Power to the Story http://www.lospaziobianco.it/powertothestory Senza narrazione i fumetti sarebbero solo disegni: un blog di Giorgio Salati Fri, 07 Apr 2017 13:42:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.4 http://cdn.lospaziobianco.it/powertothestory/wp-content/uploads/sites/9/2016/04/cropped-favicon_powerttstory2-150x150.jpg Power to the Story http://www.lospaziobianco.it/powertothestory 32 32 108891938 Ospiti: Simone Tempia http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/ospiti-simone-tempia/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/ospiti-simone-tempia/#respond Fri, 07 Apr 2017 12:00:16 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=578 Il terzo ospite di questo blog è uno scrittore pieno di talento e di idee: Simone Tempia. I suoi racconti della serie Contemporaneo Indispensabile sono probabilmente i migliori che abbia letto negli ultimi anni. Ha di recente pubblicato con Rizzoli Lizard il...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Il terzo ospite di questo blog è uno scrittore pieno di talento e di idee: Simone Tempia. I suoi racconti della serie Contemporaneo Indispensabile sono probabilmente i migliori che abbia letto negli ultimi anni. Ha di recente pubblicato con Rizzoli Lizard il volume Vita con Lloyd, che sta ottenendo un notevole successo.


Il mio rapporto con i fumetti risale a quando mi sono imbattuto, totalmente per caso, in un’offerta sul sito della Grrrz Comic Art Book, al secolo Grrrzetic, sull’integrale di Hobby Comics, 6 numeri + poster e rarissimi numeri zero. Li ho comprati tutti. Li ho letti tutti.

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a quando l’azienda di serigrafia Corpoc di Bergamo mise in vendita una maglietta con il disegno di Dr. Pira, all’epoca manco sapevo chi fosse, la maglietta vedeva protagonisti un gattino, una bambina e un alieno sotto una scritta irripetibile (ma da sfoggiare con garrula sicumera con amici e parentado).

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a quando comprai sin citySin City, fumetto di cui mio cugino Roberto, di una ventina di anni più vecchio di me, mi parlava durante i lunghi pranzi in cui la mia famiglia, 75 persone esclusi i bambini, si ritrovava per Ferragosto.

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a quando andavo, d’estate, a fare 12 giorni di vacanza a casa di mia zia Gabriella che aveva un negozio di alimentari. Per evitare che mi annoiassi nelle lunghe giornate nel retrobottega, ogni giorno mi dava i soldi per andare a comprare un fumetto. Lì ho capito che gli X-men mi piacevano un sacco. E che gli Avengers manco un po’.

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a una copertina dell’Uomo Ragno, al secolo l’UR, disegnata da Sal Buscema. Era più o meno il numero 141 e la saga era quella del bambino dentro. I fumetti si chiamavano giornalini. E nell’edicola/tabaccaio in cui lo compravo c’era solo quello. Scoprii l’esistenza dei manga solamente qualche anno dopo quando un amico mi propose di scambiare un paio di guanti da boxe (che non so perché fossero in mio possesso, forse un regalo di un parente) con un numero di Ken il Guerriero. Non accettai. Ma solo perché non erano i Cavalieri dello Zodiaco.magnus

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a quando mio nonno tirò giù dalla soffitta alcuni numeri di Alan Ford, per rileggerseli. Avevo poco più di 10 anni. I numeri erano, me lo ricordo ancora non tanto per buona memoria ma perché continuo a sfogliarli, “Il terribile Crack Fu”, “Scacco Matto al Trio Fantasticus”, “Date! Date! Date!”. Oggi ho i baffi come Magnus  per onorare la sua arte. La gente, questo, lo deve sapere.

Ma andiamo con ordine

Il mio rapporto con i fumetti risale a un giorno feriale, credo fosse un mercoledì, in cui andai a giocare con l’AMIGA di una mia compagna di classe delle elementari. Lei si dichiarava amante dei film horror e infatti aveva comprato, e ottenuto anche il permesso di giocarci, quella roba costosissima e terribile che si chiamava Atmosfear (che lo giocavi una volta e poi bon). Quel giorno mi sventolò sotto il naso Il Buio di Dylan Dog. Avevo sei anni. Me lo feci prestare e non dormii 3 notti per via di quella dannata siringa con l’acido infilata in un occhio. In compenso iniziai a ricalcare con la carta trasparente tutti i Groucho del numero. Era il 1989 e, allora come adesso, ero terribilmente negato con il disegno.

Ma andiamo con ordine

paperino e il croccante al diamanteIl mio rapporto con i fumetti risale a un comodino in una casa di montagna in cui sono stipati una serie di Topolino comprati da mio nonno e mio padre nel corso degli anni. Il più bello che mi ricordo è quello in cui Zio Paperone fa un concorso in cui mette un diamante dentro a una scatola di biscotti (o erano cioccolatini). Il nome della storia non me lo ricordo. Avevo 4 anni, e da allora ho sognato dolcetti diamantiferi. Insieme ai Topolino c’erano anche altri cimeli tra cui alcuni numeri del Capitano Mark, il primo numero di Mister No (che mi annoiava tantissimo) e il secondo numero (della prima ristampa) di Tex. Quello con la diligenza inseguita dagli indiani. Mi pare.

Ma andiamo con ordine.

Il mio rapporto con i fumetti risale. O forse sono io che vi scendo dentro. Ogni anno. Un po’ di più.

 

 

Simone Tempia nasce in un’industriosa provincia del nord ovest nel 1983. All’età di 14 anni ha pensato che tutto quello che voleva fare nella vita era scrivere e da allora cerca di fare in modo che la cosa passa funzionare. Ha un’esistenza abbastanza interessante, due lunghi baffi scuri, scrive per Vogue Italia e vive in compagnia di un maggiordomo immaginario di nome Lloyd.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Corto-circuiti mnemonici e parole tappabuchi http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/corto-circuiti-mnemonici-parole-tappabuchi/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/corto-circuiti-mnemonici-parole-tappabuchi/#comments Sun, 19 Mar 2017 17:21:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=554 Stavolta mi va di scrivere un post che non abbia direttamente a che fare con la scrittura per i fumetti, ma che sia più generico e allo stesso tempo più specifico. Più generico perché l’argomento sono le parole, più specifico perché riguarda...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Stavolta mi va di scrivere un post che non abbia direttamente a che fare con la scrittura per i fumetti, ma che sia più generico e allo stesso tempo più specifico. Più generico perché l’argomento sono le parole, più specifico perché riguarda me stesso nella quotidianità.

Sono certo di non essere l’unico a cui succede questa cosa: mi capita a volte mentre parlo di veder scomparire momentaneamente dal mio cervello certe parole, anche molto semplici. Per fare un esempio, per anni sembrò scomparsa dalla mia testa la parola alligatore: ogni volta che volevo pronunciarla, non c’era. È incredibile quante volte in un anno può capitarti di voler dire “alligatore”.

Le parole sono come le persone: ti rendi conto davvero della loro importanza solo quando vengono a mancare.

Questa disfunzione mnemonica l’ho sempre avuta fin da bambino, tanto che passavo interi minuti a blaterare “Eeeh… eeeh…” perché non accettavo di fare una perifrasi: finché non mi veniva in mente la parola esatta, mi bloccavo come un Internet Explorerloading gif mentre carica una gif. Visto il ristretto vocabolario medio di un bambino, vi lascio immaginare il livello disastroso delle mie conversazioni. Questo naturalmente provocava irrequietezza e malsopportazione nei miei interlocutori, specialmente se si trattava di interrogazioni scolastiche, risultando in voti poco lusinghieri.

Crescendo, si impara a fare le perifrasi, con conseguente miglioramento delle conversazioni. Ma non solo: l’acquisizione di nuovi vocaboli in seguito all’apprendimento di altre lingue (prima francese, poi inglese), mi è venuta in soccorso, riempiendo a volte i momentanei buchi di memoria. Se questo riesce nell’intento di dare una boccata d’aria al mio cervello nell’istante asfittico dell’amnesia, non è che abbia migliorato troppo la qualità della conversazione (non quanto il potere della perifrasi), anzi: tirare fuori vocaboli stranieri senza una necessità conclamata ti fa fare la figura del saccente e dell’esterofilo.

In certi casi il corto circuito con una parola straniera può essere giustificato dal fatto che essa racchiude in sé un preciso significato non previsto da alcun vocabolo italiano. Per dire, la parola Delighted ha un significato – almeno per come l’ho intesa io – che noi potremmo individuare con un prodotto di termini quali “contento”, “ammirato”, “meravigliato”. Qualcosa come “stupito di ciò che è successo in un senso talmente positivo da esserne estremamente felice”. In questo senso, nella mia testa visualizzo delighted come essere investiti da una luce (enlighted) che ci sorprende e ci pervade di felicità. È solo una mia fantasia, visto che delight ha la stessa radice dell’italiano diletto, cioè il latino diligere, che significa “amare per elezione”. Resta il fatto che se voglio comunicare quel determinato stato d’animo, quello di delighted, per esprimerlo in italiano devo “accontentarmi” di termini che nella mia testa non lo individuano in maniera immediata e inconfondibile.

Ma senza volersi addentrare negli assurdi meandri della mia personale percezione delle parole, basta fare l’esempio di celebri vocaboli tedeschi quali ad esempio Fremdschämen (qualcosa tipo fremdschamen“vergognarsi della brutta figura fatta da qualcun altro”) per capire come spesso le lingue possano venirci in aiuto nel definire significati e suoni nuovi da associarvi.

Quello che mi succede però è che questa specie di tappabuchi terminologico viene applicato dal mio cervello non solo per i termini che non hanno un diretto corrispettivo italiano, ma in generale ogni volta che non mi viene in mente la parola che vorrei pronunciare. Per cui mi può capitare che scompaia dalla mia mente la parola influenzato e affiori esclusivamente Affected.

Il vero problema delle mie conversazioni – e qui mi piacerebbe sapere se succede anche a qualcun altro – è che il virus delle parole straniere tappabuchi a volte produce un corto circuito lessicale oltremodo assurdo. Quando affiora in superficie una parola straniera al posto del suo corrispettivo italiano, mi trovo a ravanare nel mio cervello alla ricerca della traduzione italiana. La mia mano si immerge sperando di afferrare il concetto giusto, e spesso la prima parola che incontra non è la sua vera traduzione, ma un cosiddetto false friend. Ossia una parola che somiglia a quella straniera per assonanza, ma che non ne è il reale corrispettivo nostrano.

