Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel Marolla

In occasione dell'uscita di "Notturno newyorkese" su "Le Storie" abbiamo intervistato l'autore Samuel Marolla, su quest'opera e sul suo lavoro in generale.

Samuel Marolla, classe 1975, è uno scrittore e sceneggiatore di fumetti.
Nell’ambito della narrativa ha scritto diversi racconti e qualche romanzo, pubblicati con editori italiani e stranieri e anche autopubblicati.
Nel 2013 il suo racconto Black Tea viene selezionato tra i candidati per il prestigioso Premio Bram Stoker e riceve anche una Honorable Mention nel Best Horror of the Year a cura di Ellen Datlow.
In campo fumettistico, collabora dal 2008 con la Sergio Bonelli Editore: nel corso degli anni scrive varie storie per Dampyr e recentemente approda anche su Zagor.
Questo mese esce il suo primo racconto per la testata Le Storie, intitolato Notturno newyorkese e disegnato da Max Avogadro: per l’occasione abbiamo contattato Marolla per un’intervista a tutto tondo, dalla sua carriera in generale a questa sua ultima fatica.

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaCiao Samuel, e grazie per averci concesso quest’intervista. Il tuo genere di elezione è l’horror: perché questa attrazione?
In realtà ho sempre scritto di tutto, sia di genere che non, ma con l’horror ho effettivamente un rapporto privilegiato. Lo sento molto nelle mie corde. Credo derivi da un’imprevedibile alchimia fra alcuni dei miei artisti preferiti da sempre (ad esempio Stephen King nella narrativa e Tiziano Sclavi nel fumetto) e il mio vissuto personale che mi porta in modo naturale a esplorare tematiche e ambientazioni oscure, spesso con elementi sovrannaturali.

Che cosa vuoi raccontare attraverso l’orrore? Può essere la chiave per comunicare qualche sottotesto, nei tuoi lavori?
Come tutti i generi, anche l’horror è, o dovrebbe essere, metafora per parlare di altro, e l’horror di solito è specchio critico della nostra società attuale. Quando finisco di scrivere una storia, spesso mi rendo conto che le creature e gli scenari da incubo che ho descritto sono stranamente simili a persone o situazioni vissute realmente.
Inoltre, sull’horror ho una mia particolare convinzione, e cioè che sia un genere profondamente ottimista, al contrario di quello che può sembrare a un primo superficiale sguardo. L’horror sovrannaturale si basa sul fatto che esista un altro mondo diverso dal nostro. Pertanto l’horror affronta un argomento molto sensibile, cioè l’idea della vita dopo la morte nelle sue varianti, sovrastrutture e archetipi narrativi (il Vampiro, il Diavolo, lo Zombi, eccetera), usando l’elemento drammatico per sdrammatizzare la profondità del tema. Questa cosa si nota in scrittori di lungo corso come Stephen King: partito con mostri di ogni genere, è arrivato in trent’anni a un capolavoro letterario, forse sottovalutato, qual è La Storia di Lisey, che affronta il tema della scomparsa di una persona cara. E ti rendi conto che alla fine è la stessa identica storia dei vampiri di Salem’s Lot o dei “ritornanti” di Pet Cemetary, ma raccontata con un diverso punto di vista. Quando l’horror riesce a fare questo, raggiunge davvero il suo scopo più alto.

