Nero metafisico: intervista a Sebastiano Vilella

Con il suo Interno metafisico con biscotti Sebastiano Vilella si propone come uno degli autori piu' interessanti dell'ultimo periodo. Strano come questo succeda a un fumettista non certo alle prime...
Articolo aggiornato il 16/04/2015

Nero metafisico: intervista a Sebastiano VilellaFino a qualche anno fa mi chiedevo come mai un autore con una tale carriera alle spalle non avesse mai pubblicato un libro. Poi, improvvisamente, negli ultimi tre anni circa sono arrivate addirittura quattro pubblicazioni, tre con materiale di recupero e il recente Interno metafisico con biscotti. Cosa è cambiato? C’é finalmente più attenzione per il tuo lavoro?
Per la verità per tanti anni mi sono chiesto anch’io come mai nessuno si decidesse in concreto a raccogliere in volumi monografici i miei lavori, sparsi in gran quantità su tante pubblicazioni e riviste a fumetti. Mi ero quasi convinto di non essere un autore poi così interessante e tanto meno “vendibile”. Invece “un bel dì” qualcuno, con notevole intraprendenza e molta passione, mi ha convinto a riproporre i miei vecchi lavori, a cominciare proprio dai primissimi che forse sono persino “acerbi”. Eppure…
Si, c’é più attenzione per il mio lavoro, ma solo grazie alla fattiva volontà di alcuni miei veri sostenitori e amici, che sempre hanno creduto nelle mie capacità e che hanno deciso di investire sul mio lavoro.

La tua prima pubblicazione è stata una storia di Italo Grimaldi comparsa su Eureka! (ristampata sul volume edito da Q Press). Ti ho già confessato in privato come colpì fortemente la mia immaginazione di adolescente questo noir ambientato nell’epoca del fascismo. Mi ricordo’, correggimi se sbaglio, le atmosfere del grande romanzo di Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, e ancora di più la sua trasposizione che uscì in tv in quegli anni, con un grandissimo Flavio Bucci. C’é qualche attinenza col tuo fumetto?
Il Gadda del Pasticciaccio è, indiscutibilmente, un esempio straordinario di sperimentalismo letterario applicato al genere poliziesco, come lo è stato Borges nel genere fantastico. La linearità narrativa di Maigret, di Nestor Burma o del meno conosciuto Commissario De Vincenzi, trova in Carlo Emilio Gadda uno spessore espressivo e psicologico enormemente liberato dai limiti della scrittura di genere, che, seppure trattata da autori di razza come Simenon, Leo’ Malet o Augusto De Angelis, restano ancorati a preordinate dinamiche espressive, linguistiche e strutturali che talvolta determinano anche il loro successo di pubblico.
Gadda era uno sperimentatore e un innovatore, relegato oggi alla letteratura “alta”, quindi poco accessibile. Pietro Germi, con una sua potente versione cinematografica del Pasticciaccio, cerco’ di rendere più fruibile il testo originale. Questo film mi suggestiono’ molto da ragazzo e credo abbia maggiormente influito su certe atmosfere del mio Grimaldi.

Sono molto curioso di sapere come sei arrivato a pubblicare quella storia sulla migliore annata di una rivista che in quell’anno fu diretta da Castelli e Silver. Ci racconti un po’ la genesi di questa storia, del suo personaggio e perché hai deciso di ambientare il tuo fumetto durante il ventennio?
A quell’epoca (eravamo nei primi anni ’80 ) mi barcamenavo tra studi universitari, esperienze fanzinare e partecipazioni a concorsi per giovani autori.
I grandi Guido Silvestri e Alfredo Castelli avevano notato alcune delle mie cose di allora e contribuirono a farmi vincere un concorso per autori esordienti a Prato, dove avevo presentato un racconto in cui si parlava di un militare aguzzino che, alla caduta di un regime dittatoriale, cercava inutilmente di sottrarsi alla vendetta del popolo. Silver e Castelli restarono molto colpiti da questa storia realizzata in bianco e nero con una mezza tinta grigia acquerellata e mi proposero di occupare la parte centrale di un numero di Eureka! con un nuovo personaggio.
“Ti diamo un mese per fare una storia di 16 oppure di 24 pagine. Potresti fare qualcosa ambientata nella Russia stalinista, che ne dici?”. Io risposi che ero più affascinato dalle atmosfere italiane del ventennio e che peraltro mi sarei meglio documentato, vivendo in una città come Bari che, architettonicamente, mostra interessanti testimonianze di quell’epoca. Così fu. Un mese dopo il commissario Grimaldi era sul loro tavolo.
L’Editoriale Corno, pero’, versava in un grave dissesto economico e gestionale. I grafici e i tipografi fecero un pessimo lavoro di stampa che mise molto in imbarazzo i curatori della rivista. Io ero pero’ troppo orgoglioso della mia prima pubblicazione ufficiale e mi illusi che quella del fumettista sarebbe stata la mia unica professione.

