Il primo Texone non si scorda mai: intervista a Tito Faraci

Abbiamo intervistato Tito Faraci, sceneggiatore dello Speciale Tex #31, disegnato da Enrique Breccia su soggetto di Sergio Bonelli .

Il primo Texone non si scorda mai: intervista a Tito FaraciLo Speciale del 2016, noto agli appassionati del ranger bonelliano come Texone, presenta Capitan Jack, storia ispirata a personaggi realmente vissuti e a vicende veramente accadute negli Stati Uniti. Ai disegni troviamo il maestro argentino , che ha illustrato le tavole sceneggiate da , già sceneggiatore per la testata mensile di Tex (oltre al suo lavoro in Disney e su Diabolik), anche lui al suo esordio sulla pubblicazione speciale del ranger.
Con Tito abbiamo parlato della genesi di questa storia, da un soggetto di al suo sviluppo, fino all’esperienza di vedere le proprie parole illustrate da un maestro del fumetto mondiale come Breccia.

Ciao Tito e ben tornato su Lo Spazio Bianco.
Avere come riferimento un fatto storico cosa cambia nello scrivere una sceneggiatura? Come si racconta in maniera efficace e credibile la realtà, spesso più incredibile e meno plausibile di un prodotto di fiction?
Effettivamente, nel fatto storico in questione c’erano veramente un sacco di eventi eccezionali, a cominciare dallo scenario molto particolare delle Lava Beds – posto quasi inverosimile  –, alla presenza della nebbia, alla battaglia in quei luoghi e con quella situazione atmosferica, fino all’epopea dei Modoc che gli Stati Uniti stessi ricordano malvolentieri.
Io spesso sono solito dire che la Storia rischia di essere nemica delle storie: la vicenda storica rischia di diventare il punto di arrivo della narrazione e non il punto di partenza, cadendo nell’errore di svolgere il semplice compitino, tanto i fatti salienti sono già tutti lì pronti.
La maggiore difficoltà che ho trovato è stata quella di costruire un racconto che rispettasse gli avvenimenti veramente accaduti, ma che desse al lettore la sensazione che eliminando Tex e Kit Carson dalla storia l’epilogo sarebbe stato diverso e giustificare anche il perché le cronache storiche non li citino. Ho dovuto creare una vicenda in cui la loro presenza è determinante, ma alla fine c’è una ragione plausibile per il fatto che la Storia li abbia dimenticati.
Bisogna anche dire che sin dal momento in cui Sergio Bonelli mi suggerì il soggetto, sapevo che il finale era per forza di cose già scritto e che sarebbe stato un finale amaro. Tex esce vincente dalla storia ma sconfitto dalla Storia: ha fatto quello che riteneva giusto, ma il corso degli avvenimenti non può essere cambiato.

Il primo Texone non si scorda mai: intervista a Tito FaraciQuanto è stato lungo il processo di documentazione sulla Guerra dei Modoc, preliminare alla stesura del soggetto della storia?
Ricordo che era il 2011 e che fui molto emozionato, tanto per avere l’incarico di scrivere un Texone quanto per il fatto che sarebbe stato disegnato da Enrique Breccia. Presentai un paio di idee ma nessuna sembrava adatta: non erano cattivi spunti, tanto che uno è diventato poi il soggetto per una storia finita sull’albo mensile, ma non si confacevano a una storia speciale, per di più disegnata da un maestro come Breccia.
Poi ricordo che Mauro Marcheselli mi anticipò che Sergio Bonelli aveva in mente un soggetto e a luglio di quell’anno, mentre ero in vacanza in Sardegna, Sergio mi telefonò raccontandomi tuta la storia, che lui conosceva molto bene. Mi ha detto di guardare un film con Charles Bronson come protagonista tratto da quegli avvenimenti (e di scordarmelo subito dopo!), mi ha parlato di Capitan Jack e mi ha anche detto che la storia dei Modoc poteva in qualche modo essere legata anche alla storia contemporanea.
In fin dei conti loro erano dei nativi americani che cercavano di integrarsi, vestendo anche come l’uomo bianco e provando a mutuarne abitudini e costumi, senza però venire accettati; un po’ come accade oggi a chi arriva da un altro paese e prova a integrarsi in una nuova realtà sociale, ma non viene accettato e resta un corpo estraneo.
Ovviamente, mentre Sergio raccontava, io prendevo appunti e va detto che il finale porta assolutamente l’impronta nolittiana, con la sua amarezza e la sua crepuscolarità.
Una volta rientrato a Milano, Bonelli mi ha riempito di documentazione cartacea – e comunque non era molta quella a disposizione – ed io dal canto mio ho iniziato a fare qualche ricerca in rete, mettendo insieme date, nomi e avvenimenti e, soprattutto, un luogo geografico estremamente interessante come quello dei Letti di Lava (che per molto tempo è anche stato il titolo di lavorazione della storia).

Tra i tanti personaggi reali di questo conflitto, ce n’è uno in particolare che ti aveva affascinato mentre ne leggevi la biografia?
Winema, il personaggio femminile, che nei resoconti storici appare marginalmente, ma che lavorandoci sopra avrebbe potuto svolgere un ruolo chiave nella storia che stavo scrivendo, anche perché forse era quello che permetteva maggiore libertà di movimento.
Poi, ovviamente, colui che giganteggia è Capitan Jack: condottiero, sconfitto, tradito, ambiguo anche nella sua interpretazione.
Questi sono stati i due personaggi sui quali ho lavorato di più, però va detto che tutta la galleria di figure storiche coinvolte era molto interessante, con confini tra bene e male molto sfumati e indistinguibili.