Per esempio, mi è capitato di voler dire “Sono stato influenzato” e di pensare invece “Sono stato affettato”.

Oppure mi è capitato di dire “Metalmeccanico che lavora in fattoria” (factory).

Oppure di voler dire “scontroso” e di inventarmi un inesistente “grumposo” (grumpy).

Ma uno dei peggiori corto-circuiti mi è venuto una volta da una parola già citata nel post.

La mia testa aveva pensato “She was delighted”, la bocca aveva pronunciato:

Lei era dilatata“.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Corde emotive http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/corde-emotive/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/corde-emotive/#respond Mon, 27 Feb 2017 11:00:21 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=514 C’è una cosa che secondo me accomuna le persone reali ai personaggi, e che rende così facile per le prime immedesimarsi nei secondi. È ciò che io chiamo “corde emotive”. Citando l’Amleto, Ora perché credete che sia più facile suonar...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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C’è una cosa che secondo me accomuna le persone reali ai personaggi, e che rende così facile per le prime immedesimarsi nei secondi. È ciò che io chiamo “corde emotive”.

Citando l’Amleto,

Ora perché credete che sia più facile suonar me che questo flauto? Datemi il nome dello strumento che vorrete: sebbene possiate premer le mie corde, non potrete trarre alcun suono da me.

Per far risuonare emozioni dai personaggi bisogna conoscerne bene le corde e le scale, cosicché le corde del lettore entrino in risonanzamleto e gertrude benedict cumberbatcha e comincino a suonare a loro volta, in un’orchestra spirituale che suona all’unisono, secondo l’intento dell’autore/direttore d’orchestra.

Amleto stesso, se si rifiuta di essere “suonato” da Rosencrantz e Guildestern, sa bene come “suonare” suo zio Claudio e sua madre Gertrude (motivo per cui sono convinto che la tragedia di Shakespeare sia un grande trattato di psicologia in anticipo di ben tre secoli).

Infatti il principe di Danimarca prima fa mettere in scena da una compagnia di attori lo stesso delitto commesso da suo zio, facendogli sentire il peso della colpa, dopodiché affronta la madre al punto da farle dire:

Oh Amleto, non dire di più, tu fai volgere i miei occhi nelle parti più recondite della mia anima e quivi scerno tale bruttura che la macchia ne sarà incancellabile.

Insomma, Amleto ben sapeva come far suonare le corde emotive degli altri, ed è anche ciò che deve imparare a fare un narratore con i propri personaggi, e con il lettore.

A questo proposito, mi sono reso conto di avere a volte stonato cercando di trovare la melodia giusta su quelle corde.

Quando sei all’inizio e scopri le corde emotive, sei talmente entusiasta che fai strumming, suoni a tutta forza come un chitarrista da spiaggia. Ecco che nascono storie colme di disperazione o di melensaggini senza una vera funzione all’interno della narrazione, tanto che il lettore invece di trovarsi coinvolto rischia di restarne disgustato. Esageri, stoni, e qualche volta le rompi quelle corde.

Con la pratica, affini la tecnica, e cominci a considerarti un virtuoso. Vuoi fare lo shredder come Yngwie Malmsteen.yngwie malmsteen Quelle corde emotive le fai suonare bene, le note sono giuste, ma aumentano progressivamente, ti lanci in scale complicate, sempre più veloci, e non ne esci più. Sei bravo, certo. All’inizio il pubblico applaude. Ma a lungo andare diventi stucchevole. Il pubblico capisce che ti piace sentire il tuo assolo e non fai sentire più nemmeno la batteria che ti dà il ritmo. Sei troppo pieno della tua tecnica e assuefatto alle emozioni che evochi, che alla fine la gente non si emoziona più e anzi si annoia.

Quello che deve fare un autore maturo invece – ed è ciò che sto inseguendo nel mio ancora lungo percorso – è imparare a pizzicarle, quelle corde.

Pizzicarle romanticamente come fa Mark Knopfler:

Tenere la suspense come un bending da quattro battute di Billy Gibbons. Fare poche note, ma quelle giuste, come sa fare David Gilmour.

Io ci provo, sono un chitarrista con poca tecnica, un po’ di gusto e tanta improvvisazione.

Se anche voi volete suonare quelle corde emotive vi consiglio di pizzicare: non strummare né shreddare.

 

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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The Moneyman: intervista ad Alessio De Santa http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/the-moneyman-intervista-ad-alessio-de-santa/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/the-moneyman-intervista-ad-alessio-de-santa/#respond Thu, 09 Feb 2017 13:06:38 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=524 The Moneyman è un romanzo a fumetti biografico sui primi anni della Walt Disney. Lo trovate in libreria e fumetteria con marchio Tunuè, ma se non avete voglia di uscire di casa lo trovate comodamente anche su Amazon, a questo link. Il volume è stato...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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The Moneyman è un romanzo a fumetti biografico sui primi anni della Walt Disney. Lo trovate in libreria e fumetteria con marchio Tunuè, ma se non avete voglia di uscire di casa lo trovate comodamente anche su Amazon, a questo link.

moneyman de santa

Il volume è stato scritto, o meglio, “coordinato” da Alessio De Santa, fumettista trentino che nel tempo ha collaborato con Disney e De Agostini. Dico “coordinato” perché Alessio invece di fare tutto da solo ha scritto metà della sceneggiatura, ha scelto gli altri professionisti che si sono alternati alla lavorazione di the Moneyman e li ha gestiti sia dal punto di vista produttivo che artistico. In un certo senso ha quindi replicato in piccolo lo stesso metodo del Walt Disney di cui ha curato la biografia a fumetti, mettendo in piedi un piccolo team creativo e coordinandolo in ogni passaggio. Ricordiamo quindi insieme a De Santa, gli altri autori: lo sceneggiatore Filippo Zambello, il disegnatore Lorenzo Magalotti e le coloriste Giulia Priori e Lavinia Pressato.

Lo scorso 20 gennaio c’è stata a Milano una presentazione del volume presso la Libreria Corteccia. Tunuè mi chiese di moderare l’incontro, e da quella chiacchierata vennero fuori diverse considerazioni interessanti che mi hanno invogliato a mettere tutto nero su bianco, facendo una vera e propria intervista a De Santa per il blog.

Qui di seguito, il risultato del nostro botta e risposta.

 


Ciao Alessio. Cominciamo con la tua bio come lettore di fumetti prima e come fumettista poi e come si intreccia questa con la Disney.

Ho una storia da lettore un po’ particolare, sono un divoratore di fumetti ma soprattutto di albi della scuola francese. Intendiamoci, a suo tempo ho letto sicuramente diverse carriole di Topolino (e continuo tuttora) e ad un certo punto ho anche provato a disegnarlo professionalmente seguendo i corsi all’Accademia Disney, ma credo che la mia passione per Walt sia nata non nell’infanzia ma molto dopo, proprio nell’anno in cui seguivo l’Accademia: cercavo di capire come Walt fosse riuscito a costruire l’impero che ha costruito, mi interessava la sua storia personale, mi interessava cercare di conoscerlo da vicino. È lì che ho iniziato a leggere avidamente biografie su di lui, per capire che tipo fosse.

 

Come mai la scelta di usare proprio Roy Disney come narratore della storia? Una tua fascinazione verso il genio “amministrativo” di Roy, il complesso talento dei “numeri” laddove i riflettori sono solitamente puntati sul talento della creatività?

Mentre leggevo le biografie su Walt, mi accorgevo che nessuna riusciva a darmi la chiave per capire il suo successo, finché non mi sono trovato a leggere la biografia – introvabile, mai ristampata, mai tradotta in italiano – di Roy, suo fratello[1]. Ed è stato lì che ho realizzato che tutto finalmente tornava. Walt non era solo, ecco perché è riuscito in un intento così complicato. Quando ho realizzato che per anni si è parlato di Walt Disney e non dei fratelli Disney, ho capito che questa storia andava raccontata, e a raccontarla doveva essere proprio quel fratello che aveva deciso di mettersi da parte, di lasciar parlare l’altro, di fare da silenziosa colonna per il talento di Walt. Scoprire la figura di Roy è stato un po’ come mettere al suo posto l’ultimo pezzo di un enorme puzzle.

[1] Building a Company: Roy O. Disney and the Creation of an Entertainment Empire, Bob Thomas (Hyperion, ©1998)

 

In The Moneyman hai accennato a una questione spesso tirata in ballo dai detrattori di Walt Disney, ossia il suo essere un “gretto capitalista”, una specie di schiavista nemico dei sindacati. Comprendo che nel fumetto non hai voluto soffermarti troppo sulla questione per non sviare l’attenzione dal tema principale, cioè le vicissitudini economiche dei due fratelli nell’ardua costruzione di una grande entità di intrattenimento. Puoi dirmi due parole su questo argomento “politico”, nel tentativo di proporre uno sguardo obiettivo?

La questione è veramente complicata e non vorrei annoiare nessuno né fornire un’idea sbagliata, quindi cercherò di farla breve (passatemi diverse semplificazioni): poco prima della Seconda Guerra Mondiale lo Studio Disney si era indebitato a livelli impensabili per produrre i primi lungometraggi animati (decisero di produrre i lungometraggi in serie, avviando la produzione di quattro film in contemporanea perché quattro erano  gli anni che servivano all’azienda per produrre un film, e quindi sarebbero riusciti ad uscire con un film all’anno). Ma l’embargo dell’asse e lo scoppio della guerra fecero sì che il primo lungometraggio (Biancaneve) non venisse di fatto distribuito, mettendo in crisi l’azienda. Le banche continuarono a tenere in vita lo Studio a patto che riducesse drasticamente le spese (bloccando la produzione dei lungometraggi e licenziando il personale). Walt fece di tutto per evitare che il personale venisse licenziato (non credo tanto per bontà, ma piuttosto perché se fossero stati licenziati sarebbero stati mandati in guerra, e avrebbe quindi perso artisti su cui aveva investito anni di formazione), ma si trovò alle strette. Qui subentrarono gli aspetti più complicati della personalità di Walt, che – ricordiamolo – aveva avviato la sua azienda in un fienile, non aveva studiato management in un master alla Berkeley, e aveva quindi la percezione che la gente lavorasse ai suoi progetti per amicizia e per la sensazione di creare qualcosa di nuovo, grande, diverso (all’inizio era effettivamente così). Questo comportò una pessima gestione, da parte di Walt, di tutta la faccenda, e fece sì che Walt si sentisse tradito e mettesse un muro tra sé e i dipendenti (muro che Roy contribuì ad abbattere).