Il tuo stile grafico è molto cambiato da quel tuo esordio e si vede anche un certo scarto tra quella prima storia e la seguente di Italo Grimaldi, ripubblicata anch’essa sul volume della Q Press (a proposito, dove comparve originariamente?). Non vorrei azzardare, ma mi sembra che i volumi dei personaggi, i vestiti, i visi nella prima storia rimandino a un certo fumetto francese in ascesa in quel periodo, penso al primo Bilal. Nella seconda storia, che denota ovviamente molti punti in comune, mi sembra di cogliere invece un avvicinamento ad autori come Carpinteri e Igort. Sbaglio? Nel qual caso, quali sono state le tue influenze quando hai cominciato a fare fumetti?
Invece vedi bene! Allora ero giovanissimo e molto suggestionato da certo fumetto francese d’autore, Bilal, Tardi soprattutto, ma anche da Magnus e Battaglia. Pero’ avevo anche una formazione pittorica e già all’attivo diverse esposizioni. Ho sempre amato la pittura rinascimentale italiana e tedesca e quella romantica e simbolista ottocentesca. Dell’arte moderna ammiravo le atmosfere della pittura metafisica di de Chirico e Savinio. È strano, ma è da questa strana commistione che vengono fuori le mie cose.
L’esperienza dei Valvoline mi incoraggio’, soprattutto grazie alla stima e all’amicizia di Igort, a lavorare cercando di mutuare, attraversare e reinventare i generi. Mi piaceva e mi piace ancor di più oggi il cinema di Kubrick, Polanski, Tarkovskij, Lynch, Greenaway, maestri assoluti in questo senso. Mi confrontavo spessissimo con i miei amici baresi Nicola Buono, Massimo Semerano e Onofrio Catacchio, a cui si aggiunse il materano Giuseppe Palumbo, che studiava a Bari nella mia stessa facoltà. Discutevo con loro sulle più diverse forme di espressioni visive e cercavo di convogliarle nella forma a me più congeniale, cioé il fumetto. Ero consapevole che non fosse una impresa da poco, ma erano anni, quelli, particolarmente dinamici e innovativi in ogni forma di espressione artistica. Avevo un’idea “eccentrica” della professione di autore di fumetti perché anch’io “…quando ero più giovane credevo che esistesse Libertà!”.
Comunque il secondo episodio di Grimaldi, realizzato nel 1984 per Alter, opzionato e mai pubblicato, fu recuperato nel 1987 su Frigidaire.

Dopo quel tuo esordio hai lavorato per un sacco di riviste ed editori. Riassumi la tua carriera per quei lettori che non ti conoscono, complice magari la loro età anagrafica?
Proviamo a riassumere l’essenziale. Comincio a pubblicare su Eureka!, poi passo a Reporter, Tempi Supplementari e Frigidaire con varie storie nerissime. Per Frigidaire riprendo anche un mio personaggio preesistente, il Miticoperaio, di cui affido i dialoghi all’amico Palumbo. Nel 1990 inizio una fruttuosa collaborazione con la Acme per Splatter e Mostri come autore completo e faccio pure sceneggiature affidate ad altri disegnatori. Poi arriva l’Intrepido che, in vena di “radicali cambiamenti”, mi chiede materiali forti. Collaboro anche alla serie ESP di La Neve. Torno a scrivere e disegnare, stavolta per Blue, e realizzo un ciclo di racconti “erotici” in luce notturna e una lunga storia satirica a colori “…di tanti nessuno!” ( una commedia nera multi-linguistica ). Successivamente tanta pittura, grafica e l’insegnamento. Infine il ritorno al fumetto con la Coconino.

