Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

Intervista al team di Framed, cortometraggio d'animazione stop-motion in lavorazione a Torino, un noir satirico con un'ambiziosa riflessione sociale.

Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

Framed è un cortometraggio d’animazione in stop motion, un noir satirico che intende operare, a suo modo, una ambiziosa riflessione sociale. Nato da un’idea del filmmaker Marco Jemolo, Framed è prodotto da un gruppo di cui è capofila Grey Ladder, insieme a Nicoletta Cataldo di Insolita Film, Eleonora Diana e lo stesso regista. 

Nel frattempo la produzione ha lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo (www.indiegogo.com/projects/framed-shortfilm#/) e ha ottenuto partnership di un certo rilievo, come la Torino Film Commission, il Centro Sperimentale di Cinematografia, l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino; inoltre attualmente Angelo D’Agostino e Francesca Nozzolillo di Lacumbia Film stanno girando un documentario per raccontare la preparazione del set e la lavorazione di Framed.

La Scuola Internazionale di Comics di Torino ha organizzato quindi un incontro con il team di Framed, tenutosi il 3 febbraio nel loro studio torinese, in parallelo a una esposizione dei materiali di lavorazione del film, di cui si parla nell’intervista. Grazie a questa preziosa occasione di incontro e alla mediazione della Scuola abbiamo così potuto intervistare i componenti dello Studio Framed, e capire meglio i vari aspetti dell’interessante operazione artistica che stanno conducendo.

L’animazione in stop-motion è un medium affascinante ma indubbiamente molto complesso. Come nasce la scelta di operare in questo ambito?
Il nostro cortometraggio racconta di una marionetta intrappolata su un set da cui cerca di scappare per riprendere il controllo della propria vita. La stop-motion ci è sembrata da subito la tecnica migliore per raccontare questa storia: ci dava la possibilità di coinvolgere lo spettatore su un livello meta-testuale altrimenti impossibile. Il pubblico si immedesima nel protagonista, ma osserva lo svolgersi della storia con gli occhi dei suoi aguzzini. Da qui nasce un cortocircuito emotivo per cui non possiamo esimerci dal riflettere sul nostro ruolo nel mondo: siamo vittime o carnefici? Chi controlla veramente le nostre scelte?
Le guerre degli ultimi quindici anni ci hanno imposto una riflessione su quanto il nostro agio e il nostro benessere determinino le sofferenze degli altri, una riflessione che spesso liquidiamo perché tali avvenimenti ci sembrano distanti, attribuendo le colpe a chi c’era prima o a chi ha più potere di noi. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di annullare questa distanza: vittime e pubblico sono sullo stesso palcoscenico e fanno parte dello stesso sistema. Anche stare a guardare implica delle responsabilità.

Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

Oggigiorno, l’animazione digitale va sempre più prevalendo. Quale potrà essere il futuro di una animazione tradizionale, in stop-motion e non solo?
Tra i lungometraggi animati candidati all’Oscar quest’anno due sono in stop-motion, un altro è in animazione tradizionale in 2D, due sono in animazione digitale 3D. L’animazione digitale sta al momento prevalendo nel campo delle applicazioni commerciali come la pubblicità, ma dal punto di vista artistico mi pare ci sia un sostanziale equilibrio. Il futuro, credo, procederà sul cammino dell’integrazione e delle tecniche miste: l’enorme potenziale dell’animazione è proprio nella sua capacità di non porre limiti all’immaginazione, lasciare agli autori la possibilità di esprimere il loro universo emozionale e visuale liberandosi dai limiti della rappresentazione fotografica. Perciò ben vengano tutte le innovazioni tecnologiche possibili, alla fine ciò che conta è la storia che racconti e le emozioni che riesci a trasmettere.