Questo culminerà da una lato nel famoso (e coloratissimo) sciopero del ‘41, dall’altro in prese di posizione molto forti da parte dell’azienda (Walt comprò una pagina di un noto giornale di Hollywood in cui dichiarò le sue posizioni fortemente intransigenti) e nel giuramento al processo McCarthy, contro alcuni personaggi di Hollywood e alcuni animatori. Non vorrei venire frainteso: Walt fu estremamente duro nei confronti dei suoi dipendenti e lo fu altrettanto nell’applicare una visione fordista alla produzione artistica, ma contestualizzare le sue scelte mi sembra un modo per capire la sua personalità al netto dello spirito del tempo.

 

Dalla biografia emerge un rapporto negativo tra i fratelli Disney e il loro padre. Un uomo duro, pragmatico, pessimista. Da una parte viene da dire che è grazie a lui se i Disney hanno imparato a curare alla perfezione ogni particolare del proprio lavoro (come si vede nella scena della consegna dei giornali), dall’altra viene da chiedersi da dove sia venuta tanta creatività e tanto ottimismo sul futuro, specialmente in Walt. Si tratta di resilienza oppure qualcun altro – la madre magari – ha fornito loro gli strumenti per emergere nonostante il disfattismo paterno?

Adesso che mi ci fai pensare, mi accorgo che curiosamente vedo la figura di Walt come un’emanazione di quella di suo padre, più che di sua madre. Ecco le somiglianze: entrambi dei perfezionisti intransigenti, entrambi lavoratori instancabili, entrambi alla rincorsa del sogno americano, entrambi incostanti e umorali. Il padre cambiò qualcosa come sei lavori in otto anni (parliamo degli anni dell’infanzia di Walt), obbligando la famiglia a spostarsi in continuazione (chi fosse curioso e non temesse un’emicrania fulminante, trova una cartina di tutti gli spostamenti della famiglia Disney alla fine del nostro libro).

Penso che la creatività di Walt, più che venire dalla madre, sia stata una reazione all’educazione paterna alla sofferenza. Questa fu la discriminante, secondo me: tramite Roy, Walt è riuscito a rifiutare quella sofferenza, e a vivere i fallimenti (di cui la sua storia è costellata) non come un marchio indelebile (come fece suo padre), ma come un momento di passaggio, fisiologico, del successo.

 

Nella postfazione si descrive un enorme lavoro di documentazione. Oggigiorno non sono più molti quelli che fanno un lavoro così certosino. Mi vuoi raccontare qualcosa a riguardo?

Come ho già anticipato ho letto diverse biografie prima ancora che mi venisse in mente di tradurre questa storia in un romanzo a fumetti. Nel momento in cui è nata l’idea ho subito realizzato che, vista la quantità di materiale che avevo per le mani, non sarei mai riuscito da solo ad elaborarlo, e quindi ho chiesto aiuto a Filippo Zambello (con cui ho co-sceneggiato il volume). Filippo era la persona giusta perché ha studiato storia del cinema al DAMS e ha seguito dei corsi di sceneggiatura a New York, mi ha da subito fatto sentire che avevo un interlocutore con solide basi.  Ci siamo letti e riletti diverse biografie, scartando quelle più biased, cercando di evitare le voci di corridoio e le dietrologie, dando priorità alle fonti autorizzate. Ci ha preso la stessa quantità di tempo dell’effettiva stesura della sceneggiatura (delle effettive nove stesure, in realtà), ma è stata anche la parte più divertente. In contemporanea c’è stato il lavoro del giovanissimo Lorenzo Magalotti (il disegnatore), che ha lavorato molto sullo studio delle fotografie. In alcuni casi allegavamo direttamente noi le foto alla sceneggiatura, in altri si è gestito da solo la documentazione, facendo un lavoro eccelso.

 

È curioso (e molto triste) che entrambi i fratelli Disney abbiano sofferto di polmoni. Quasi avessero lavorato in miniera. E in un certo senso è come se l’avessero fatto davvero, lavorando instancabilmente giorno e notte, chiusi in luoghi a volte senza nemmeno una finestra. Mi viene da pensare che i nani del loro primo lungometraggio siano in realtà gli stessi animatori dello studio Disney, che con il loro lavoro aiutano una bella ragazza che si chiama Fantasia. Che cosa ne pensi?

Sicuramente il lavoro allo Studio non ha aiutato, ma credo sia un caso che i due soffrissero entrambi di polmoni: Roy contrasse la tubercolosi durante la Prima Guerra Mondiale e la trascinò, entrando e uscendo dagli ospedali, per diversi anni. Walt invece si provocò un tumore ai polmoni perché fumava come un matto (anche se la documentazione in merito è davvero poca, perché Walt evitava di apparire in video o in foto con la sigaretta: aveva già capito quanto la sua immagine di “vecchio zio Walt” fosse da preservare).

Ciò non toglie che allo studio gli animatori si spezzassero la schiena, spesso facendo orari ad oggi impensabili. Dobbiamo sempre pensare che anche gli stessi animatori, soprattutto all’inizio, erano ben disposti a fare questi sforzi perché quelle erano le prime forme di lavoro artistico (o artigianale), nel nostro ambito, regolarmente retribuite.


 

Ringrazio Alessio De Santa per averci raccontato con passione il lavoro svolto su questo volume e consiglio a voi, se siete interessati a sapere come è nata la Walt Disney, di procurarvi The Moneyman.

 

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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La Vitamina N e l’ossatura dello spirito http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/vitamina-n-ossatura-spirito/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/vitamina-n-ossatura-spirito/#comments Sat, 24 Dec 2016 11:48:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=439 [Le immagini in questo post sono tutte © Graziella Antonini – illustratori.it/GraziellaAntonini ] Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire. Allora...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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[Le immagini in questo post sono tutte © Graziella Antonini – illustratori.it/GraziellaAntonini ]

Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.

Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d’acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:

– Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. –

Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po’ la bocca, e poi dimandò con voce di piagnisteo:

È dolce o amara?

– È amara, ma ti farà bene.

– Se è amara, non la voglio.

– Da’ retta a me: bevila.

– A me l’amaro non piace.

– Bevila: e quando l’avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.

– Dov’è la pallina di zucchero?

– Eccola qui – disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d’oro.

 

Mio padre è lì, seduto in fondo al mio letto con il libro aperto in mano. Io sono mezzo svenuto, il malanno cronico non è niente di grave ma ogni tanto mi piglia la crisi che mi lascia pallido ed esanime per qualche giorno, impossibilitato ad alzarmi.

Intanto, mentre io boccheggio e ribalto gli occhi, mio padre è lì, nella semioscurità. Sfruttando la luce proveniente dal corridoio, con voce moderata ma espressiva, pazientemente mi legge Pinocchio. Altre volte, il Signor Bonaventura o Le Mille e una Notte.

pinocchioQuesto è uno dei ricordi più antichi che mi affiorano quando pronuncio la parola “storia”.

Come la Vitamina D rinforza la nostra ossatura, la Narrazione rinforza la struttura della nostra personalità.  Le storie ci danno una lettura del mondo, consolidano il nostro scheletro come una potente integrazione di calcio, e senza di esse rischiamo di crescere rachitici nell’animo.

La Vitamina N – chiamiamola così – fortifica il nostro organismo psicologico fornendoci soluzioni ai problemi, o anche solo esponendo in maniera esplicita i problemi cosicché noi li si possa riconoscere come tali. La narrazione orale – le fiabe come le favole – sono nate per darci spunti su come reagire al presentarsi di un determinato conflitto, esteriore o interiore. A spiegarci che il male esiste ma che può essere sconfitto. Che le difficoltà non mancano ma poi si cresce, si impara dagli errori, si trova una propria dimensione. Che l’esistenza dell’infelicità non confuta l’esistenza della felicità e possiamo proseguire nella nostra ricerca del tesoro.

Ogni storia è uno scrigno pieno di parole scintillanti. Ogni parola a sua volta è uno scrigno che se viene aperto dà l’accesso a mondi avventurosi. Quando faccio qualche lezione di narrazione con i bambini li spingo ad aprire qualche scrigno sconosciuto. La parola “Borneo”, cos’è?, cosa significa? La parola “Borneo” racchiude in sé giungla, esploratori, machete, animali feroci, varani… “Varano”, altra parola sconosciuta: draghi di komodo, lucertole giganti, animali preistorici, comportamenti sociali unici nel regno animale. Altro scrigno, altra narrazione.

Ogni narrazione è uno scrigno che contiene parole, ogni parola è uno scrigno che contiene narrazioni.

A proposito di bambini, giorni fa a un incontro presso il WOW di Milano dicevo che le narrazioni servono tra le altre cose a ricordarci che si può fallire, anche più volte, ma che poi alla fine si può riuscire in ciò che desideriamo. Come Paperino può andare incontro a mille fallimenti per poi risolvere il guaio che ha combinato, anche uno studente può prendere diverse insufficienze ma poi con l’impegno recuperare in tempo per la fine dell’anno scolastico.

Se come afferma Cicerone la Storia è maestra di vita, la storia con la s minuscola è la tua compagna di banco che ti suggerisce e ha la pazienza di spiegarti i capoversi più difficili. Perché lei è tua amica.

Restiamo sempre sul mondo del bambino, che è permeabile alla Vitamina N tanto quanto un neonato al latte materno.

Quando ero piccolo di solito giocavo con i pupazzi dei Masters. Il mio preferito era Stratos, curioso che portasse lo stesso nome di un cantante che sarebbe stato tra i miei preferiti da adulto.


Intervallo: AreaLa mela di Odessa


Dicevo, da piccolo giocavo con i pupazzi dei Masters, che per chi non lo sapesse erano della specie di alieni nerboruti, e li facevo interagire a modo mio.  Mi sedevo lì sul tappeto della mia cameretta, mettevo i miei Masters uno davanti all’altro, e cominciava la storia, o il gioco, o entrambe le cose. Erano più le chiacchiere che le mazzate se devo essere sincero, e purtroppo non ricordo che cosa si dicessero. So per certo che ce n’era uno a due teste e il tormentone era che non andavano mai d’accordo e il pugno destro picchiava la testa sinistra e il sinistro picchiava la destra. Al di là di questo, mi è chiaro che raccontavo delle storie a me stesso.

