paperoga, grunfio

Genesi accidentale di una storia breve

Una delle domande che vengono poste più frequentemente a chi scrive – lo sappiamo – è:

Come nasce una storia?

La risposta che do più spesso è:

Per caso. Chiunque può inventare storie. A tutti vengono delle idee, la differenza è che chi non fa questo mestiere classifica quelle idee come scemate, noi quelle scemate le sviluppiamo, ne facciamo storie, e in sostanza con le scemate ci paghiamo le bollette.

Sei sul tram o sotto la doccia (non entrambe le cose vorrei sperare), ti viene in mente una scena buffa. Sei al bar con un amico e davanti a un caffè vi dite: Pensa come sarebbe strano il mondo se…

Poi chiudi la conversazione o il pensiero soliloquente e riprendi con la tua vita di tutti i giorni. Per noialtri invece quei pensieri sono i punti di partenza. Poi naturalmente ci vogliono esperienza e mestiere per saper lavorare uno spunto e trasformarlo in una storia compiuta.

Lo spunto

Faccio un esempio. Riguarda la storia “Paperoga e il giornalismo grunfio”, pubblicata su Topolino n.3185 attualmente in edicola.topolino 3185

A giugno pubblicai su Facebook questo post:

Avrei anche chiuso lì la “scemata”, se non che a un certo punto intervenne nei commenti il collega Sio:

Fino all’intervento di Michelangelo di Butac.it che cercava di tirare in mezzo addirittura l’Accademia della Crusca:

Fu così che – seppure all’inizio non ne avessi intenzione – decisi di provare a scrivere una storia per Topolino su questa assurdità del “grunfio”. Sui fumetti Disney c’è il (gradito) limite che i testi devono poter essere tradotti in tutte le lingue, rendendo i giochi di parole a volte un ostacolo alla buona riuscita di determinate storie, perciò ero parecchio dubbioso, ma pensai che almeno un tentativo avrei potuto farlo (e per fortuna la redazione approvò il soggetto).

paperoga giornalismo grunfioProtagonista e contesto

Il primo passo per decidere come sviluppare uno spunto è decidere a quale personaggio assegnare il ruolo da protagonista. Chi sarebbe stato più adatto di Paperoga a inventare una nuova buffa parola?

In secondo luogo mi chiesi quale contesto fosse più adatto per permettere al disastroso papero di inventarsi una parola e renderla pubblica. Una cosa che si deve tenere spesso presente quando si usano universi narrativi già affermati è:

Perché inventare nuovi personaggi o contesti quando hai già a disposizione ciò di cui hai bisogno?

Ecco quindi che la redazione del Papersera (il quotidiano di proprietà di Zio Paperone) si adattava perfettamente alla storia.

Petaloso

Ulteriore passaggio: a cosa mi faceva pensare questa faccenda del “grunfio”? Naturalmente a quella vicenda di febbraio di cui si è parlato molto sui social network: un bambino inventa una parola (il famigerato petaloso) e l’accademia frusta cruscaAccademia della Crusca
gli manda una simpatica risposta. Il fatto divenne un tormentone social fino a dividere l’Italia in due fazioni (strano, eh?), chi tifava per la sfrenata creatività dei bambini ancorché privi di vocabolario e chi avrebbe appeso per gli alluci l’irriverente infante in nome della conservazione museale del bell’idioma.

La storia del “grunfio” mi sembrava una scusa troppo ghiotta per non fare un minimo di “satira dei costumi”, come spesso accade su Topolino.

Gonzo Journalism

Ecco quindi le prime coordinate chiave della storia: Paperoga – Papersera hunter thompson gonzo rolling stone– parola inventata – social network.

Come sviluppare il tutto in maniera organica?

Il mio pensiero andò al gonzo journalism, l’originale stile giornalistico inventato negli anni ’70 per Rolling Stone dal celebre Hunter S. Thompson, interpretato sul grande schermo da Johnny Depp in “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam.


Intervallo. Jefferson Airplane, “White Rabbit”.


Dicevamo, pensando al gonzo journalism decisi che anche Paperoga avrebbe inventato il suo particolare stile giornalistico. Il giornalismo grunfio.

Visto che si partiva da una parola inventata, forse interi articoli potevano essere costituiti da parole inesistenti, seguendo la classica struttura di escalation disastrosa che contraddistingue moltissime storie del nostro amato casinista piumato.

E così, buona parte della strutturazione di questa storia era fatta. Mancava ancora un po’ di ciccia.

Metasemantica

La quadratura del cerchio mi venne da alcuni antichi riferimenti sopiti in un angolo del mio cervello.

Come è ovvio, non sono certamente il primo a inventarmi una parola e nemmeno intere frasi. Ecco a venirmi in aiuto la poesia metasemantica.

Il più celebre (e antico, forse) esempio è il Jabberwocky (tradotto in “Ciciarampa”), una poesia inserita da Lewis Carroll nel suo romanzo “Attraverso lo specchio”, seguito di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Per fare un esempio, ecco l’inizio del componimento, nella traduzione di Masolino D’Amico:

Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi / ghiarivan foracchiando nel pedano: / stavan tutti mifri i vilosnuoppi / mentre squoltian i momi radi invano […]

Il campione nostrano di poesia metasemantica però era certamente Fosco Maraini, padre di Dacia (la scrittrice, non l’azienda automobilistica rumena). La sua opera più conosciuta è certamente Il Lonfo, che possiamo ascoltare in questa pregevole interpretazione di Gigi Proietti:

Fu così che, senza pretendere di toccare le vette di Carroll e Maraini, decisi di inerpicarmi sugli scoscesi sentieri della poesia metasemantica, a dire il vero divertendomi un mondo. Dirò di più: consiglio a tutti di provarci, è un’attività davvero spassosa.

Ultimi fronzoli

> > > ATTENZIONE: SPOILER! < < <

Mancava ancora qualche ricciolo per completare l’acconciatura narrativa.

Poesia “non ortodossa” + giornalismo anni ’70 = beat generation. Fu questo il meccanismo che mi diede lo spunto per il finale: gli assurdi pezzi di Paperoga potevano non essere dei buoni articoli giornalistici, ma giocarsela nel campo della poesia, laddove se non si capisce niente nessuno te ne fa una colpa, anzi.

Scelsi quindi il titolo di una delle mie raccolte di poesia preferite, Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg, e inventai “Jukebox al grunfio”. Paperoga avrebbe letto i suoi componimenti presso il Fustagn Club (parodia del Cotton Club di New York dove in passato si esibirono i più grandi musicisti jazz) accompagnato dal contrabbasso di Charles Mongoos (parodia di Charles Mingus), giusto perché i letterati beat amavano il jazz, specialmente il bebop. Mingus suonava un altro tipo di jazz ma per una serie di motivi si adattava meglio alla scena.

Che altro dire? Ecco come una scemata casuale e accidentale si è trasformata in una storia, a sua volta piena di “scemate”.

Su il sipario, buona lettura e buon ascolto.