Mi sembra di poter dire che sei sempre stato attratto dal noir come genere da trattare nei tuoi fumetti e questo elemento, in diverse forme, lo si trova in Italo Grimaldi, in Tre toni di nero (che ristampa le tue storie per l’Intrepido), in SpasMex – anche se qui variamo nel nero all’italiana con vene grottesche. Pure in Interno metafisico una parte portante della trama ha venature noir, anche se, dato l’argomento, più deliranti che reali. Ci spieghi perché hai scelto spesso questo canone narrativo?
Dal mio punto di vista il Nero è più sganciato dalle regole narrative del poliziesco e del giallo. Se le mie storie si possono assimilare al genere nero è forse perché i miei personaggi vivono visceralmente vicende personali più estreme e più cupe; inoltre non sempre rispettano le dinamiche e i meccanismi di ricostruzione logica e razionale dell’intreccio giallo o del poliziesco. Nei miei racconti i personaggi sono spesso vittime inconsapevoli portate all’esasperazione, agiscono per passione o per disperazione e mai per opportunità di calcolo o per logica di profitto. La loro lucidità è manifesta follia. La soluzione del mistero è spesso superflua, perché nelle mie storie il Mistero è tutto. Cio’ che conta è il dramma dei personaggi, vissuto dall’interno e consumato dai protagonisti. L’irrazionale, l’illogico, sopravanzano il raziocinio e la logica del buon senso. Per come lo intendo, il Nero è fortemente libertario e destabilizzante, perché mette a nudo e scatena sentimenti e pulsioni incontrollabili. In questo senso tutti i miei personaggi si muovono in una realtà oscura in cui è possibile solo perdersi e mai trovare una via d’uscita. Talvolta riescono a trovare un ” centro Sacro” all’interno del proprio labirinto esistenziale, ma dopo ritornano a smarrirsi fatalmente.

Non vorrei sbagliare, ma nel tuo peregrinare tra case editrici e riviste non hai toccato altri temi narrativi.
Penso proprio di no. Si tratta sempre di storie nere più o meno realistiche, erotiche o fantastiche. Tutte le mie storie sono strettamente correlate. In talune ho evidenziato l’aspetto drammatico e in altre quello ironico o sarcastico. A questo scopo ho sempre cercato di diversificare e di piegare lo stile grafico e narrativo a ciascuna di esse. Credo che esista una sensibilità che accomuna e che lega queste storie, ma non propriamente uno stile grafico univoco e lineare.

Ho accennato a SpasMex, personaggio creato nel ’93 per Nero della Granata Press, mai pubblicato e recuperato nel 2008 da Nicola Pesce Editore. Cosa ti ha spinto a rifarti ai vari Kriminal, Diabolik, ecc., e a reinterpretarli in una chiave più moderna ?
La sceneggiatura di SpasMex risale al 1992. Erano tempi, quelli, di grandi incertezze sociali e profonde disillusioni . Proprio come oggi. No: oggi è molto peggio. Avvertivo in me e intorno a me l’esigenza di qualcosa o qualcuno che liberasse un forte bisogno di riscatto sociale, ma con una spinta fortemente e pericolosamente individuale, soggettiva. Purtroppo non percepivo allora, e neanche oggi, una forma organizzata e credibile di riscatto collettivo, un sentire etico e morale condiviso realmente, in grado di rispondere ad una realtà sociale particolarmente cinica, ingiusta, volgare e incancrenita. Ecco allora riemergere l’ombra del criminale in tuta da scheletro che agisce secondo logiche oscure ed esclusivamente personali. Questa volta neanche abbagliato e rimbambito dalla promessa del profitto materiale o sessuale, come in Diabolik, Satanik o Kriminal, ma semplicemente da una forma repressa ed esplosiva di felicità esistenziale negata. Una scheggia impazzita che per rancore o per nostalgia è in grado di colpire tutti e chiunque, anche sacrificando se stessa.
L’allora curatore della collana Nero della Granata Press mi chiese una storia in formato comic book in cui si rivisitasse il mito dei personaggi neri anni ’60. SpasMex mi sembro’ perfetta in questo senso e mi sembrava che svecchiasse certa anacronisticità di personaggi ancora oggi in circolazione. La realizzai, dietro pressioni dello stesso innominato, in tempi assurdamente ridotti. A cosa fatta niente ando’ per il verso giusto e alla fine pregai l’editore (l’ottimo e paziente Bernardi) di non pubblicare la storia che correva il serio rischio di essere snaturata, tagliata e banalizzata da indecenti grossolanerie.
Ci sono voluti 15 anni per vedere pubblicare SpasMex nella versione originale grazie alla dedizione di Massimo Perissinotto e alle Edizioni Nicola Pesce. Non ti nascondo che, avendone la possibilità, mi piacerebbe, oggi come non mai, tornare a lavorarmi questo personaggio, magari anche affidando nuove sceneggiature a disegnatori adatti. Chissà.