Quando un bambino gioca con i pupazzi, oppure dice “Facciamo che io ero… e tu eri…” sta inventando una storia da raccontare a se stesso. Si sta allenando nella palestra della mente, si sta spiegando il mondo intorno a sé, ne sta dando un’interpretazione e sta costruendo mattoncino dopo mattoncino la struttura della sua personalità.

La Vitamina N è nata per spiegarsi il mondo, non per niente ogni mitologia e religione è fatta di narrazioni. Mi piace provare a immaginare l’origine – in quella “infanzia” della civiltà che fu l’antichità – della figura ad esempio di Anfitrite, figura mitologica associata al mare, identificata dai romani col nome di Salacia e descritta da Apuleio ne Le metamorfosi “col grembo grave di pesci”. Mi figuro quindi dei marinai che per spiegarsi le bizze dei flutti e l’alterna pescosità si raccontano a vicenda dei cagionevoli umori e stati (la gravidanza?) di un’entità ultraterrena presente nel profondo degli abissi. Sto facendo una narrazione della narrazione, me ne rendo conto, ma come immaginerete è più forte di me. Se lo faccio di mestiere dopotutto è perché mi piace.

Lasciando il porto dell’infanzia e inoltrandosi nell’oceano dell’età adulta, lo scheletro si rinforza, i muscoli si ispessiscono, e la narrazione diventa collagene: dà alla nostra mente l’apertura e l’elasticità che necessita perché noi non si diventi quei famosi analfabeti funzionali di cui si fa tanto parlare di recente. Romanzi che ci narrano di epoche lontane, o che ci raccontano di luoghi e culture esotici, ma anche di drammi e gioie di piccole persone sedute in stanze che potrebbero essere oltre la parete di casa nostra. Conflitti universali e panorami interiori. Paesaggi reali o immaginari come il Paese delle Meraviglie di Alice, la Coconino di Krazy Kat, la Slumberland di Little Nemo. Conoscere il mondo – i mondi possibili – attraverso le vicende di personaggi e narratori è il modo migliore per sviluppare spalle abbastanza forti da sopportare il peso delle difficoltà che la vita ci mette davanti. Leggere è lo stretching dell’anima che ci rende aperti, reattivi, empatici, umani.

E mentre la navigazione della nostra vita prosegue, il mare si fa più calmo e avvistiamo il porto della vecchiaia. C’è in alcuni l’errata convinzione che a una certa età sia normale leggere sempre meno. Come se si conoscesse già abbastanza del mondo e non si avesse più niente da imparare. Ma così come da anziani i nostri muscoli si irrigidiscono e le nostre ossa diventano fragili, leggere (e raccontare storie ai nostri nipoti, naturalmente) è sempre la famosa Vitamina N che rinforza il nostro scheletro e mantiene elastici i legamenti che collegano i ragionamenti tra loro. Leggere della vita che cambia intorno a noi ci mantiene vigili e aperti, anche a 90 anni.

Dopotutto, della saggezza ce ne facciamo ben poco se non sappiamo più con che lingua farci capire dal nuovo mondo che ci circonda e non abbiamo i mezzi per trasmetterla, quella saggezza.

E così, se ripenso a cosa significa per me “raccontare storie”, torno a quel letto, alla spossatezza del malanno, nella semioscurità, a quella voce paterna, lievemente roca, che attraverso le narrazioni costituiva una medicina in grado di curarmi tanto quanto le fastidiose iniezioni che mi faceva il dottore.

Perché senza storie, senza la Vitamina N, in quei momenti sarei stato semplicemente un bambino solo e malaticcio buttato lì come un cencio. E invece, grazie alla narrazione ho scoperto che si può trarre qualcosa di positivo anche dal malanno.

Con la Narrazione ho scoperto che si può visitare mondi colmi di meraviglia come il Paese dei Balocchi o la Baghdad di Shahrazad restando nel proprio letto, zattera che solca gli abissi della Fantasia.

 

– Son lieto di vedervi – rispose Sindbad. – Voi forse avete udito parlare confusamente delle mie strane avventure, e de’ pericoli corsi sul mare durante i miei tre viaggi; in ogni modo poiché il destro mi si offre spontaneo, ve ne farò un fedele racconto.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Genesi accidentale di una storia breve http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/genesi-accidentale-storia-breve/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/genesi-accidentale-storia-breve/#respond Fri, 09 Dec 2016 13:00:03 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=389 Una delle domande che vengono poste più frequentemente a chi scrive – lo sappiamo – è: Come nasce una storia? La risposta che do più spesso è: Per caso. Chiunque può inventare storie. A tutti vengono delle idee, la differenza è che chi non...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Una delle domande che vengono poste più frequentemente a chi scrive – lo sappiamo – è:

Come nasce una storia?

La risposta che do più spesso è:

Per caso. Chiunque può inventare storie. A tutti vengono delle idee, la differenza è che chi non fa questo mestiere classifica quelle idee come scemate, noi quelle scemate le sviluppiamo, ne facciamo storie, e in sostanza con le scemate ci paghiamo le bollette.

Sei sul tram o sotto la doccia (non entrambe le cose vorrei sperare), ti viene in mente una scena buffa. Sei al bar con un amico e davanti a un caffè vi dite: Pensa come sarebbe strano il mondo se…

Poi chiudi la conversazione o il pensiero soliloquente e riprendi con la tua vita di tutti i giorni. Per noialtri invece quei pensieri sono i punti di partenza. Poi naturalmente ci vogliono esperienza e mestiere per saper lavorare uno spunto e trasformarlo in una storia compiuta.

Lo spunto

Faccio un esempio. Riguarda la storia “Paperoga e il giornalismo grunfio”, pubblicata su Topolino n.3185 attualmente in edicola.topolino 3185

A giugno pubblicai su Facebook questo post:

Avrei anche chiuso lì la “scemata”, se non che a un certo punto intervenne nei commenti il collega Sio:

Fino all’intervento di Michelangelo di Butac.it che cercava di tirare in mezzo addirittura l’Accademia della Crusca:

Fu così che – seppure all’inizio non ne avessi intenzione – decisi di provare a scrivere una storia per Topolino su questa assurdità del “grunfio”. Sui fumetti Disney c’è il (gradito) limite che i testi devono poter essere tradotti in tutte le lingue, rendendo i giochi di parole a volte un ostacolo alla buona riuscita di determinate storie, perciò ero parecchio dubbioso, ma pensai che almeno un tentativo avrei potuto farlo (e per fortuna la redazione approvò il soggetto).

paperoga giornalismo grunfioProtagonista e contesto

Il primo passo per decidere come sviluppare uno spunto è decidere a quale personaggio assegnare il ruolo da protagonista. Chi sarebbe stato più adatto di Paperoga a inventare una nuova buffa parola?

In secondo luogo mi chiesi quale contesto fosse più adatto per permettere al disastroso papero di inventarsi una parola e renderla pubblica. Una cosa che si deve tenere spesso presente quando si usano universi narrativi già affermati è:

Perché inventare nuovi personaggi o contesti quando hai già a disposizione ciò di cui hai bisogno?

Ecco quindi che la redazione del Papersera (il quotidiano di proprietà di Zio Paperone) si adattava perfettamente alla storia.

Petaloso

Ulteriore passaggio: a cosa mi faceva pensare questa faccenda del “grunfio”? Naturalmente a quella vicenda di febbraio di cui si è parlato molto sui social network: un bambino inventa una parola (il famigerato petaloso) e l’accademia frusta cruscaAccademia della Crusca
gli manda una simpatica risposta. Il fatto divenne un tormentone social fino a dividere l’Italia in due fazioni (strano, eh?), chi tifava per la sfrenata creatività dei bambini ancorché privi di vocabolario e chi avrebbe appeso per gli alluci l’irriverente infante in nome della conservazione museale del bell’idioma.

La storia del “grunfio” mi sembrava una scusa troppo ghiotta per non fare un minimo di “satira dei costumi”, come spesso accade su Topolino.

Gonzo Journalism

Ecco quindi le prime coordinate chiave della storia: Paperoga – Papersera hunter thompson gonzo rolling stone– parola inventata – social network.

Come sviluppare il tutto in maniera organica?

Il mio pensiero andò al gonzo journalism, l’originale stile giornalistico inventato negli anni ’70 per Rolling Stone dal celebre Hunter S. Thompson, interpretato sul grande schermo da Johnny Depp in “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam.


Intervallo. Jefferson Airplane, “White Rabbit”.


Dicevamo, pensando al gonzo journalism decisi che anche Paperoga avrebbe inventato il suo particolare stile giornalistico. Il giornalismo grunfio.

Visto che si partiva da una parola inventata, forse interi articoli potevano essere costituiti da parole inesistenti, seguendo la classica struttura di escalation disastrosa che contraddistingue moltissime storie del nostro amato casinista piumato.

E così, buona parte della strutturazione di questa storia era fatta. Mancava ancora un po’ di ciccia.

Metasemantica

La quadratura del cerchio mi venne da alcuni antichi riferimenti sopiti in un angolo del mio cervello.

Come è ovvio, non sono certamente il primo a inventarmi una parola e nemmeno intere frasi. Ecco a venirmi in aiuto la poesia metasemantica.

Il più celebre (e antico, forse) esempio è il Jabberwocky (tradotto in “Ciciarampa”), una poesia inserita da Lewis Carroll nel suo romanzo “Attraverso lo specchio”, seguito di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Per fare un esempio, ecco l’inizio del componimento, nella traduzione di Masolino D’Amico:

Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi / ghiarivan foracchiando nel pedano: / stavan tutti mifri i vilosnuoppi / mentre squoltian i momi radi invano […]

Il campione nostrano di poesia metasemantica però era certamente Fosco Maraini, padre di Dacia (la scrittrice, non l’azienda automobilistica rumena). La sua opera più conosciuta è certamente Il Lonfo, che possiamo ascoltare in questa pregevole interpretazione di Gigi Proietti:

Fu così che, senza pretendere di toccare le vette di Carroll e Maraini, decisi di inerpicarmi sugli scoscesi sentieri della poesia metasemantica, a dire il vero divertendomi un mondo. Dirò di più: consiglio a tutti di provarci, è un’attività davvero spassosa.

Ultimi fronzoli

> > > ATTENZIONE: SPOILER! < < <

Mancava ancora qualche ricciolo per completare l’acconciatura narrativa.

Poesia “non ortodossa” + giornalismo anni ’70 = beat generation. Fu questo il meccanismo che mi diede lo spunto per il finale: gli assurdi pezzi di Paperoga potevano non essere dei buoni articoli giornalistici, ma giocarsela nel campo della poesia, laddove se non si capisce niente nessuno te ne fa una colpa, anzi.