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaDomanda classica che facciamo agli scrittori di narrativa e di fumetto: che differenze di approccio e scrittura ci sono tra i due mondi?
Di base la situazione è la stessa: creare una storia appassionante, e raccontarla bene. Così come identiche sono le regole narrative.
Tralasciando singole specificità (ad esempio il fumetto seriale ha delle sue regole riguardanti il personaggio, la serie, la linea editoriale), la differenza più importante è che la scrittura è un’arte solitaria, mentre il fumetto si fa in due. Nel fumetto ci vuole un’intesa, diretta o indiretta, fra sceneggiatore e disegnatore. L’uno a supporto dell’altro e viceversa, alla pari. Devi sceneggiare pensando sempre alla visualizzazione della scena, spiegandola al disegnatore, rispettando i suoi gusti, esaltando le sue caratteristiche, così come il disegnatore deve disegnare seguendo il proprio estro e il proprio talento, cercando di interpretare il pensiero dello sceneggiatore, immedesimandosi nel suo mondo che è solo mentale, non figurativo. Due creatività che si incontrano e che si valorizzano a vicenda.
A livello tecnico ci sono poi altre differenze. Scrivere narrativa è come cavalcare in una prateria sconfinata: virtuosismi, figure retoriche, lunghi dialoghi letterari, avvolgenti descrizioni d’ambiente, puoi andare in ogni direzione. Ma devi far immaginare il lettore, che deve entrare nel tuo mondo usando solo la tua parola scritta e per questo devi essere molto convincente.
Nella sceneggiatura invece c’è l’immagine: devi scrivere pensando a come sarà disegnata, e per questo devi essere sintetico e immediatamente efficace: lo spazio è sempre troppo poco, la vignetta è sempre troppo piccola, quel dialogo suona bene ma è troppo lungo e non ci sta nel balloon, devi fare una lunga scena d’azione ma le tavole stanno finendo. Questo significa lavorare cercando una sintesi per arrivare davvero all’essenziale.
Tutto ciò è più evidente nelle scene di movimento: devi intercettare la tempistica perfetta, il “tempo del fumetto”, il giusto numero di vignette, non una di più, non una di meno, per dare al lettore il ritmo e il senso di spazio-tempo dei personaggi, mantenendo fluido tutto l’insieme.
L’arte sequenziale è l’essenza, il distillato puro della narrazione.

Ci sono fonti di ispirazione e autori a cui guardi nel fumetto e nella narrativa?
Domanda atroce a cui è impossibile rispondere in modo esaustivo. Certamente sì, e, citando solo quelli che mi sono più cari o che mi hanno influenzato maggiormente: King, Stevenson, London, Scerbanenco e Buzzati nella narrativa; Sclavi, Nolitta, Eisner, Miller nel fumetto.

In che modo sei entrato in contatto, professionalmente parlando, con il mondo del fumetto?
Nel 2007 (vado a memoria) ho spedito dei soggetti per Zagor. Lo Spirito con la Scure è il fumetto che amo di più e fin da bambino desideravo scriverne una storia. Pochi giorni dopo mi hanno contattato Mauro Boselli e Moreno Burattini, e invitato in redazione. Sono entrato e ho vagato confusamente in via Buonarroti come Indiana Jones entrerebbe ad Agarthi o nel Regno del Prete Gianni. Credo di aver balbettato monosillabi inintelligibili per tutto l’incontro. La storia per Zagor poi non si è potuta fare per altri motivi, ma poco dopo ho iniziato a scrivere per Dampyr. Poi è tornato Zagor e infine sono arrivate Le Storie.

Dunque eri già un appassionato di fumetti prima di scriverli?
Da sempre, da prima di imparare a leggere. Credo sia la solita gavetta del lettore di fumetti: Disney come se non ci fosse un domani, Il Giornalino, i primi Bonelli (Zagor e Martin Mystère), la folgorazione del numero uno di Dylan Dog comprato in edicola a undici anni. Poi c’è stato il periodo comics, poi c’è stato il periodo manga, poi quello belga-francese. Leggo fumetti di ogni genere e da sempre, ma il fumetto Bonelli è quello che ho seguito sempre con più passione e costanza

