cinema e narrativa cercando di individuare un principio di base che potesse aiutare il lettore a rapportarsi anche con i giochi, la pubblicità, così come la radio piuttosto che il teatro. 
Le fondamenta di tutto ciò che ho appena nominato possono essere ricercate nel conoscere come si struttura una storia. Analizzati questi tre media mi sono fermato per non trasformare il manuale in una sorta di Enciclopedia Treccani ma mantenere l’agilità della prima edizione… poi chissà, magari ne riparleremo tra cinque anni.

Sei uno dei pochi sceneggiatori che mette a disposizione gratuitamente sul web soggetti e intere sceneggiature (presentate in forma professionale) dei tuoi lavori attraverso un blog che vuole essere anche una sorta di appendice aggiornata ai tuoi manuali. In tal senso hai ricevuto feedback dai tuoi lettori? Ti sono stati utili anche nel momento di riprendere in mano il tuo manuale?
Il blog colpevolmente non lo aggiorno da diverso tempo ma devo anche riconoscere che l’epoca d’oro del successo dei blog è un po’ passata o almeno è passato l’interesse per quel materiale che tu ricordi e che avevo inserito in un blog nato principalmente a supporto della precedente edizione del manuale. Ora considero quell’esperienza un po’ conclusa. 
Quando il blog era più frequentato di adesso e la partecipazione attiva dei visitatori era decisamente maggiore, mi ero ritrovato di fronte a richieste di appassionati che, come giustamente ricordi, si lamentavano dell’assenza, o comunque della difficile reperibilità, di soggetti e sceneggiature di fumetti da poter studiare. C’è stato uno scambio con alcuni di loro e devo dire che la cosa a suo tempo mi ha fatto piacere. Ormai dati i numerosi impegni sia professionali che personali (Badino è diventato recentemente padre N.d.R.) è un’attività che non posso più seguire con costanza.

Lo scorso mese hai inaugurato il tuo StudioStorie che promuove corsi di storytelling proseguendo la tua attività parallela a quella di sceneggiatore, ovvero quella di docente. Rileggendo la tua introduzione al manuale mi sorge spontaneo chiederti se, tra i partecipanti, hai ancora persone che coltivano l’illusione d’immettere sul mercato italiano manga autoctoni…
Dunque: ai miei corsi non è mai capitato, per fortuna, anche perché se qualcuno mi pone la questione io rispondo subito di no e la conversazione muore sul nascere. 
Piuttosto mi è capitato di recente di vedere in giro che ci sono persone che propongono corsi di manga: ovviamente non ti farò nomi. Anche su facebook è capitata l’occasione di parlarne con alcuni colleghi: è una cosa che mi lascia alquanto perplesso perché mi chiedo come si possa chiedere del denaro per insegnare a fare manga in Italia! Questa è giusto la premessa. Sarebbe poi opportuno chiedersi chi, in Italia, ha la pretesa d’insegnare a fare il mangaka… non credo che abbiamo Taniguchi disponibile a far corsi qua, no? Taniguchi è giusto per fare un nome, è chiaro che ti potrei fare altri… insomma basterebbe qualcuno dalla comprovata esperienza professionale in questo campo. Quella di andare a vedersi i curricula degli insegnanti è un’attività che io consiglio sempre, non solo limitatamente ai corsi di fumetto. Una cosa è se si vogliono seguire questi corsi giusto per soddisfare una curiosità – fatto salvo sempre il discorso della comprovata professionalità degli insegnanti – un’altra è se questi docenti mi raccontano la favola che l’attività di fare manga potrà, finito il corso, tramutarsi in vero lavoro (cioè retribuito) nell’attuale mercato italiano.
Più che di concretezza quello che ti ho appena fatto è un discorso di onestà: i pochi manga che fanno grossi volumi di vendita provengono dal Giappone, chiuso il discorso.
Già è molto difficile districarsi nel mercato dei vari corsi di scrittura creativa, fumetto, cinema, etc. Penso ai quei corsi di fumetto nei quali si promette agli studenti l’ingresso nel mondo del lavoro nell’arco di tre anni e quando poi vai a vedere di cosa campano questi insegnanti scopri che lavorano sì, ma non nel fumetto!

Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.
Tavola di Alessandrini da “Il banco dei pegni” pubblicata nel Dylan Dog Color Fest n. 7 Sceneggiata da Badino e oggetto di sua analisi nel manuale

E’ notizia di questi giorni che alcuni studenti della Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli sono approdati a una sceneggiatura per Dylan Dog, tu sei riuscito a coinvolgere i partecipanti a un tuo corso di sceneggiatura presso l’Accademia di Belle Arti di Genova al progetto del film di animazione di Matteo Valenti “Crêuza de mä” sull’omonimo album di Faber. Che cosa puoi raccontarmi di questa esperienza?
Il progetto, che si è concluso la scorsa primavera, si è rivelato molto interessante e posso dire di esserne molto orgoglioso anche perché non è così frequente che si arrivi a lavorare ad un film di animazione attraverso un corso. Solitamente questa meta la si raggiunge attraverso altri canali. Devo ammettere che quest’occasione è stata una sfida anche per me giacché il film è muto, non ci sono dialoghi ma ogni singolo episodio è musicato dalla relativa canzone dell’album di De Andrè, quindi la nostra sceneggiatura verteva sul raccontare una storia solo attraverso la descrizione delle immagini. Da un punto di vista di concept abbiamo preferito, al semplice videoclip ritraente l’artista che suona e canta la canzone, un racconto autonomo, nato da una gara interna tra i corsisti che hanno proposto ciascuno un soggetto, votando tra loro (io naturalmente mi sono escluso) quello vincente e lavorando poi insieme alla stesura della sceneggiatura.
Quello del progetto di sceneggiare un episodio di “Crêuza de mä” è un buon esempio di quanto i media che ho descritto nel manuale siano strettamente connessi: diversi partecipanti al corso non si erano iscritti con l’idea di partecipare ad un film di animazione, anche perché erano davvero a digiuno in materia e, lavorandoci, hanno compreso che non ci sono poi tutte queste differenze fra narrativa e animazione, traendone quindi benefici per il settore di loro maggiore interesse. Da questo punto di vista posso dire che il corso è stato davvero un successo.

Ora che dirigi una tua scuola hai in cantiere un progetto che possa portare i tuoi studenti a concludere il percorso di studio con una prima esperienza professionale, magari su un fumetto Disney o Bonelli?
Il nuovo corso – il primo all’interno del mio StudioStorie – è appena iniziato e non ho ancora ricevuto proposte di collaborazione. Da parte mia c’è comunque la massima apertura e disponibilità a ripetere esperienze simili.

Negli ultimi anni abbiamo visto un continuo proliferare in libreria di manuali di sceneggiatura e più in generale di strumenti utili a chi vuol cimentarsi direttamente con il fare fumetti. Non ti chiedo “perché un altro manuale di scrittura” ma di ampliare la risposta a questa domanda contenuta nell’introduzione del libro rispondendo a questa: scrivere che ti vengono poste le stesse domande di base “persino da parte di persone che hanno già letto svariati testi in materia” significa che chi partecipa ai tuoi corsi è un lettore distratto e poco appassionato o che il tuo manuale ha qualcosa che gli altri testi non hanno? 
A me piace pensare “la seconda che hai detto” – per dirla alla Guzzanti. Vedi, come avrai notato, io mi sono posto da subito questo problema, ovvero l’esigenza di cercare un approccio differente dagli altri manuali sulla narrativa e sulla sceneggiatura che ho letto in passato e credo di esserci, almeno in parte, riuscito. 
E’ vero che nei miei corsi mi viene costantemente posta la domanda sul mito dell’ispirazione e della nascita delle idee. Una domanda alla quale mi fa sempre piacere rispondere cercando di far comprendere ai miei ascoltatori che il nostro mestiere ha più a che fare con l’artigianato che con l’arte: un lavoro costante di documentazione, lettura e analisi del contesto in cui viviamo. L’approccio differente del mio manuale risiede nel non considerare i vari media come compartimenti stagni (e di conseguenza scuole di scrittura creativa da una parte, corsi di fumetto dall’altra, e così via) ma ragionare seguendo un sentire comune che è l’arte dello storytelling: il primo metodo è superato, fuorviante, assolutamente non al passo con i tempi.

Professione sceneggiatore 2: la parola al “regista”.
Un appunto in agenda per la nuova introduzione al manuale

 

Ringraziamo l’autore per alcune immagini a corredo dell’articolo.

Il blog di
Info sul suo StudioStorie sono rintracciabili qui
Per tornare all’analisi della nuova edizione di “Professione Sceneggiatore” basta un clic qui

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