Scelsi quindi il titolo di una delle mie raccolte di poesia preferite, Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg, e inventai “Jukebox al grunfio”. Paperoga avrebbe letto i suoi componimenti presso il Fustagn Club (parodia del Cotton Club di New York dove in passato si esibirono i più grandi musicisti jazz) accompagnato dal contrabbasso di Charles Mongoos (parodia di Charles Mingus), giusto perché i letterati beat amavano il jazz, specialmente il bebop. Mingus suonava un altro tipo di jazz ma per una serie di motivi si adattava meglio alla scena.

Che altro dire? Ecco come una scemata casuale e accidentale si è trasformata in una storia, a sua volta piena di “scemate”.

Su il sipario, buona lettura e buon ascolto.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Orazio e Eta Beta star dell’elettronica http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/orazio-eta-beta-star-dellelettronica/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/orazio-eta-beta-star-dellelettronica/#comments Fri, 11 Nov 2016 11:00:09 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=353 Su Topolino n. 3181 attualmente in edicola, tra le altre trovate la storia “Orazio e Eta Beta star dell’elettronica” scritta da me e disegnata da Giuseppe Zironi. In questa sceneggiatura mi sono divertito a inserire diversi riferimenti musicali che vi...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Su Topolino n. 3181 disney paniniattualmente in edicola, tra le altre trovate la storia “Orazio e Eta Beta star dell’elettronica” scritta da me e disegnata da Giuseppe Zironi.

In questa sceneggiatura mi sono divertito a inserire diversi riferimenti musicali che vi svelo qui di seguito. Vediamo se leggendo la storia siete riusciti a coglierli.

Pagina 133.minimoog

  • Terza vignetta: il Mooh ovviamente è il Moog, un celebre sintetizzatore inventato da Robert Moog nel 1963.
  • Quarta vignetta: i Ping Ployng non sono altro che i pink floydPink Floyd. Zironi ha avuto l’ottima pensata di mostrare in mano al commerciante una parodia del disco “Atom Earth Mother” proprio dei Floyd, con la celebre mucca in copertina che si adatta perfettamente al… Mooh!

 

Pagina 135.

  • Prima vignetta: non era specificato in sceneggiatura ma Giuseppe ha inserito un altro inside joke: la copertina di “Tarkus” degli Emerson Lake and Palmer.emerson lake palmer
  • Quarta vignetta: l’Urkai 9000 è la parodia di Akai, attualmente la marca più in voga di controller e campionatori per musica elettronica.

controller

Pagina 137. Provate a cantare la canzone di Orazio sulla musica di “Get Lucky” dei Daft Punk.

Pagina 139, ultima vignetta: Electrical Buddies è ispirato al monicker dei Chemical Brothers.chem bros

Pagina 141: immagino l’abbiate intuito, ma l’idea di far esibire
Orazio e Eta Beta indossando dei caschi viene dal look dei celebri Daft Punk.daft punk

Pagina 142, seconda vignetta: le incisioni rupestri sono un riferimento a quelle presenti in Val Camonica.val camonica

Pagina 143: la canzone di Eta Beta invece va cantata sulle note di “Around the World”, sempre dei Daft Punk.

Pagina 145: il Roundmouse è ispirato al Roundhouse, uno dei
club più importanti di Londra.club

Pagina 153, seconda vignetta: questo è un riferimento molto lontano al
Newport Folk Festival del 1965, il primo concerto elettrico di Bob Dylan in cui il cantautore venne pesantemente contestato. Qui la contestazione avviene per il motivo opposto, naturalmente.newport folk festival 1965

Allora, quanti di questi riferimenti siete riusciti a cogliere? La storia vi ha divertito anche senza coglierli?

Vi aspetto nei commenti.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Chi recensisce i recensori? http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/chi-recensisce-i-recensori/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/chi-recensisce-i-recensori/#comments Sun, 30 Oct 2016 03:01:06 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=322 Ieri ho ricevuto un messaggio privato da parte di un collega. L’ho ritenuto meritevole di attenzione pertanto ho deciso di pubblicarlo sul blog. Ecco di seguito la testimonianza di un Fumettista Anonimo.  I disegni in questo post sono di Niccolò Storai >  www.ilgrafonautadelgrottesco.it <...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Ieri ho ricevuto un messaggio privato da parte di un collega. L’ho ritenuto meritevole di attenzione pertanto ho deciso di pubblicarlo sul blog. Ecco di seguito la testimonianza di un Fumettista Anonimo.

 I disegni in questo post sono di Niccolò Storai >  www.ilgrafonautadelgrottesco.it <

[AVVERTENZA: Se vi riconoscete al 100% in una di queste persone mi sa che avete qualche problemino.]


Salve, sono un fumettista anonimo e mi trovo ad affrontare quotidianamente una problematica che attanaglia buona parte dei miei colleghi: le recensioni.

Per carità: le analisi ben scritte sono utili, tanto quanto sono piacevoli i fumetti ben disegnati.

Ma su alcuni siti, sui forum, sui social, chiunque si sente in diritto di giudicare il mio lavoro e di conseguenza me come autore e – per un distorto meccanismo – come essere umano. Invece di limitarsi ad acquistare o consigliare l’acquisto di ciò che apprezzano ed evitare il resto, molti (o solo pochi ma che si atteggiano da molti) si lanciano in invettive, crociate, petizioni, come se i fumetti fossero un servizio fornito dallo Stato e pagato con i soldi delle tasse, sentendosi quindi in diritto di interessarsi delle politiche editoriali allo stesso modo in cui il vostro vicino spacca i maroni su quanta elettricità condominiale consuma il portinaio ricaricando il cellulare nella guardiola.

La prendo troppo sul personale? Può darsi. “Questa è la mia opinione e ho il diritto di esprimerla”, dicono. Ma mi sono chiesto: come la prenderebbero gli stessi recensori se qualcuno recensisse le loro attività?

Insomma:

chi recensisce i recensori?

Ecco perché ho deciso di calarmi nei panni del vendicatore, e dopo meticolose indagini ho seguito qualcuno di questi individui per valutarne l’efficienza. E vediamo se a fare con voi lo stesso che fate con noi non vi sentite un tantinello punti sul vivo.

 

Attilio Scamuzza
attilio scamuzza recensore niccolò storai

© Niccolò Storai

Attilio scrive da anni per un portale che si chiama Fumetti Impegnati. Ha una lunga storia di attivismo e una conoscenza dei fumetti nozionistica talmente vasta da rasentare la bulimia. È presente a tutte le fiere da quando Lucca era ancora il Salone Internazionale dei Comics, e tutti gli autori lo conoscono. È un nerd della prima ora e si atteggia da personalità influente, quando l’influenza che esercita sul mondo editoriale è la stessa che può esercitare il mio cocker spaniel sull’orbita delle comete.

Ciononostante, tra i suoi simili (non i cocker spaniel) è considerato una personalità, e le sue recensioni colme di prosopopea hanno provocato le coliche a più di un autore affermato.

A proposito del mio ultimo fumetto, Scamuzza scrive:

[…] narrazione insipida, disegni tirati via dettati più dalla fretta di fatturare che dall’effettiva urgenza creativa, un soggetto a dir poco confuso e dialoghi che vorrebbero dimostrarsi brillanti ma finiscono per essere sopra le righe. Insomma, un disastro su tutta la linea. Ci stupiamo di come una casa editrice di alto livello abbia potuto ancora una volta concedere tanta libertà a un autore che nei fatti non è altro che un mediocre battutista buono giusto per i social network […]

 Snervato dalla prosa di questo campione del plurale maiestatis, decisi di cominciare da lui la mia vendetta, e quindi la mia indagine.

Ed ecco quello che ho scoperto.

Attilio ha cinquantaquattro anni e abita in provincia di Messina. Quando non legge o recensisce fumetti, è impiegato di medio livello presso una nota azienda di articoli sportivi. Ha qualche collega sotto di sé, altri al di sopra. Passa la giornata lavorativa principalmente a compilare fogli excel e al telefono con clienti e fornitori.

Dopo aver visionato parte del suo lavoro e intervistato alcuni suoi colleghi, posso dedicarmi a una breve recensione della sua attività.

Le note inoltrate da Scamuzza ai colleghi sono in massima parte confuse e piene di refusi. I fogli di calcolo sono quasi sempre incompleti, costringendo l’ufficio acquisti a continue rettifiche. Il dialogo con i clienti è problematico sia telefonicamente che via email, il che denota una scarsa volontà di Scamuzza nell’operare efficacemente per il buon funzionamento dell’ufficio di cui è responsabile. Ci si stupisce di come un’azienda affermata possa rinnovare il contratto a un dipendente che avrebbe al massimo le competenze per caricare i bancali in magazzino.

 Sono certo che Scamuzza apprezzerà la recensione del suo lavoro che con spirito di sacrificio ho redatto e reso pubblica, di modo che possa senz’altro migliorarsi e fornirci un servizio all’altezza delle nostre aspettative.

 

Genna Argentu
genna argentu recensore niccolò storai

© Niccolò Storai

 26 anni, Genna è un’aspirante fumettista. Non ha mai pubblicato niente se non i suoi terrificanti disegni su DeviantArt, che dichiara di vendere a non meno dell’autografo di Frank Miller.

È conosciuta nell’ambiente per essere una spaccamaroni di primo livello. Melliflua e leccapiedi alle fiere con gli autori (importanti e non: se hai pubblicato le potresti essere utile a prescindere), con alcuni addirittura seducente, quando ha accesso alla rete diventa una specie di Che Guevara del ventunesimo secolo.

Convinta che la sua arte non trovi spazio per colpa di una casta di autori quarantenni che hanno occupato abusivamente l’intero mercato editoriale, vede ovunque complotti dei poteri forti, ritiene qualsiasi mercato editoriale estero come una specie di Shangri-La lastricato d’oro (ma anch’esso a lei precluso), innescando flame con l’unico scopo di essere notata in qualche modo. Ogni tanto cambia tattica e si lancia in un’appassionata difesa d’ufficio dell’autore più famoso del momento contro i suoi detrattori. Quando si accorge che nemmeno questa strategia è utile, torna a tuonare contro la “mafia editoriale”, arrivando ad accusare i suoi bersagli di molestie sessuali e rendendo pubbliche dubbie conversazioni private.