separatorearticoloParliamo di Interno metafisico con biscotti. Nella post fazione al volume dici che era da molto che desideravi fare un fumetto incentrato sulla figura di De Chirico. Ci vuoi spiegare meglio perché?
È abbastanza semplice: l’opera metafisica di De Chirico incarna visivamente l’idea stessa dell’enigma e del mistero. È una pittura atemporale e “di racconto”, dove le tessere narrative, veri e propri indizi visuali, si prestano alle soluzioni interpretative più disparate. Tutte verosimili e tutte arbitrarie. Se c’é un artista moderno che ha espresso l’idea del tempo e dello spazio come valori assoluti e inconoscibili in cui l’uomo, o meglio la sua ombra, si muove fino a smarrirsi, quello è de Chirico.
Ce n’é abbastanza per decidere di costruirci una storia, quasi una fantasia biografica, pregna di misteri, molto enigmatica e persino romanzesca.

Nero metafisico: intervista a Sebastiano VilellaLo stile grafico di questa opera è molto particolare. La prima volta che ho guardato le tavole mi è parso che fossero disegnate su legno, poi mi sono accorto che questa impressione era data dalla particolare tecnica che hai adottato, con tratteggi fatti col bianco, se non sbaglio. Ce ne puoi parlare?
La tecnica usata in realtà è molto semplice, anche se minuziosa. Si tratta di pastelli neri su un supporto di base grigio. Da questo impasto oscuro e quasi uniforme ho ricavato le luci con un fitto tratteggio di pennello a tempera bianca. È una tecnica tradizionale usata da molti pittori e disegnatori di epoche passate e che io uso spesso per i miei studi grafici. Mi sembrava giusta per creare un racconto con atmosfere sospese, dilatate, plumbee e molto evocative. Un po’ come certe antiche illustrazioni di vecchi classici della letteratura. Questa tecnica ha pero’ qualche inconveniente: l’estrema lentezza esecutiva, una difficile riproducibilità e una conseguente impegnativa leggibilità . Le tavole originali sono interamente grigie e solo in fase di stampa si sono ricavati gli spazi bianchi dell’intavolatura e quelli aggiuntivi per il testo di dida e balloons. Insomma un lavoro tutt’altro che agevole che mi ha impegnato a lungo e ha dato filo da torcere ai tecnici in fase di pre-stampa.