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaHai scritto diverse storie per Dampyr: cosa rappresenta per te questo personaggio e che possibilità ti dà come scrittore lavorare su questa testata?
Dampyr è un fumetto di alta qualità, perché coniuga soggetti letterari e storici particolarmente ricercati con l’action pura.
Ho una mia personale idea sulla struttura di Dampyr – e se Mauro leggerà quanto sto per dire forse mi lancerà una maledizione nell’antico linguaggio dei Maestri della Notte: Dampyr è l’unico esempio italiano di fumetto di supereroi.
C’è una supersquadra con superpoteri: Harlan (sangue mortale di vampiro, poteri mentali, longevità, forza aumentata); Tesla (vampira, superforza, superagilità, invulnerabilità, immortalità); Kurjak, il classico umano tuttofare esperto di tecniche di guerra (la Vedova Nera della situazione, se mi si passa l’ardito paragone); Caleb Lost, sorta di Professor Xavier sovrannaturale. I nemici sono supercattivi che minacciano il mondo: i Maestri della Notte e le loro armate di non-morti, così come i Demoni della Dimensione Nera. Una base segreta e delle identità segrete. Una continuity serrata, comprendente alleanze, tradimenti, ribaltamenti di fronte. E scontri epici e spettacolari. Certo, in Dampyr le tematiche sono horror, storiche e letterarie, e non di genere supereroistico, ma la struttura narrativa ha molte somiglianze.
Mi è piaciuto molto scrivere le avventure di Harlan Draka e soci, anche perché permettono davvero di spaziare sia geograficamente che storicamente.
Dampyr inoltre è stato il mio battesimo del fuoco. Mauro Boselli mi ha insegnato moltissimo. Lui è uno dei migliori sceneggiatori italiani sia dal punto di vista tecnico che come fantasia creativa e ricchezza e profondità di tematiche; a sua volta il suo maestro è stato niente meno che Gianluigi Bonelli.

Che cosa ha rappresentato per te l’ingresso nel team di sceneggiatori di una testata storica come Zagor, avvenuto all’inizio dello scorso anno con le storie La rivolta e Hellgate brucia?
Sono cresciuto con lo Zagor di Nolitta e Ferri e da sempre coltivavo il sogno di poterci lavorare. In particolare, avevo tre grandi desideri: scriverne almeno una storia; che la copertina fosse del Maestro Ferri; e che Guido Nolitta la leggesse e mi desse il suo giudizio. Il terzo desiderio non è più realizzabile, ma i primi due si sono avverati, quindi già per questo sono orgoglioso, oltre che grato a Moreno Burattini che me ne ha data la possibilità e ha creduto nelle mie capacità.

I tuoi libri sono pubblicati sia da importanti editori che autopubblicati: come mai mantieni entrambe queste due “facciate” dell’editoria?
La narrativa fantastica in Italia non ha molto spazio editoriale. Quando posso pubblico con editori che se ne occupano in modo serio. Ma a volte il desiderio di condividere le mie storie è più impellente delle tempistiche editoriali o della ricerca dei pochi spazi esistenti, e in quel caso il self-publishing è un’onesta e valida alternativa che mi permette di pubblicare alcune storie a cui tengo.

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaIl tuo racconto Black Tea ha ricevuto grandi consensi e ti ha portato diverse soddisfazioni (candidatura al Premio Bram Stoker, uno dei più importanti premi internazionali di letteratura horror, e una Honorable Mention nel Best Horror of the Year): ce ne vuoi parlare?
Il Bram Stoker è uno dei più importanti premi internazionali di letteratura horror. La competizione è molto serrata, basti dire che nella mia categoria (short fiction) quell’anno c’era in semifinale con me anche un racconto di Neil Gaiman. Arrivare ai Preliminary Ballot (la semifinale, in pratica) in una delle categorie di narrativa (ci sono anche altre categorie del premio dedicate ad altre forme artistiche diverse dalla prosa), è stata naturalmente una grande soddisfazione che mi ha dato un po’ di visibilità con gli operatori di settore internazionale. Da lì a poco, difatti, Ellen Datlow, una delle più importanti editor statunitensi del settore, mi ha incluso nella sua lista annuale delle migliori opere horror (la Honorable Mention, appunto), e il racconto stesso è stato richiesto e ripubblicato dalla casa editrice americana Apex nel Book of World, l’annuale selezione dei migliori racconti di narrativa fantastica degli scrittori mondiali non anglofoni.

