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I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea Voglino

Andrea Voglino, uno dei sei “Mysteriani”, ci racconta i retroscena della nascita della miniserie a colori dedicata al giovane Martin Mystère.

I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea VoglinoDopo la pubblicazione dei primi numeri della nuova miniserie a colori dedicata al giovane Martin Mystère, abbiamo raggiunto uno degli autori che ne hanno firmato i testi: Andrea Voglino.

Oltre a essere un valente collaboratore esterno de Lo Spazio Bianco, Andrea è un grande appassionato e conoscitore della nona arte. Milanese, classe 1965, debutta professionalmente nel mondo dell’editoria a fumetti alla fine degli anni ’80, niente meno che come assistente del mai dimenticato Enzo G. Baldoni. Con un tale biglietto da visita, salta a bordo a metà anni ’90 del progetto della Glenàt che porta, dopo un’assenza durata troppi anni, al ritorno del Cavaliere oscuro nelle edicole italiane con la rivista Batman – Nuove e vecchie superstorie. Da lì in poi ha continuato a lavorare nel campo fumettistico a svariati altri progetti, non disdegnando affatto di dedicarsi professionalmente anche al web e a progetti di animazione.

Dopo aver esordito nell’agosto di quest’anno sulla serie regolare di Martin Mystère con l’albo intitolato Xibalba, disegnato da Rodolfo Torti, è entrato a far parte del gruppo di autori collettivamente noti come i “Mysteriani”, che hanno lavorato a Le nuove avventure a colori di Martin Mystère in maniera alquanto peculiare, come ci racconta in questa intervista.

I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea VoglinoQuali sono, secondo te, le caratteristiche chiave che permettono a Martin Mystère di prestarsi a diverse reinterpretazioni, anche in altri media come cartoni animati o videogiochi? E quali di queste caratteristiche avete ritenuto importante mantenere ne Le nuove avventure a colori?
Facile: il suo valore archetipico. A fare la fortuna di Martin fin dalla sua prima apparizione nelle edicole è stata la sua sete di conoscenza da moderno Ulisse, la sua attrazione per i grandi misteri, dal Triangolo delle Bermude, agli Ufo, ad Atlantide e Mu… Negli anni, con la lenta metamorfosi del personaggio nel “Buon Vecchio Zio Martin” e il naturale esaurimento dei filoni narrativi di maggior notorietà, la serie classica si è fatta più “meditata”. Da qui la scelta di una sorta di “ritorno alle origini” con le NAC.

Nel primo numero soprattutto sono diverse le battute, gli inside jokes in omaggio alla serie “classica”. Perché avete sentito la necessità di queste strizzate d’occhio al lettore “storico” di MM?
Per amore nei confronti del personaggio, ma anche per non allontanarci troppo dal canone stabilito da Alfredo Castelli in oltre trent’anni di avventure. Come ribadito in tante occasioni, il nostro Martin non è “un altro Martin”. È solo un Martin più giovane, testardo e impulsivo. Quindi è perfettamente logico che sotto tanti aspetti rimandi a quello che potrebbe essere il suo futuro, cioè il presente del Martin classico.

Avete lavorato ai testi all’interno di una “Writers’ Room”, alla maniera degli sceneggiatori delle serie tv americane, evento inedito per la Sergio Bonelli Editore. Cosa vi ha portato a scegliere questo modo di lavorare?
L’idea della “Writers’ Room” è una felice intuizione di Alfredo, che aveva scelto fin dal principio di interpretare questa scommessa editoriale come se fosse una serie Tv. Noi autori non abbiamo fatto altro che adeguarci a questa scelta, ridimensionando i rispettivi ego e trasformando ogni riunione creativa in una sorta di jam session, un ping pong di idee, colpi di scena o… clamorose “sparate” da cui è nato ogni sviluppo narrativo della serie.