Nel volume dici che la storia è liberamente ispirata ad alcuni episodi delle Memorie della mia vita di Giorgio De Chirico. Ci spieghi come nasce materialmente questo progetto e come procedi col lavoro? Per esempio, scrivi una sceneggiatura prima? Fai uno storyboard? Ecc. ecc.
Avevo letto le Memorie di De Chirico ai tempi del liceo e così pure altri suoi scritti e molte opere del fratello Andrea (Alberto Savinio). Non le ho mai dimenticate e ho coltivato per tanti anni l’idea di sviluppare un racconto ricco di suggestioni visive e narrative intorno alle vicende biografiche del pittore .
Non volevo fare un lavoro didascalico che, aldilà dei pur interessanti incontri con altri personaggi di grande rilievo culturale a ridosso della Grande Guerra, si sarebbe rivelato poco coinvolgente narrativamente parlando. Mi spiego: a differenza di alcune vite d’artista (Caravaggio, Cennini, Grunewald, ecc. ) quella di De Chirico non ha niente di avventuroso, ma neanche di particolarmente drammatico (se paragonata a quella di Rembrandt, Van Gogh, Frida Kalo, Modigliani, ecc.). Eppure sviluppa un percorso onirico e visionario davvero straordinario. Allora, rifacendomi ai documenti reali, ho pensato ad un racconto di fantasia, con una struttura “thriller”, che si svolgesse essenzialmente dentro la testa del personaggio e ne guidasse ineluttabilmente gli eventi reali e storicizzati, senza minimamente alterarli. Come se si seguisse un destino già scritto.
Per ciò che riguarda l’esecuzione dei miei lavori procedo generalmente così: scrivo un soggetto di massima per fissare un’idea interessante e lo lascio a “lievitare” per un periodo imprecisato, giorni, mesi, qualche volta anni. Se l’idea continua a muoversi nella testa e si arricchisce di nuovi spunti, allora riprendo il soggetto e solo allora lo trasformo in una sceneggiatura vera e propria, ricca di notazioni e il più possibile precisa. Da molti anni non faccio più storyboard e non faccio neanche schizzi preliminari per costruire i personaggi, tanto è tutto già scritto e verrà fuori da se. Per definire le locations, se necessario, mi procuro una documentazione fotografica e la studio visivamente. Quando ritengo di essere pronto mi tuffo nell’esecuzione grafica in modo assiduo e metodico (nei limiti delle possibilità perché purtroppo non campo solo di fumetti ). Non ho mai lavorato di notte, alle 22.00 sono già cotto. Le festività per me sono sacre e non riesco più a tollerare le scadenze per la consegna se non sono ben pagate.

Sono dell’idea che quel periodo storico, e più in generale la storia d’Italia degli ultimi due secoli, sia un terreno fertilissimo su cui pochi fumettisti sono andati a cercare ispirazione per i propri lavori. Anzi, credo che ci siano spazi narrativi ancora inesplorati con cui il fumetto non ha ancora fatto i conti (diversamente dal cinema e dalla letteratura, guardando più al recente passato statunitense, per esempio). Tu invece diverse volte ti sei cimentato con pezzi di storia d’Italia. Cosa ne pensi?
È una questione di sensibilità personale e di intesa con il proprio pubblico. Personalmente credo, come te, che alcuni periodi storici del nostro paese andrebbero approfonditi anche nel fumetto. Tutta la prima metà del ‘900 ad esempio. Il fascismo, il dopoguerra… Ma poi ti accorgi che anche il boom economico, la contestazione, l’epoca delle stragi e il riflusso, la “seconda Repubblica” fino alla degenerazione culturale e morale attuale… Credo allora che il problema non sia tanto il contesto storico da prendere in considerazione quanto la capacità di autori ed editori di evitare forme di banalizzazione troppo spesso presenti nel fumetto, soprattutto quello italiano.