Genna, fin da quando era ancora una innocente ragazzina dedita alla lettura dei fumetti e alle dediche sul diario tra compagne di classe, era solita frequentare un forum di appassionati chiamato L’angolo Puffoso, pensato per essere luogo di serena condivisione di passione fumettistica e che in pochi anni si è trasformato in un crogiuolo di vecchi nerd intransigenti come un Mengele all’ingresso di Auschwitz, ragazzini che “o imparato ha legere su i fumeti” (ma non a scrivere, evidentemente), e per l’appunto un piccolo manipolo di fumettisti rifiutati, dediti giorno e notte (soprattutto notte) a una sola attività: sputare veleno nei confronti di autori e case editrici. Man mano che la passione per il fumetto cresceva in Genna così come le sue aspettative di diventare un giorno collega dei suoi idoli, la frustrazione seguita ai rifiuti degli editori la trasformava in un grizzly incazzato, pronto a disintegrare ogni briciola di buonsenso in nome di un solo ideale: Vendetta!

Della mia ultima fatica, così scrive Genna:

[…] no ma davvero ragazzi, qui non si capisce un c****. Ma vi pare una storia decente? Ma che sono quei disegni fatti col c***? Cioè davvero bimbi, conosco decine di disegnatori molto più bravi, non dico per forza io perché qui non si tratta di me o cosa, ma là fuori è pieno di giovani che meriterebbero una scians mentre questi vecchi parac*** non fanno altro che darsi lavoro tra loro, distruggendo di fatto un mercato che un tempo era fiorente e riconosciuto in tutto il mondo mentre invece adesso facciamo ridere i polli. Ma tanto si sa che le cose non cambieranno, qui la gente parla parla e invece di scendere in piazza se ne sta davanti al computer a battere sui tasti. Che paese di m**** […]

 Orbene, se Genna ha conseguito la sua vendetta, io otterrò la mia.

Ecco quindi che mi sono informato su questa giovane figlia dei nostri tempi, e ho deciso di spiarla.

Genna è nata e cresciuta a Lanusei, trasferendosi in seguito a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Fuori corso da sempre, dopo aver rifiutato un onesto voto al primo esame, non ha più nemmeno frequentato le lezioni, dividendo il suo tempo tra l’ossessivo ricalco di personaggi manga e l’impiego (assolutamente temporaneo, s’intende) come barista in un locale nei pressi della stazione.

Ecco quindi che mi sono furbescamente introdotto nel bar sotto mentite spoglie, in compagnia di un’amica. Mentre aspettavo di venire servito, scambiavo anche qualche parola con gli altri clienti e con la sua collega alla cassa, per poter analizzare in maniera più esaustiva l’attività di Genna.

Ecco la recensione.

Il cappuccino era a dir poco maleodorante. Credo che la Argentu non abbia nemmeno la vaga idea di come si prepari un caffè, per non parlare della scarsa attenzione con cui mi ha servito il croissant, che avevo chiesto all’albicocca e invece mi è arrivato alla ciliegia. Croissant tra l’altro raffermo da giorni, a quanto pare la Argentu non si preoccupa molto della salute dei clienti e non controlla la freschezza dei prodotti che serve. Non parliamo dei toast: se si potesse misurare la lentezza e il disordine con cui li prepara, ci sarebbe un nuovo record sul libro dei Guinness. Pane schiacciato in malo modo, prosciutto penzolante e carbonizzato, formaggio ancora freddo come appena tirato fuori dal freezer. Tutto questo per più di dieci euro a testa. A detta di tutti poi la Argentu è scontrosa, indolente e più di una volta ha dato adito a qualche dubbio sulla sua personalissima idea di igiene. Conosco decine di baristi là fuori molto più bravi e pronti a far la fila per un posto che lei occupa a quanto ne so abusivamente, visto che ho scoperto la proprietaria del bar essere la moglie di suo zio. Ma si sa che questo Paese è pieno di baristi raccomandati.

 Sono certo che la Argentu apprezzerà la mia recensione e la mia crociata per la trasparenza in ogni settore commerciale della nostra amata Nazione, dall’editoria alla gastronomia.

 

Jhonatan BlackAssassin Pellecchia

 

jhonatan blackassassin pellecchia niccolò storai recensore

© Niccolò Storai

 Jhonatan è un diciannovenne brianzolo. Non legge quasi mai fumetti a cui preferisce la Playstation, quelli che legge per lo più li scarica, ha degli idoli fumettistici ma non saprebbe nominare uno solo dei loro titoli, eppure ritiene di avere diritto a mettere il becco in qualsiasi discussione di carattere editoriale (dopotutto ci sono cassiere del Conad convinte di poter competere con un medico in fatto di vaccini).

 

Forse traumatizzato a vita dal nome di merda che gli hanno affibbiato i genitori, Jhonatan si è creato un falso sé che lo fa sentire una specie di superfigo spaccatutto, identità che trova riscontro esclusivamente sui social, unico luogo in cui non prende gli schiaffi a giorni alterni (ma non è detto), e in cui ha coniato il suo “nick” BlackAssassin.

È giovane e possiamo anche soprassedere su un soprannome così roboante associato a una foto profilo di uno sgorbio con più costole che neuroni, gli occhiali da sole a specchio da poliziotto cattivo e la maglietta di SpongeBob. Macchiata di Nutella.

Quello su cui è duro soprassedere è il suo atteggiamento sui social network da manuale di psicopatologia.

Convinto di essere più sveglio della massa grazie all’impegnata lettura in tempi preadolescenziali del manga “Berillio High School” dove studentesse con la sesta di reggiseno si sdilinquiscono d’amore per un demone sotto le mentite spoglie del professore di chimica, il suo obiettivo nella vita (che si preannuncia quindi molto breve) è di fare il “troll”. Già è sufficientemente deprimente avere come unico scopo della propria esistenza quello di far incazzare il prossimo, ma la dedizione con cui si applica nella sua missione denota il fatto che probabilmente i suoi genitori non hanno mai una parola buona nei suoi confronti, un abbraccio, o anche solo una mezza confezione di Ritalin.

Per questo, ogni volta che su Facebook viene innescata una polemica a tema fumettistico egli ci si tuffa con le braghe e tutto quanto, sputando insulti e sentenze a casaccio, nella vana speranza di essere notato. Alla fine sempre lì si va a parare. Lo stesso valeva anche per Attilio Scamuzza (e Genna Argentu ovviamente), solo ora me ne rendo conto.

Comunque, ecco un estratto da un commento pubblicato dal Pellecchia su un post in cui si parlava di un mio fumetto:

oooh ma basta con questi fumetti sempre uguali, avete rotto il cazzo! buonisti radical chic vegani e pure froci. e non fatemi la morale, io dico quello che penso, almeno sono sincero a differenza di tutti i leccaculi che vengono a darti ragione e non dire di no che sai benissimo di aver raccontato un sacco di palle inutile che lo neghi! 🙂 più lo neghi e più sprofondi nella tua ignoranza! 🙂 🙂 Cosimo Polmonelli inutile che lo difendi tu sei il più frocio di tutti 😉

Estasiato dalla profondità dell’analisi metatestuale della mia opera, non ho potuto fare a meno di interessarmi di questo virgulto, questo prodotto della civiltà moderna.

Ed ecco quello che ho scoperto: Jhonatan frequenta la quinta liceo scientifico a Vimercate, ha ripetuto la terza media in una scuola dove notoriamente vengono bocciati solo i cubi di porfido e i soprammobili in ghisa. Non ha praticamente interessi veri a parte Pornhub (attività cui ottempera quotidianamente), non ha amici a parte il forum di appassionati di Call of Duty.

Non avendo granché da recensire, sono riuscito a venire in possesso di alcuni suoi compiti. Intervistare i suoi compagni e i suoi insegnanti fuori da scuola mi ha poi fornito un quadro più ampio del ragazzo.

Ecco quindi il mio generoso contributo a un mondo più giusto: la recensione dell’attività scolastica di Jhonatan Pellecchia.

Per quanto riguarda le materie umanistiche, il Pellecchia non esibisce di certo risultati brillanti. Nell’ultima interrogazione di Storia ha collocato la Prima Guerra Mondiale negli anni Ottanta, mentre in Geografia non è in grado di individuare l’Umbria sulla cartina del Paese. Nei temi di italiano le correzioni di grammatica sono talmente numerose che diventa impossibile distinguere le frasi in mezzo alla raffica di segnacci rossi. La professoressa di lettere definisce la condizione del Pellecchia “ignoranza crassa”. Con le materie scientifiche va leggermente meglio, ma non ha ancora imparato a risolvere correttamente una disequazione e in fisica è ancora fermo al primo principio della termodinamica. Inglese non ne parliamo: è solito sostenere di voler andare in America e diventare famoso (facendo cosa non è ancora chiaro), ma il modo in cui ha tentato di spiegarlo nell’ultimo compito in classe non è stato molto efficace: “When finish the school want go in America why want become famous”. Solitamente per le capre come lui esiste il salvacondotto dell’educazione fisica, ma non è il caso del Pellecchia. Gli bastano due giri di campo per ansimare come un enfisematoso, e di recente è stato in infermeria per mezza mattinata a causa di una pallonata sulla schiena. L’unico voto decente è in condotta perché tutta la sua intelligenza residua viene impiegata nell’accusare in maniera convincente altri compagni quando viene beccato a fare casino, motivo per cui viene ostracizzato da tutta la classe ed evitato come un appestato. È fissato con gli insulti omofobi da circa sei mesi, il che coincide con la gita dell’anno scorso durante la quale, dopo averci provato con ogni ragazza della classe, è stato rifiutato anche dal compagno gay.

 Sono certo che il giovane Jhonatan non prenderà sul personale il fatto di aver reso pubblico il suo rendimento scolastico, dopotutto il suo atteggiamento in rete denota una straordinaria apertura mentale in fatto di esposizione mediatica. Se è così prodigo nell’attentare all’immagine dei fumettisti, non sarà certo un problema che per una volta tocchi a lui essere oggetto di pubblica derisione.

Comunque volendo ho un dvd di tutorial su come annodare un cappio in maniera efficace, nel caso il Pellecchia ne senta il bisogno può scrivermi privatamente.

 

Un Fumettista Anonimo

 Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Quasi.