Questo mese è uscito in edicola Notturno newyorkese per la collana Le Storie, un racconto di impianto hard-boiled: come mai questo passaggio di genere?
Come ho scritto all’inizio dell’intervista, per varie coincidenze ho pubblicato molto horror ma ho sempre letto e scritto anche altri generi. Qui in particolare ho voluto omaggiare i noir e gli hard-boiled “neri”, come quelli di Giorgio Scerbanenco e di Cornell Woolrich, che sono gli autori del settore che apprezzo di più. In particolare, trovo interessante il personaggio-scrittore di Woolrich, un uomo molto complesso che incarnava in sé alcune delle caratteristiche più selvatiche dei personaggi noir e pulp: asociale, autodistruttivo, vizioso, e soprattutto afflitto da un mortale, devastante “mal di vivere”. Ha passato gli ultimi anni della sua vita chiuso in una stanza di albergo in uno stato di delirio alcolico. Una vita difficilissima da cui sono nate delle perle di letteratura nera. I suoi testi (quelli validi: Woolrich era sempre senza soldi quindi scriveva moltissimo, e a volte la qualità ne risentiva) uniscono le migliori caratteristiche di uno scrittore: brillantezza di trama; spettacolare senso della suspense; splendido stile di scrittura.
Ho pensato agli ultimi mesi di vita dello scrittore maledetto, preda di visioni terribili mentre il tempo stava per scadere, e lui lo sapeva, e ne parlava spesso, ma fino all’ultimo giorno ha continuato a scrivere per completare la sua ultima, incompiuta storia nera, il romanzo The Loser, Il Perdente.
In quel momento è nata l’idea di New York Blues (titolo originale, che poi in fase di lavorazione è diventato il poetico Notturno newyorkese).

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaCi sono punti di contatto tra noir e horror? Se sì, quali?
Entrambi i generi affrontano ambientazioni e tematiche dark, e parlano spesso di antieroi tormentati che danno la caccia a (o, viceversa, sono in fuga da) creature luciferine e colpevoli di orrendi misfatti. Ambientazioni notturne, terrore, suspense, viaggi proibiti in periferie o mondi situati oltre il confine della normalità o del razionale.
Trovo affascinante la contaminazione fra questi due generi, peraltro poco esplorata. Uno splendido esempio è il romanzo Fallen Angel di William Hjortsberg da cui Alan Parker ha tratto il capolavoro Angel Heart – Ascensore per l’Inferno con Robert De Niro e Mickey Rourke. Un’altra bella storia horror noir è il racconto The Night Flier di Stephen King, da cui è stato tratto un omonimo e godibile b-movie.
E come non citare il recentissimo Hellnoir di Pasquale Ruju?

In Notturno newyorkese ti sei divertito a giocare con gli stereotipi del genere narrativo di appartenenza: l’obiettivo era mostrare amore per l’hard-boiled o una sottile satira sull’abbondanza di cliché utilizzati in questo tipo di racconti, ormai svuotati di significato?
A essere sincero no, non era voluto. Pur essendo una storia consapevole dell’uso di alcuni cliché, che sono infatti evidenziati come tali in corso d’opera, non voleva essere una critica al loro uso ma piuttosto un loro riadattamento ribaltando il punto di vista, cioè usando quello dello scrittore e non quello del lettore.
D’altronde esiste una sconfinata letteratura in materia, e soggetti pur sempre affascinanti come la dark lady o il detective duro e tormentato con impermeabile e sigaretta sono difficili da utilizzare senza cadere nel banale. A meno di non giocarci platealmente, come ho cercato di fare in Notturno newyorkese.

Tutta la storia corre sul confine tra realtà e fantasia, anche grazie al fatto che il protagonista è uno scrittore: ti rivedi nell’essere in bilico tra queste due condizioni?
Sì, mi capita molto spesso. Quando si creano storie, la fantasia ti porta a estraniarti continuamente dalla realtà. Il confine fra il mondo reale e quello della fantasia è ovviamente molto netto – altrimenti sarei un pazzo oppure vivrei in una realtà alternativa alla Matrix! – ma il passaggio fra realtà e fantasia è un automatismo naturale e imprevedibile, tanto quanto una funzione fisiologica come avere sete o avere sonno. Scatta all’improvviso, magari quando sono al supermercato o mentre sto parlando con qualcuno: all’improvviso mi ritrovo a Darkwood, o nella New York Anni ‘30 di Jake Russell, o chissà dove, a pensare a cosa sta combinando il personaggio a cui sto lavorando, in quale guaio si è ficcato, come farà a uscirne.
Faccio mia una frase di Conrad, che vale per tutti gli scrittori e gli sceneggiatori di ogni tempo, latitudine e fama: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto scrivendo?