I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea Voglino

In che modo i vostri apporti ai testi si sono integrati? Rileggendo le storie ora che vengono pubblicate, riuscite a distinguere l’apporto che ognuno di voi ha dato alla serie?
Personalmente, sospetto che ognuno di noi ricordi ogni singolo contributo esattamente come ogni membro di una band riconosce i riff o i giri armonici all’interno di un disco… detto questo, quello che conta è il brano in sé, nel nostro caso ognuno di questi 12 numeri. All’interno della “Writers’ Room”, poi, c’è stata come una sorta di spontanea divisione dei compiti, con Giovanni Gualdoni a stringere i nodi narrativi, Andrea Artusi a dare omogeneità alla narrazione con i suoi storyboards, il sottoscritto e Diego Cajelli ad andare a caccia di proverbi e iperboli, l’enciclopedico Ivo Lombardo al “fact checking” ed Enrico Lotti a dissezionare e raddrizzare le scalette. A fare le pulci a ogni singola idea, però, eravamo tutti e sei!

I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea VoglinoAver strutturato la miniserie in dodici episodi vi ha permesso, oltre a concentrarvi sui singoli albi , di costruire una trama orizzontale organica. Quanto sarà importante la continuity ne Le nuove avventure a colori?
Dipende molto dall’approccio del lettore. La serie, infatti, è suddivisa in quattro cicli da tre numeri, tutti godibili ognun per sé. Ma ovviamente, il “fil rouge” che attraversa i dodici episodi resta sempre perfettamente percepibile: al lettore il compito di seguirlo o meno. L’idea è quella di usare bene la continuity per amalgamare le diverse avventure senza farla diventare una camicia di forza. Speriamo di esserci riusciti.

Altro aspetto innovativo della miniserie è un passaggio intermedio tra la sceneggiatura e i disegni, ovvero la realizzazione di uno storyboard, di cui si è occupato Andrea Artusi, che è anche uno degli sceneggiatori. Cosa ha comportato l’utilizzo degli storyboard?
Una omogeneità di composizione, regia e montaggio che ha sorpreso tutti noi. Qualche detrattore potrebbe buttar lì che  in questo modo i disegni sembrano tutti uguali, ma non è così: per rendersene conto, basta accostare i disegni di Fabio Piacentini, Alfredo Orlandi e Sauro Quaglia nell’ambito del primo ciclo narrativo, quello dedicato ad Atlantide e Mu: sfido chiunque a dimostrare che sembri la stessa mano. Anche qui, però, il modello sono le serie Tv, dove la regia è sempre e comunque al servizio della storia, mai viceversa.

Alfredo Castelli ha ribadito più volte di non aver voluto “interferire” con il gruppo di autori al lavoro su Le nuove avventure a colori. Qual è stato il suo apporto effettivo alla miniserie?
Quello di un papà che va ai giardinetti con la prole, distribuisce secchielli e formine ai marmocchi e si siede su una panchina guardandoli giocare, ma tenendoli d’occhio, benché con tutta la discrezione del caso. Anche se la realizzazione della serie è tutta dei Mysteriani, le scelte strategiche sono tutte di Alfredo: dall’idea della “Writers’ Room”, alla scelta di un comprimario “sapiens” e tuttofare come Max, fino alla richiesta di un colpo di scena ogni quattro, cinque pagine e al logo di testata.

I nuovi Mysteri a colori: intervista ad Andrea VoglinoMartin Mystère è stato in qualche modo il precursore di fenomeni televisivi dedicati al paranormale (come X-Files), ma anche del filone storico letterario portato al successo da Dan Brown. In che misura questi ultimi hanno a loro volta contribuito nel fornire un’eventuale ispirazione ad esempio per il ritmo della narrazione?
Zero. In termini di appigli narrativi, la storia editoriale di Mystère e le indicazioni di Alfredo bastavano e avanzavano. Abbiamo preso a riferimento pochissime e selezionate serie Tv solo rispetto alla filosofia generale del progetto, quella del “rinnovamento nella continuità”: ma i nomi sono quelli già circolati in questi mesi, penso a Sherlock o Agents of S.H.I.E.L.D.

Grazie per l’intervista e a presto.

Intervista realizzata via mail nel mese di dicembre 2016.

 

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