Paco Roca: il fumetto mi fa sentire libero di esprimermi

Abbiamo incontrato a Roma lo spagnolo Paco Roca, cartoonist tra i più amati dal pubblico italiano, per parlare delle sue opere e della sua idea di fumetto.

Paco Roca: il fumetto mi fa sentire libero di esprimermi, nome completo Francisco José Martínez Roca, è nato a Valencia nel 1969. Pubblica regolarmente per la rivista spagnola La Cúpula e a metà degli anni Novanta si è fatto conoscere nel mercato spagnolo come un artista eclettico, capace di raccontare e disegnare diversi tipi di storie con la stessa intensità.
Con
Rughe ha ottenuto successi di critica e di pubblico in in diversi Paesi e ha vinto numerosi premi. Nel 2011 da Rughe è stato tratto il lungometraggio animato omonimo del regista Ignacio Ferreras, insignito del Premio Goya 2012 nelle categorie Miglior film di animazione e Miglior adattamento.
I solchi del destino riceve il riconoscimento come miglior fumetto nazionale pubblicato nel 2013 ricevendo il premio Comic II Zone delle librerie specializzate in fumetto Zona Comic Cegal.
A Paco Roca è stato assegnato il Romics D’Oro 2013, mentre al Romics 2014 ha vinto, con il citato
I solchi del destino, il Premio Gran Premio Romics 2014. Il Napoli Comicon 2016 ha ospitato una mostra a lui dedicata.
In Italia le opere di Roca sono pubblicate dalla casa editrice Tunué.

Durante l’ultima edizione di Più libri più liberi abbiamo incontrato Paco Roca, che ci ha raccontato della fondamentale importanza che il fumetto ha nella sua vita.

Ciao Paco, e benvenuto – anzi bentornato – su Lo Spazio Bianco. Ti incontriamo in occasione della tua presenza al festival di Roma “Più libri più liberi” dove hai anche avuto un dialogo pubblico con Zerocalcare. Che incontro è stato?
È stato un incontro positivo che mi ha divertito molto. Conoscevo il lavoro di Michele ma non la persona: mi è sembrato un tipo davvero interessante. Abbiamo molte cose in comune… Ma anche molte cose che ci rendono differenti!
Credo che, su tutto, condividiamo una certa visione nell’affrontare un progetto fumettistico. Entrambi sentiamo la necessità di trovare una nostra voce personale per raccontare e porre, in una certa maniera, noi stessi al centro della storia. Il racconto “in prima persona” è consueto in letteratura, ma nei fumetti è una relativa novità, o almeno fino a qualche tempo sembrava difficile adottarlo. Credo che il nostro percorso apra nuove possibilità nel fumetto a lavorare in questa direzione.

La specificità della graphic novel sta soprattutto in questo per te, nella forma “diariale” del racconto?
Sì, anche se è difficile per me sintetizzare in poche parole cosa significhi novela grafica. (1) Ma direi che, in sostanza, rappresenta la libertà per un autore di parlare del tema che vuole affrontare nel modo che ritiene più adatto, con il formato che considera più idoneo, con lo stile che ritiene più adeguato.
Prima dell’affermazione della novela grafica il fumetto era vincolato a un contesto industriale che obbligava a utilizzare certi formati. Questo limitava la creatività, o per lo meno limitava i modelli da utilizzare. Oggi possiamo raccontare come vogliamo argomenti che un tempo sarebbe stato difficile trattare nel fumetto. E la forma autobiografica, in effetti, era qualcosa che prima non esisteva nel mondo dei comics.

E tu pensi che tutta questa libertà data agli autori sia sempre positiva? Come ci hai appena detto, il fumetto industriale si è sviluppato e si è evoluto come linguaggio, anche grazie ai vincoli espressivi che aveva…
Beh, la libertà non è necessariamente positiva, ma nemmeno tutto quello che si faceva prima era tutto positivo! Il nuovo non toglie niente all’esistente, semmai aggiunge altre possibilità. È un diverso cammino che ci offre possibilità inedite da esplorare. Di solito, esplorare strade nuove rende interessanti le opere anche meno “compiute”.

Sempre riguardo alla forte componente autobiografica dei tuoi racconti: ha impattato in qualche modo il tuo rapporto con il pubblico? 
No, no [ride]. Quello che è particolare è come ci sia, a volte, una differente percezione tra me e il lettore che ovviamente conosce parte della mia vita attraverso le mie storie, ma che sono appunto solo una parte della mia vita.

Paco Roca: il fumetto mi fa sentire libero di esprimermi

Parliamo dei tuoi lavori: sono tutte opere molte diverse l’una dall’altra, ma attraversate dal tema della memoria personale o collettiva, privata o pubblica. Cosa rappresenta per te, come uomo e come artista, questo tema?
La memoria è identità, in particolare è la forma attraverso cui posso definire la mia identità personale. A partire da L’inverno del disegnatore, per esempio, dove ho ricostruito il percorso di autori di fumetti come me, negli anni Cinquanta. Capire come vivevano, come affrontavano la professione, mi ha aiutato a comprendere meglio quello che faccio come cartoonist ed è diventato parte della mia memoria.
Così ne La casa ho fatto lo stesso su un piano famigliare.  Quello che sei viene dalla genetica, dall’educazione che hai ricevuto, dal contesto. Per me il ricordo della casa è il ricordo di ciò che sono come persona, del mio essere parte di una famiglia…
Ne I solchi del destino il discorso sulla memoria è collettivo. Studiare la società spagnola del passato mi permette di capire meglio la società spagnola di oggi. La memoria è sempre il modo di confrontarmi con la realtà: me stesso e il contesto in cui vivo.

Hai citato L’inverno del disegnatore dove appunto hai studiato e raccontato l’industria del fumetto popolare che oggi attraversa una fase difficile (in Spagna come in tanti altri Paesi). Da autore come vedi questa “crisi” del fumetto iberico?
Non conosco quale sia la situazione negli altri Paesi, ma in Spagna credo sia legata a cause concomitanti.  Per esempio, si è perso via via il contatto con il pubblico, perché invece di produrre materiale nuovo si è preferito per moltissimo tempo rieditare e ripubblicare in gran parte fumetti già fatti.
Il materiale dell’editoriale Bruguera di cui parlo ne L’inverno del disegnatore era stato prodotto negli anni Cinquanta e negli anni Sessanta, ma venne ripubblicato ancora nei decenni successivi, io stesso lo leggevo da bambino alla fine degli anni Settanta. Erano storie con le quali non avevo alcuna connessione, però. Da un altro punto di vista, è andato in crisi il circuito della distribuzione, dei cosiddetti kioscos (le “edicole”), dove questo tipo di fumetti veniva venduto.
Oggi, invece, i fumetti si vendono nelle librerie e – come mi sembra accada anche in Italia con autori come Zerocalcare – c’è voglia da parte del pubblico di un fumetto autoctono che abbia connessioni con la realtà che viviamo.

Ringraziamo Paco Roca per la simpatia, la disponibilità, e per averci voluto regalare un suo sketch. Grazie anche allo staff di Tunué per la preziosa collaborazione.

Intervista realizzata dal vivo, il 9 dicembre 2016.

Paco Roca: il fumetto mi fa sentire libero di esprimermi


Note:
  1. Abbiamo scelto di non tradurre il termine “novela grafica”, utilizzato da Roca durante l’intervista, essendoci apparso come peculiare di un percorso culturale e di una ricerca espressiva legata al suo Paese 

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