PS, deprimente doverlo spiegare ma là fuori è pieno di permalosi: Sono caricature. Non rappresentano individui realmente esistenti, quanto insiemi di difetti condivisi da tante persone.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Ospiti: Alessandro Gori aka lo Sgargabonzi http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/sgargabonzi/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/sgargabonzi/#comments Wed, 05 Oct 2016 12:00:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=186 Il secondo ospite di questo blog che ci racconta il suo rapporto con i fumetti è Alessandro Gori, conosciuto anche come Lo Sgargabonzi, caustico satiro/blogger/saltimbanco o qualsiasi altra definizione gli si voglia appioppare. Ogni venerdì di tutti gli anni ’80, quando mio...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Il secondo ospite di questo blog che ci racconta il suo rapporto con i fumetti è Alessandro Gori, conosciuto anche come Lo Sgargabonzi, caustico satiro/blogger/saltimbanco o qualsiasi altra definizione gli si voglia appioppare.


busta sorpresa sgargabonziOgni venerdì di tutti gli anni ’80, quando mio babbo usciva di banca, andava a fare la spesa alla Coop e prima di rientrare a casa mi passava all’edicola di Piazza Saione. Da buon ragioniere, gli pareva misero comprarmi un giornalino a fumetti, quindi optava per una busta sorpresa, che non si sapeva cosa conteneva ma come minimo era piena di roba. Lo capivo, per lui era un po’ come comprare un pacchetto azionario alla cieca al prezzo di una singola Italcementi.
Le buste sorpresa erano un feticcio tipico di quel decennio. Sacchettoni colorati che promettevano mille caleidoscopici regali al loro interno. Lì trovavi le cose più disparate e tristi. Albi da colorare per ragazzi problematici, trasferelli che non appiccavano più, adesivi dei paninari, palloncini promozionali, album di figurine degli animali con un sacco di pacchetti di figurine ma, poiché fuori catalogo e quindi con figurine non richiedibili, destinati a rimanere incompleti. A Mantova in una busta sorpresa trovarono addirittura una siringa e ne parlarono al telegiornale.

Ricordo che, un venerdì dei tanti, da una di quelle buste saltò fuori qualcosa proprio che non mi aspettavo. Era un albo a fumetti che incuteva timore e ispirava rispetto per diversi motivi: le tante pagine, il bianco e nero e il formato piccolo e tozzo. Inoltre aveva la costa superiore imbrattata di inchiostro verde, che ai tempi era la procedura degli editori per segnare quei rientri da poter mettere successivamente in offerta, di solito in pacchi convenienza nelle località di mare. Quell’albo era un numero di Alan Ford di dieci anni prima. Lo sfogliai e ne rimasi sconvolto. Non sapevo ancora leggere, ma ero affascinato da quello che trovavo nelle vignette. Mi gommaflexchiedevo com’era che l’autore di quel fumetto poteva disegnarci di tutto, pure le cose più incredibili, invece aveva scelto di riempirle solo di torsoli di mela, sedie sfondate, mantelline scozzesi con le toppe e gente brutta e povera? Ero rapito e mesmerizzato, completamente. Imparai a leggere con l’urgenza di leggermi esattamente quelle pagine. Nel momento esatto in cui ci riuscii, scoprii che era la seconda parte di una storia tripla (la prima saga di Gommaflex), bestemmiai e venni mandato fuori dalla classe.
Il mio primo fumetto comprato con consapevolezza fu il numero 222 di Alan Ford, dal titolo A.V.E.alan-ford-ave, Assicurazione Vita Eterna. Una storia disegnata da Marco Nizzoli, d’un nero da far paura, tutt’oggi una delle cose più belle e scioccanti che io ricordi di aver letto. Solo che purtroppo, se la rileggo con gli occhi di adesso, è ancora più bella di quanto lo fosse trent’anni fa e mi annienta anche cose notevolissime che leggo oggi.

Da una pubblicità su Alan Ford scoprii poi le ristampe di Kriminal e in seguito di Satanik. Due fumetti cosiddetti “neri”. Mi era capitato di leggere Diabolik perché lo leggeva mio babbo, ma lo trovavo un fumetto noioso e triste, a partire dalla casa dei protagonisti, che pareva arredata a Mondo Convenienza e i dialoghi che mi parevano quelli di una coppia in crisi che però non se lo dice e recita la normalità. Insomma fra Douglas Sirk e François Ozon.

Invece Anthony Logan (Kriminal) e Marny Bannister (Sataniksatanik) uccidevano con estrema crudeltà e per il semplice piacere di farlo. Ma questo m’interessava fino a un certo punto, visto che lo facevo anch’io. Quello che conta è che erano capaci d’una violenza psicologica raffinata e impalpabile, poco prevedibile anche per lo stesso lettore. E le loro vittime, essendo il disegnatore lo stesso, erano i personaggi caricaturali che parevano in libera uscita da Alan Ford, vestiti per una volta da ricchi in questa gita senza ritorno. Questo mi mandava in cortocircuito il cervello. Del resto io da bambino ero affascinato da quello che non capivo e Braccio di Ferro lo lasciavo volentieri ai miei compagni di classe.

Presto però i fumetti tascabili mi fecero venire la voglia di qualcosa di più impegnativo. Fu allora che scoprii la Bonelli e non ne sarei mai più uscito. Da appassionato di horror, mi attrasse subito Nick Raidernick raider la tela del ragno. Del resto il sottotitolo parlava chiaro: “Squadra omicidi”. E io m’immaginavo tutta una ghenga di assassini seriali eccentrici e perversi. E invece no, il protagonista era un poliziotto con la faccia di Tex e nel primo numero che lessi, “La tela del ragno
“, il serial killer c’era ma faceva pure una figura di merda.

Quello stesso mese mi rifeci col mio primo Dylan Dog. Era il numero 33, dal titolo “Jekyll!dylan dog jekyll“. Anni dopo, per tutti gli esami alla Facoltà di Psicologia, avrei pronunciato Freud come “Fruà”, fingendo di saperlo francese e cadendo dalle nuvole quando me lo dicevano austriaco. Mi toglievano sempre cinque o sei voti, ma era un mio fiero tributo ad una battuta spettacolare di quel numero. Fu lì infatti che conobbi lo stile, la caratura e l’umanità di Sclavi, che era semplicemente meglio della vita e lui un autore dal quale non mi sarei (fortunatamente) mai emancipato e che darei via mia figlia Melody per poter conoscere.

In poche parole, Sclavi e la Bonelli sarebbero stata due mie ragioni di vita, forse addirittura le uniche (ma lo saprò fra qualche anno). Da quel momento in poi avrei letto solo Bonelli, esclusivamente Bonelli.

Perché della Bonelli mi piace tutto, anche quello che mi piace meno. Del resto dopo che ti sei viziato col Dylan Dog di Sclavi, lo Zagor di Nolitta, tutto Ken Parker, le serie di Medda, Ambrosini e Manfredi… come fai ad avvicinarti a buffonate tipo Frank Miller senza richiudere l’albo completamente deluso e annoiato?

Non puoi. Semplicemente non puoi.

 

 

Alessandro Gori dal 2005 cura il famigerato blog Lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.com), una pagina di umorismo nero pece. Nel 2013 Lo Sgargabonzi diventa anche una pagina Facebook (https://www.facebook.com/sgargabonzi) che oggi conta più di 20.000 lettori.  Nel 2013 scrive per Internazionale ed esordisce in libreria con “Le avventure di Gunther Brodolini”(Edizioni FuoriOnda, 2013). Inoltre negli ultimi tre anni ha portato in giro per l’Italia, in settanta diverse date, il suo spettacolo comico “Lo Sgargabonzi Live!”. Il 12 novembre 2014 è uscito il suo secondo libro, “Bolbo” (Edizioni FuoriOnda), scritto insieme a Gianluca Cincinelli, a cui ha fatto seguito “Il problema purtroppo del precariato” l’anno successivo. Scrive articoli di satira e fumetti sul mensile Linus e ha una rubrica fissa, Gorgo, sul portale di arte e design Pixarthinking. Recentemente definito da Internazionale “il miglior scrittore comico italiano” e poi al centro di un’invettiva di Daniele Luttazzi che non c’ha capito una sega.

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Il tema è il germoglio nella scarpa http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/tema-germoglio-scarpa/ http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/tema-germoglio-scarpa/#comments Wed, 14 Sep 2016 10:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/powertothestory/?p=259 Come accennato nell’ultimo post, vorrei provare a scovare i temi sotterranei contenuti in alcuni film. In questo modo cercherò di spiegare meglio cosa intendo quando dico che il tema è l’anima di una storia. Pixar: Wall-E L’esempio che faccio spesso quando parlo del...

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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Come accennato nell’ultimo post, vorrei provare a scovare i temi sotterranei contenuti in alcuni film. In questo modo cercherò di spiegare meglio cosa intendo quando dico che il tema è l’anima di una storia.

Pixar: Wall-E
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© Disney / Pixar

L’esempio che faccio spesso quando parlo del tema di una storia è a proposito di Wall-E, bellissimo film di animazione della Pixar del 2008. Quello che dirò qui di seguito è comprensibile solo a chi ha visto il film, naturalmente. Perciò se non volete SPOILER vi consiglio di passare oltre.

Uno dei temi che scorrono potenti in Wall-E è quello della gravidanza.

Gravidanza?! In un film di robottini?! Ma che dice il Salati?

Naturalmente è tutto ciò che riguarda la gravidanza in senso lato: la gemmazione, l’attesa, la nascita di una nuova vita. Una nuova vita come speranza di rinascita della Terra.

Wall-E a un certo punto della storia offre a Eve forse l’unica cosa bella che sia riuscito a ricavare nel mondo che lo circonda: il germoglio di una pianticella. Non sa nemmeno lui davvero cosa farsene, ma il suo gesto è il simbolo di un amore che sta nascendo nei confronti della robottina bianca.

Eve mette questo germoglio nella pancia e va in standby, rimane in attesa. Sarà proprio quel germoglio, donato da Wall-E e covato da Eve, a riportare la speranza di una nuova vita sulla Terra. E questa nuova vita è il prodotto dell’amore tra Wall-E e Eve. Ecco quindi uno dei temi che hanno dato un’anima a questa storia: la gravidanza.

Pixar: Brave

Ora che potrei aver catturato un pochino la tua attenzione, parliamo di un altro film Disney/Pixar: Brave.

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© Disney/Pixar

Quando scrissi la mia interpretazione sul mio blog personale, qualche nerd da forum dall’alto di comprovate competenze e anni di esperienza in campo di narrazione e intrattenimento [sarcasm mode: off] ebbe da ridire sulla mia ipotesi. Il fatto che la stessa mi venisse invece avvalorata da stimati colleghi e da successive iniziative della stessa Disney mi conferma la mia impressione a lungo ponderata: mai dare retta ai nerd da forum.