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaSono davvero i cliché a essere ormai degli archetipi privi di forza o la differenza la fa il modo in cui vengono usati, secondo te?
Entrambe le cose. In tutti i generi i cliché sono tanti e abusati e bisogna starne molto attenti. Ma si può sempre trovare un modo originale di usarli, anche se è estremamente difficile. Un esempio recente è il divertentissimo romanzo di John Scalzi dal titolo Redshirts, Maglie Rosse. Lo scrittore prende uno dei più classici cliché della fantascienza (e non solo), e cioè il membro dell’equipaggio “sacrificabile”. Quello che scende a terra insieme ai protagonisti quando l’astronave trova il pianeta misterioso. Ovviamente morirà subito, e morirà molto male. Narrativamente serve a orchestrare una scena d’azione o di suspense. La sua morte genera pathos nel lettore/spettatore (il personaggio muore, quindi c’è un vero pericolo, quindi potrebbe accadere anche al capitano!), ma il protagonista eroicamente risolve la situazione e naturalmente non muore. In Star Trek questo meccanismo è palese, e queste povere “pedine sacrificabili” hanno sempre una maglietta rossa. Bene: Scalzi, in modo geniale, ribalta la situazione e ci costruisce la storia: le “Maglie Rosse” capiscono di essere appunto pedine sacrificabili, e si coalizzano per investigare su questo enigma e soprattutto per trovare il sistema di restare vivi. Questo crea situazioni spassose, come la logica tale per cui bisogna stare lontani da certi ufficiali (i Protagonisti) perché altrimenti “si entra in sceneggiatura” e da lì parte inevitabile il conto alla rovescia per morire. Quindi, quando uno dei Protagonisti cammina lungo i corridoi dell’astronave, le Maglie Rosse si nascondono o fingono di essere affaccendate in qualcosa pur di non venir notate e quindi “entrare in sceneggiatura”.

Nella tua storia c’è spazio anche per una punta di fantastico: credi che la contaminazione di generi possa essere una soluzione per rendere più sorprendenti le storie?
Sì, oggi viviamo un momento in cui i muri che dividevano i generi classici sono quasi tutti crollati e questo offre grandi opportunità per le contaminazioni. Ma come sempre, dipende dal modo. Ci sono storie e serie a fumetti che funzionano benissimo rimanendo fedeli al genere, ma a me le contaminazioni piacciono molto e le trovo un buon diversivo, sia come lettore che come scrittore. Prendiamo Tex Willer: lo leggo proprio perché è western puro, che è un altro dei miei generi preferiti (e ormai sempre più difficile a trovarsi); ma leggo molto volentieri le rare contaminazioni fantastiche scritte da Gianluigi Bonelli o da Mauro Boselli.

Narrazione a tinte scure: intervista a Samuel MarollaA cosa stai lavorando in questo momento, sia libro o fumetto?
Nel campo del fumetto, sto sceneggiando una nuova avventura di Zagor ambientata a Bangor, nel Maine – e no, non è una coincidenza che sia la città di Stephen King.
Come narrativa sto scrivendo alcuni racconti dark fantasy e il seguito delle avventure di Augusto Ghites, detective dell’occulto protagonista del mio romanzo breve Imago Mortis. Tornando a un tema trattato in questa intervista, Ghites è un’altra contaminazione fra noir e horror: è un lugubre investigatore che, vagando in una Milano moderna e sulfurea, è dipendente dalla cenere dei morti che si procura in modi su cui è meglio non approfondire e che consuma come una droga (sniffandola o fumandola) per poter entrare in contatto con i defunti. Dalle avventure di Imago Mortis è nato inoltre un omonimo setting per il gioco di ruolo americano Savage World. Sto collaborando al world building con l’autore del setting, Mauro Longo. L’avventura uscirà l’anno prossimo in inglese per il mercato internazionale, ad opera dell’editore Gramel.

Grazie ancora per la disponibilità.
Grazie a voi per l’intervista e le interessanti domande.

Intervista condotta via mail l’11 settembre 2016

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