Sappiamo che parallelamente porti avanti una carriera di pittore. Come riesci a conciliare le tue espressioni artistiche? Pensi che in qualche modo possano essere linguaggi in grado di dialogare?
Certo che possono dialogare e scambiarsi informazioni. Nel mio caso si tratta di forme espressive differenti anche se per forza di cose complementari, è ovvio. La mia pittura può offrire una visione alternativa ai miei fumetti, nei contenuti, nello stile più rigoroso e nella tecnica molto elaborata. Faccio in pittura ciò che non si può fare e non si deve fare con i fumetti, che hanno sempre bisogno di maggiore fluidità , leggibilità e maggiore rapidità di esecuzione. E poi bisogna pur vedere se ci si rivolge al pubblico dei lettori di fumetti o a quello delle gallerie d’arte. Non sono mica la stessa cosa, purtroppo.
Se si decide di lavorare per il fumetto lo si fa per l’editoria e per la riproducibilità e la diffusione dei multipli stampati. La pittura, come la scultura, tende invece all’unicità, al pezzo unico o numerato, al manufatto pregiato, anche quando si serializza nella forma e nei contenuti. È una cosa complessa. Per questo i linguaggi artistici possono influenzarsi e arricchirsi vicendevolmente, ma spesso restano distinti in ambiti specifici.
Il cinema resta cinema anche quando adatta i personaggi dei fumetti. Così come la letteratura resta sempre se stessa, inattaccabile, anche se viene trasposta al cinema o nei fumetti.
La pittura o la scultura o la grafica d’arte seguono dinamiche di promozione, di valorizzazione e di mercato diverse e lontane anni luce da quelle editoriali. Attenzione: dico diverse ma non migliori… Anzi!

Trovo il tuo stile fumettistico molto narrativo e questo è spiegato anche dalla tua carriera che ha toccato più volte il genere noir, la storia poliziesca, il nero italiano. Come mai, essendo tu anche un pittore, non hai mai pensato di fare fumetti dal forte impatto pittorico, meno sceneggiati e più ancorati alle fascinazioni grafiche e poetiche, come del resto si faceva negli anni ’80? Mi vengono in mente alcune cose di Mattotti, ad esempio.
Io credo nel fumetto come narrazione sequenziale, fatta di personaggi riconoscibili, dialoghi credibili e atmosfere tangibili. La pittura condensa il tutto generalmente in visioni uniche e pretende tempi di assimilazione e di fruizione indefinibili. Il fumetto, come il cinema, il teatro, la letteratura, deve seguire un percorso narrativo che implica un suo tempo per compiersi e realizzarsi. Altrimenti si fanno bellissime “illustrazioni pittoriche” impaginate l’una accanto all’altra e quello non è propriamente fumetto, ma grafica d’autore, cosa comunque interessantissima che dovrei prendere in considerazione.
Moebius, Toppi, Mattotti sono maestri anche in questo, ma io distinguerei momenti espressivi diversi nel loro lavoro: alcuni definibili “fumetti”, altri “…non proprio”.

In tutti questi anni come vedi cambiata la professione del fumettista, artisticamente ed economicamente?
Per me non è mai cambiata, personalmente non mi considero un “professionista” in senso stretto: proprio non mi riesce di avere questa “virtù”. Il professionista fa affidamento sulla sua professione. Si adatta alle esigenze del mercato. Vive della sua arte se viene riconosciuta come professione e non semplicemente come Arte. Non sono neanche un “dilettante” perché non c’é il “diletto”, ma la necessità del fare : le passioni consumano e non sono quasi mai “dilettevoli”. Nel migliore dei casi sono uno che crede nel proprio lavoro e segue la sua strada. Rispetto sempre i miei impegni con gli editori e i miei lettori e voglio sentirmi gratificato dalla loro attenzione e dall’interesse che riesco a suscitare.
Di come se la passano oggi i veri “professionisti” non ho proprio idea. Credo, nel migliore dei casi, che dipenda da quanto vendono i loro lavori. Ovviamente. I miei lavori pare non siano troppo “commerciali”. Ovviamente.
Artisticamente parlando la situazione forse è più interessante. Forse si è un po’ più consapevoli delle potenzialità del fumetto; la difficoltà sta ancora nel riuscire a portare maggiormente l’attenzione di chi fa e di chi segue i fumetti fuori dai soliti “parchi di divertimento e di pura evasione a quadretti” e di avvicinarli maggiormente a cose ugualmente belle, talvolta bellissime, e persino originali che pure esistono. Ma spesso per prudenza o per pigrizia non se ne interessano nella giusta misura.

Bibliografia:
Italo Grimaldi. Un commisario tra le due guerre – Q press, 2006: www.qpress.info/21.htm
Tre toni di nero – Black Velvet, 2007: www.blackvelveteditrice.com
Interno metafisico con biscotti – Coconino Press, 2009: www.coconinopress.com

Riferimenti:
La recensione di Interno metafisico con biscotti

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