Qual è il tema tanto spinoso di Brave?

L’omosessualità.

Attenzione: non ho detto che Merida è omosessuale. Ho detto che il tema del film è l’omosessualità. Sono cose ben diverse.

In un microcosmo ben definito come quello delle principesse Disney, una principessa che decide di non sposarsi con un uomo è un’anomalia evidente e un chiaro segnale di cambiamento. Un piccolo terremoto.

Se fosse stato un classico film Disney, dopo aver scartato i principi che non le aggradavano Merida avrebbe scelto magari un garzone, un vecchio amico con cui giocava da bambina. La persona giusta per lei sarebbe stata pur sempre un maschio. Sarebbe stato un tipico finale Disney.

E invece no. Il tema viene enunciato a chiare lettere proprio dalla madre di lei: ognuno dovrebbe seguire il proprio cuore ed essere libero di decidere chi amare.

E’ proprio la madre di Merida a ostacolare prima la volontà della figlia per poi finire per accetterla e farla addirittura propria. E’ una bella metafora prima dell’outing con se stessi, di scoprire e accettare la propria omosessualità, e poi del coming out e dell’accettazione della situazione da parte della famiglia. Qui gli amici Pixar si stanno rivolgendo ai genitori dei ragazzi più che ai ragazzi: accettate i vostri figli per ciò che si riveleranno e lasciate che amino chi vogliono. E’ un tema potentissimo per un film dedicato a tutte le famiglie del mondo e a ogni età. E nessuno mi toglierà dalla testa che parli di omosessualità.

Naturalmente non si sarebbe potuta creare per un film Disney addirittura un’eroina lesbica. Sarebbe stupido pensarlo. I tempi non sono ancora maturi, il film deve poter essere venduto in ogni angolo del globo (come immagino sappiate, la Disney è un’azienda di intrattenimento generalista), presentato a comunità con culture diverse e visto da persone di tutti i credo religiosi. Il mondo va cambiato un pezzo alla volta. Un personaggio dichiaratamente gay avrebbe creato polemica e ostracismo in alcuni settori del mondo (anche occidentale). Avrebbe generato contrapposizione, barricate, poca comprensione e non avrebbe raggiunto il punto. Ognuno sarebbe rimasto della propria idea, facendo magari perdere anche spettatori ai film Disney.

Mentre se esuliamo dall’aspetto più materiale della trama e ci concentriamo sull’anima, il tema, cioè che bisogna essere liberi di amare chi si vuole, ci rendiamo conto che è universale, forte, emotivo. Può toccare il cuore di chiunque nel mondo senza contrapporsi direttamente ai dogmi che gli regolano la vita. Toccare il cuore delle persone è la rivoluzione più efficace per cambiare il mondo.

Perciò sì, Brave parla di omosessualità.

Segnalo che dopo Brave ci fu la comparsa di una famiglia con “due mamme” nella serie Disney “Buona fortuna Charlie”, in seguito i dipendenti Pixar produssero un video contro l’omofobia, e più recentemente la Disney ha donato un milione di dollari alle famiglie delle vittime della strage della discoteca gay di Orlando. Chi vuol capire, capisca.

Ma se ci sono temi sotterranei nei film di animazione, a maggior ragione li troviamo nei film live action.

Zemeckis: Forrest Gump

Prendiamo per esempio Forrest Gumpforrest tump, zemeckis, capolavoro di Robert Zemeckis.

Per molti, il tema principale di questo film è il mito del successo, del positivismo, dell’american dream.

Ma c’è un altro tema che io vedo in questo film e che in un certo senso lo accomuna ai Promessi Sposila Divina Provvidenza.

Se ci facciamo caso, Forrest Gump non fa niente per meritarsi il successo che ottiene in tutto quello che fa, se non limitarsi a essere una brava persona. Si comporta bene con tutti, è sempre positivo, vede sempre del buono in ognuno. In cambio, il Destino lo traghetta indenne attraverso le difficoltà e lo premia con tanto successo e un figlio. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli», dice il Vangelo. Forrest è proprio il povero in spirito cui spetta il regno dei cieli.

Quando Forrest corre per tutta l’America addirittura viene preso per una sorta di nuovo Messia. E in questo contesto è in grado di fare dei “quasi miracoli”, trasmettendo un po’ della sua provvidenza ad altri “fedeli”, che tramite lui riescono a raggiungere il successo. Un ragazzo sta cercando un’idea per degli adesivi, e quando grida “Merda!” Forrest risponde “Capita”. Ecco che da quel momento il ragazzo farà un sacco di soldi vendendo gli adesivi “Shit Happens”. Idem un ragazzo che cerca un’idea per delle t-shirt: Forrest asciugandosi il viso con una maglietta lascia giù una sorta di “sindone” a forma di smile, creando una nuova moda che donerà soldi e successo al ragazzo che divulgherà questo logo. Il classico sogno americano, ma donato dalla Provvidenza tramite il Messia Forrest Gump.

Il concetto viene espresso ancora più esplicitamente da Forrest stesso davanti alla tomba di Jenny, quando dice:

Non lo so, se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza. Ma io… io credo… può darsi le due cose. Forse le due cose càpitano nello stesso momento.

Infine, se vi ricordate, all’inizio e alla fine del film vediamo una piuma trasportata dal vento (la brezza di cui parla sulla tomba). E’ la metafora della mano di Dio che porta sul suo palmo Forrest Gump, candido e leggero come la piuma.

Quando sono arrivato a questa conclusione, mi sono stupito: possibile che in un film americano sia così presente un concetto legato al Cattolicesimo come la Divina Provvidenza, prodotto in una cultura a maggioranza protestante (e in un mercato come quello hollywoodiano, dove i produttori sono in buona parte ebrei)?

L’idea di successo tipicamente americana e protestante – semplificando e banalizzando molto – è che se lavori e ti dai da fare allora sei buono. Se sei ricco è perché Dio ti ha voluto premiare per il lavoro che hai fatto. L’esatto contrario di Forrest, la cui unica vera occupazione è essere buono con i propri simili. Un ideale più tipicamente cattolico, che potremmo magari riscontrare in Italia, Spagna, Irlanda. Con la differenza che in America sono fissati con i soldi e il successo, perciò la particolarità di Forrest Gump è proprio questa: di essere cattolico americano.

Poi sono andato a cercare la bio di Robert Zemeckis, regista del film, e ho scoperto che è cattolico (oltre che americano, chiaramente).

Ah, ecco. Tout se tient, ancora una volta.

Per quanto mi riguarda, poco importa se Forrest Gump ha un sottotesto religioso: è un capolavoro e l’interpretazione di Tom Hanks è eccelsa. E’ bellissimo e lo riguarderei un sacco di volte.

Zemeckis: Polar Express

Niente a che vedere invece con un altro film dello stesso regista e interpretato dallo stesso Tom Hanks: Polar Express.polar express Un film veramente brutto, e in cui il tema religioso è talmente esplicito e didascalico da rovinare una storia potenzialmente bella.

Non voglio nemmeno sprecarci troppo tempo io nello scriverne e voi nel leggerne, ma il tema del film è senz’altro la fede in Dio. Il bambino protagonista non crede in Babbo Natale, e tutta la storia è incentrata sulla scoperta dell’effettiva esistenza del barbuto rossovestito. Una volta che il protagonista crederà effettivamente nella sua esistenza, vivrà un Natale felice. La metafora è palese e addirittura pedante.

Unica nota positiva: l’ottimo lavoro del sempre grande doppiatore (e attore) Francesco Pannofino, che doppia sia il controllore del treno che Babbo Natale (perché entrambi interpretati da Tom Hanks).

Mad Men

Per concludere questa carrellata di temi filmici, vorrei prendere in considerazione una serie tv: Mad Men.mad men, don draper

La mia serie preferita dopo The Wire.

Anche in questo caso farò degli SPOILER quindi vi consiglio di leggere solo se avete almeno visto tutta la prima stagione.

Il tema è l’apparenza esteriore come condizione cruciale dell’America dal dopoguerra ad oggi.

E grazie tante – direte voi – ovvio che in una serie sul mondo della pubblicità il tema sia l’apparenza.

Quasi banale, direte voi.

Il fatto è che qui il tema viene affrontato da un punto di vista profondo, filosofico. E viene espresso tramite l’esplorazione – stagione dopo stagione – della personalità di Don Draper.

Don è indubbiamente figo. Geniale, stiloso, si fa sempre rispettare. Eppure non esiste. Ha rubato l’identità di un altro. Vive una vita non sua. Si vende come qualcosa che non è. In sostanza, fa del marketing di se stesso.

Fin qui tutto bene, se non fosse che Don è profondamente infelice. Tutta questa apparenza lo rende un essere umano vuoto. Questo vuoto interiore deve essere costantemente riempito: con il sesso, l’alcol, il fumo, la ricerca di una vita familiare conformista.

Ma tutto quello che fa non riuscirà a riempire il suo vuoto esistenziale. Egli è la metafora stessa degli Stati Uniti: una nazione che essendo nata senza identità se n’è cucita una addosso. Una nazione che ha la felicità nella costituzione – ottima mossa di marketing politico – e tra la popolazione un alto tasso di infelicità, di dipendenze. Ricchezza materiale e povertà interiore. Una comunità con un enorme vuoto filosofico ed esistenziale e che si imbelletta con abili mosse di marketing. Un vuoto che da decenni si espande anche nel nostro continente. Un buco nero culturale che risucchia ogni diversità e risputa il tutto rimasticato e appiattito, pronto per essere venduto in comode confezioni di plastica. Una malattia che contagia ormai tutto l’Occidente.

Mad Men è la storia contemporanea degli Stati Uniti e dell’Occidente in generale, e andrebbe studiato a scuola.

Questo tema in Mad Men viene enunciato fin dall’inizio. Non per niente la prima puntata si intitola “Smoke Gets in Your Eyes“: fumo negli occhi, che è il mestiere stesso di Don Draper. Così come il fumo è presente massicciamente nella prima scena e in tutta la serie. E così come è di fumo che si parla nella prima scena e le sigarette sono il prodotto più importante trattato nella prima stagione.

Mad Men, Don Draper, l’America, l’Occidente intero: un grande vuoto interiore e tanto fumo negli occhi.

E voi? Quali temi riuscite a scovare nei vostri fumetti/film/romanzi/musical/videogiochi preferiti?

Di Giorgio Salati per Power to the Story.

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