La trama di Framed appare molto interessante, ma anche molto “matura”. Come nasce l’idea di narrare proprio questa storia?
L’idea è nata nei giorni in cui stavo scrivendo la mia tesi di laurea sul cinema d’animazione. Era anche un periodo in cui mi ero appassionato a un certo tipo di narrazione: Kafka, Dostoevskji, Dürrenmatt, il cinema di Polanski e di Ettore Scola. Nel vedere sui libri le immagini dei pupazzi in costruzione o lasciati a metà, l’associazione tra essi e gli individui in qualche modo dimenticati o oppressi dalla società mi è venuta abbastanza naturale. La storia originale si è scritta da sola. Da quel momento ho scritto diverse sceneggiature e nell’ultima fase ho collaborato con la sceneggiatrice Paola Savinelli per la stesura degli ultimi draft. Anche se proveniamo da esperienze diverse, nella troupe siamo tutti avidi consumatori di animazione, perciò il progetto ha entusiasmato tutti. Volevamo metterci alla prova con un mezzo nuovo capace di veicolare in una forma intrigante e comprensibile un messaggio in cui credevamo.

Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

In generale, l’animazione “for mature viewers” non è ancora molto accettata e compresa. Si tratta di un problema che anche voi avete riscontrato? Da cosa pensate possa dipendere?
Vero, c’è un problema nel riconoscere l’animazione come un mezzo espressivo per un pubblico di adulti. Non posso dire che abbia rappresentato un problema per noi: il pubblico dei corti ha una mentalità molto aperta e curiosa. I lungometraggi, che a fronte di investimenti ingenti devono in qualche modo rientrare delle spese, incontrano grosse difficoltà, che dipendono molto dalla cultura della distribuzione italiana: i gestori ricevono dei pacchetti di film tra i quali figurano dei non meglio definiti “film di animazione”. Pertanto programmano in orari pomeridiani film come Anomalisa, Mary and Max o persino Sausage Party, con l’inevitabile risultato di avere  sale vuote o bambini parecchio sconvolti. In Francia, per le sale che programmano  film animati, esistono sussidi statali creati con l’intento di proteggere e promuovere il patrimonio artistico nazionale. Nei paesi anglosassoni, invece, il pubblico è molto più smaliziato e film del genere sono seguiti dai fan degli attori e dei registi coinvolti.
Il fatto che la troupe e io abbiamo deciso di intraprendere un cammino così accidentato rappresenta di certo un rischio, ma anche la nostra più grande peculiarità: se si è in pochi, è molto più facile essere notati!

Lo stile del character design appare decisamente particolare, con forti elementi di sintesi ed astrazione nell’aspetto visivo. Come è nata tale scelta?
Risponde Francesca Tabasso, Character Designer: Abbiamo lavorato a lungo su FK: essendo il protagonista assoluto di Framed avevamo bisogno che fosse un personaggio davvero efficace, capace di interpretare e trasmettere tutta la vasta gamma di emozioni che attraversano il corto, e nel quale ognuno di noi potesse provare a immedesimarsi. Per questo motivo desideravamo creare un personaggio che non fosse troppo caratterizzato, un character un po’ “androgino” e libero da eccessive classificazioni di genere e forma.
FK rappresenta ognuno di noi e così deve fare anche il suo aspetto.
Ho lavorato relativamente poco su carta per passare quasi subito a sperimentare (insieme a Linda Kelvink, capo animatrice e puppet maker) con la plastilina, in 3D, per vedere se le forme che avevamo immaginato e disegnato funzionavano davvero, e soprattutto per capire se erano efficaci visivamente e funzionali a un personaggio che doveva essere animato in un certo modo, e parlare e muoversi moltissimo.
Il lavoro con la plastilina ci ha aiutato subito a capire cosa funzionava e cosa no, e a raggiungere la sintesi che vedete nel character finito.
Scolpire ti costringe a essere sintetico, a non perderti in troppe linee, in troppe forme, e anche a sperimentare molto, perché una forma plasmata per caso durante il lavoro di costruzione può rivelarsi inaspettatamente interessante, e modificare in meglio l’idea di partenza.
Il naso così squadrato e sporgente di FK è nato così ad esempio!
FK è un omino di plastilina e non vuole sembrare niente più di questo, ma allo stesso tempo, con la sua vastità di emozioni e imperfezioni (a partire da quelle fisiche) è così ricco da risultare umano quanto un essere vivente in carne ed ossa come noi.

Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

Sotto il profilo più strettamente tecnico dell’animazione, quali particolarità ha presentato la realizzazione di Framed nello specifico? Sono stati necessari – o comunque voluti – approcci tecnici particolari?
Risponde Linda Kelvink, Capo Animatrice: L’intero universo di Framed è stato creato in maniera estremamente artigianale, ogni elemento di scena, dal pupazzo alla lampada da tavolo, è stato creato a mano. La stop motion è strettamente legata alla manualità e per quanto la tecnologia si sia integrata sotto molti aspetti, questa correlazione rimane la sua particolarità espressiva, il motivo principale che porta a raccontare una storia con questa tecnica.
Abbiamo creato il film in maniera quasi tradizionale, quasi senza utilizzare nuove tecnologie, per rendere visibile la matericità del personaggio e degli ambienti, sfruttandone la potenza poetica. Svelare alcuni aspetti della messa in scena in animazione, è un buon modo per coinvolgere lo spettatore anche sotto l’aspetto visivo.
Il mio obbiettivo come supervisore all’animazione era quello di accostare la plastilina, con le sue imperfezioni e le impronte digitali che appaiono sparse sulla superficie, con un’animazione che fosse il più possibile realistica e naturale, per far risaltare la contrapposizione.

Come siete arrivati alla scelta di una produzione in crowfunding (che ha raggiunto buoni risultati)? Qual è il vostro rapporto con gli investitori?
Proprio per le qualità elencate fin qui, il corto ha destato grandissima curiosità. In virtù di tale interesse, abbiamo ricevuto un’accoglienza straordinaria da parte della città di Torino, in particolar modo dalla Film Commission che ci ha aperto i suoi spazi e da alcuni investitori privati, che, diventando partner, ci hanno sostenuto in tutto il percorso di realizzazione del corto.
Su un film indipendente i soldi sembrano non bastare mai, perciò ci siamo appoggiati ad una piattaforma di crowdfunding. Ciò ha costituito per noi un secondo lavoro, poiché per emergere bisogna essere creativi e anche molto insistenti: bisogna far capire che l’idea è bella e che si possiedono le capacità per realizzarla, coinvolgere persone distanti chilometri in qualcosa che ancora non esiste. È stato forse il momento più faticoso della produzione, ma alla fine ne siamo usciti contenti: oltre al denaro, i nostri sostenitori ci hanno dato un’enorme fiducia in quello che stavamo facendo, un incoraggiamento ad andare avanti. Siamo estremamente grati a ciascuno di loro per questo.
Nel noir Framed la stop-motion indaga su sé stessa.

Sempre più spesso cinema, animazione, fumetto, narrativa si trovano a interagire e integrarsi tra loro. Avete pensato, o sarebbe possibile, a qualche operazione cross-mediale relativamente a Framed?
A novembre, in occasione dei Graphic Days a Torino, abbiamo coinvolto 14 illustratori e fumettisti torinesi che hanno dedicato a Framed altrettanti disegni originali, al fine di promuovere e sostenere il corto. Le stampe sono attualmente in vendita sul nostro shop on-line framedfk.tictail.com e sono state in mostra presso la libreria Bodoni di via Carlo Alberto 41 a Torino.
Inoltre, grazie alla collaborazione intrapresa con Lacumbia Film abbiamo filmato molti momenti della lavorazione con l’idea di realizzare un documento audiovisivo che sarà accoppiato al cortometraggio durante la distribuzione.
Il film ci ha permesso di giocare valicando i limiti del cinematografico per coinvolgere arti e forme espressive e dare a Framed la possibilità di “viaggiare” in più direzioni.

Per concludere: quale sarà, nelle vostre intenzioni, il percorso del film una volta completata la sua realizzazione? Avete in mente qualche strategia particolare per dargli maggiore visibilità?
Il corto ha già intrapreso il tradizionale cammino dei festival, che spero dia presto risultati in termini di gradimento del pubblico e, perché no, qualche premio. Una volta acquistata un po’ di visibilità, cercheremo di trovare chi è interessato ad acquistare tra i canali digitali e le piattaforme di Video On Demand. I nostri co-produttori Grey Ladder si stanno spendendo molto in questa direzione e di recente ci siamo anche impegnati con Lights On, una giovane realtà distributiva torinese che sembra avere molto chiaro il percorso da seguire.
Personalmente vorrei che il film fosse visto al più presto a Torino, poiché questa città ci ha dato veramente molto.

Intervista condotta per email nel mese di febbraio 2017.

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