Il primo Texone non si scorda mai: intervista a Tito FaraciChi ha dettato il ritmo della storia? Cioè, il layout e la regia delle tavole sono state tue indicazioni o hai scritto una sceneggiatura più “libera” dando la possibilità a Breccia di “giocare” maggiormente con le vignette?
Ho mantenuto il mio stile di scrittura di sceneggiatura, quindi molto dettagliato, ma allo stesso tempo ho tenuto bene in mente che tipo di autore è Breccia, non molto abituato a essere ingabbiato nella tradizionale griglia bonelliana. Ho cercato di lasciargli degli spazi, di dargli delle indicazioni intorno alle quale lui potesse muoversi e, soprattutto, che la sceneggiatura fosse un punto di partenza e non un punto di arrivo. Gli ho proposto anche tante variabili in modo che fosse il più libero possibile di muovere i personaggi all’interno di uno scenario, quello sì, ben definito. L’ambientazione nei Lava Beds è stata molto apprezzata dal maestro, così come la nebbia che per lui è stata una sfida gigantesca ma anche uno stimolo.
In realtà poi io ho incontrato Breccia dopo che gli avevo già consegnato parte della sceneggiatura e con molto entusiasmo mi ha ringraziato perché si stava veramente divertendo a disegnare la storia. Ho capito allora che quella era la direzione giusta e ho continuato a scrivere lasciandogli ampi spazi di manovra, che alla fine hanno portato anche all’inserimento nelle tavole di elementi inventati da lui e a cui io non avevo pensato.
Non è mia abitudine prendere le mie sceneggiature e confrontarle con le tavole disegnate: guardo i disegni e, se funzionano, per me vanno bene. Guardando le tavole di Breccia ci ho riconosciuto completamente la mia storia, con la presenza forte della sua mano. Siamo rimasti entrambi soddisfatti del lavoro insieme, tanto che stiamo pensando di fare qualcos’altro in coppia.

In che cosa tu pensi di avere “aiutato” Breccia nella riuscita di questa storia e in che cosa Breccia ha “aiutato” te?
Con quei personaggi che stavo scrivendo, Capitan Jack in particolare, un lavoro di introspezione psicologica era una tentazione molto forte, magari con molte pagine dedicate al tormento interiore del protagonista.
Invece ho rinunciato a un sacco di parole che avrei potuto inserire, un po’ perché è il mio stile e a me piacciono molto le sequenze mute, un po’ perché secondo me il disegno di Breccia doveva avere spazio.
È vero che anche le nuvolette sono di per sé dei segni grafici che hanno un loro valore, però ho sentito che dovevo sforzarmi di creare dialoghi particolarmente asciutti. Una cosa in cui ho voluto aiutare Breccia è stata proprio scrivere una storia abbastanza laconica, senza lunghe sequenze di dialogo o riflessioni, e lasciare spazio affinché il disegno mostrasse il più possibile, grazie alla capacità di raccontare che i disegni del maestro hanno.
Lui invece credo che mi abbia aiutato molto nella lunga scena di battaglia, non una semplice sparatoria ma un passaggio importante della storia americana che non poteva essere liquidato in quattro pagine. Ci sono quindi molte tavole complesse, in cui molti personaggi si muovono, sparano, agiscono: lì se non hai un disegnatore bravo a mostrare dove si trovino i vari protagonisti nella scena, attento ai gesti e alle espressioni di ognuno, diventa tutta una sequenza noiosa fatta di spari continui.
Breccia, invece, con la sua capacità di riuscire a definire con precisione ciascun personaggio, a dare enfasi a ogni apparizione, anche a un semplice colpo di pistola sparato da Tex, è riuscito a fare in modo che tutto quel passaggio fosse dotato di enorme forza, dramma, pathos e solennità, oltre a essere molto narrativo.

Il primo Texone non si scorda mai: intervista a Tito FaraciIn molte delle tavole le sequenze narrative sono scandite da un continuo rincorrersi di prede e predatori alati, quasi un parallelismo con le vicende conflittuali tra i nativi indiani e l’uomo bianco invasore. Era questo che volevi trasmettere?
Vedi, questo elemento io non lo avevo inserito così frequentemente, invece a Breccia è piaciuto molto e lo ha ripetuto in molte tavole, facendolo diventare un elemento ricorrente della storia. Quest’idea a me è piaciuta molto, la presenza forte della natura, di animali, di prede e predatori che arrivano a diventare quasi segni premonitori di ciò che sta per accadere. E inserire un elemento per così dire fantastico in una storia così realistica, secondo me, è stato molto efficace.

Questo è il primo Texone da te realizzato. In che cosa differisce l’approccio a questo tipo di pubblicazione rispetto alla serie regolare?
Che devi lasciare molto spazio al disegnatore. Ti faccio un esempio: sto lavorando adesso al Texone che sarà disegnato da Altuna e ho inserito dentro un personaggio femminile molto ingombrante, che è raro vedere in una storia di Tex, una dark lady molto noir che però si sposa perfettamente con le caratteristiche che ha il disegno di Altuna.
Quando scrivi un Texone devi avere presente questo secondo me, altrimenti finisci davvero per usare una Ferrari per andare a fare la spesa al supermercato: devi conoscere la forza del disegnatore e il racconto deve assecondare l’immagine, senza ovviamente che la storia diventi soltanto un’esibizione di tecnica.

Grazie Tito per la disponibilità!

Intervista telefonica realizzata il 27/06/2016

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio