Napoleone va in esilio… permanente

Dal n. 59 di Fumetto, la rivista dell'ANAFI, un'interessante analisi su una delle serie Bonelli maggiormente sperimentali di sempre.
Articolo aggiornato il 04/08/2017

Napoleone va in esilio... permanenteUn vero peccato dover salutare una serie interessante ed originale come quella partorita dalla fervida mente di ; ricordo che quando vidi il primo numero di nell’ormai lontano 1997 restai sorpreso per il fatto che la sua uscita non era stata preceduta da una tambureggiante offensiva pubblicitaria sui media fumettistici come quelle che precedevano solitamente le nuove uscite della corazzata Bonelli, almeno fino ad allora. Qui gatta ci cova, vuoi vedere che si tratta di un esperimento molto coraggioso, destinato a passare sotto i radar dei più per rivolgersi direttamente e dichiaratamente ad una nicchia di lettori? E così in effetti è stato, solo che la nicchia di lettori si è rivelata nel tempo più ristretta di quanto si pensava, come purtroppo è già capitato a molte testate e personaggi che non meritavano la chiusura.
Le caratteristiche del personaggio sono state delineate rapidamente da Ambrosini, fin dai primi numeri: intanto, ad uno sguardo neanche troppo indagatore appariva chiara l’ispirazione all’aspetto e ai tratti almeno all’inizio – di Marlon Brando, direi più precisamente al Brando di Ultimo tango a Parigi (quell’impermeabile…), un attore e un personaggio quindi tutt’altro che semplici e lineari. E infatti Napoleone si rivela da subito un giallo/noir introspettivo e psicologico, zeppo di contenuti e di riferimenti culturali non superficiali, tali dunque da farlo amare alla follia o a lasciarlo perdere dopo poche pagine.

Strano che un tale personaggio veda collocate le sue avventure in Svizzera e precisamente a Ginevra… oh Ambrosini, ma perché in Svizzera? Dal sito Bonelli, il nostro autore ci dice che “originariamente, lo scenario nel quale avrebbe dovuto collocarsi stabilmente Napoleone era Milano, la mia città . L’Hotel Astrid, pensione di cui il nostro ha la proprietà , lo avevo dislocato in Via Paolo Sarpi: la Chinatown milanese, appunto. Mi dispiace aver dovuto rinunciare a Milano, perché, senza dubbio, avrei potuto muoverlo con maggior agio lì piuttosto che in qualsiasi altra città del mondo, ma, alla fine, la preoccupazione che un certo realismo topografico avrebbe potuto compromettere negativamente il protagonista di un fumetto popolare, alienandogli una fascia più ampia di lettori, mi ha persuaso, non senza qualche rimpianto, a esiliarlo in Svizzera. Ginevra, città che conosco poco e di cui credo sappia poco anche il nostro pubblico, ha il vantaggio di essere vicina a Milano, ma suona, per mentalità e costume degli abitanti, lontana come il più esotico dei posti. La città elvetica, pero’, è un luogo pretestuoso, e non certo un elemento formativo dell’identità di Napoleone; quello che fa da sfondo alla saga, infatti, è prevalentemente un ambiente interiore e le sue avventure lo portano tranquillamente a sconfinare nelle più svariate geografie“.

Ah! Altro dunque non è dato sapere se non che la collocazione in Svizzera è quindi casuale, anzi neutra: e rieccola, dunque, la proverbiale neutralità svizzera! Hmm, ma voi avete mai provato mentalmente a considerare cosa sapete della Svizzera, o anche solo a ricordare quali personaggi famosi sono nati in Svizzera? Io ci ho provato e ammetto che ho dovuto ricorrere a Google per avere qualche certezza in merito… Qualche nome, in ordine sparso: Jean Piaget – psicologo, Le Corbusier – architetto, Alberto Giacometti – scultore, Friedrich Durrenmatt – scrittore e drammaturgo, Henri Dunant – filantropo e scrittore (premio Nobel per la pace), Paracelso – scienziato e alchimista, Eulero – astronomo e filosofo, Bruno Ganz – attore, Jean-Jacques Rousseau – filosofo, Carl Gustav Jung – psicoanalista, Roger Federer – tennista, Joseph Blatter – presidente Fifa, Clay Regazzoni – pilota, Pirmin Zurbriggen – sciatore, Rodolphe Tö pffer – disegnatore… da ultimo, visto che si sono chiusi da poco i Mondiali di calcio, qualche notorietà l’ha raggiunta il calciatore Tranquillo Barnetta (?). Ma la dice lunga il fatto che probabilmente gli svizzeri più famosi da noi siano i clamorosi Huber, Rezzonico e Gervasoni, alter ego simil-elvetici del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

E a questo punto, all’elenco aggiungiamoci pure il nostro Napoleone Di Carlo, che pure nasce ad Addis Abeba in Etiopia da padre italiano e madre francese, i quali “gli impartiscono un’educazione occidentale (facendolo studiare alla scuola italiana), ma il giovane Napoleone, contemporaneamente, assimila anche la cultura più arcaica, intrisa di animismo e spiritualità primitiva, del paese africano in cui cresce e dalla quale è fortemente attratto.” Quando la serie si apre, il nostro Napo ha 35 anni e lo vediamo intento a dirigere, più che altro facendo il portiere di notte, l’Hotel Astrid di sua proprietà , aiutato in questo dalla signora Simenon (una sorta di perpetua laica…); é un lupo solitario, dedito alle letture e all’entomologia, in particolare ai coleotteri, apparentemente quindi è l’opposto del classico uomo d’azione tutto d’un pezzo, predilige la riflessione, l’introspezione, l’analisi, frequenta il dubbio prima di qualsiasi certezza, ciononostante non è un mistico, anzi è un razionale, ed è per questa capacità razionale estremamente lucida e caparbia che a lui si rivolgono spesso altri due comprimari della serie, l’ispettore Dumas e il vice ispettore Boulet, che lo coinvolgono nella risoluzione di alcuni casi complicati, dato che tra l’altro, a quanto ci è dato sapere, Napoleone è stato anche poliziotto.

Napoleone va in esilio... permanenteCome già detto, la serie bonelliana si colloca nel solco del giallo con tinte noir, ma con l’aggiunta di un particolarissimo tocco: l’intrusione del nostro mondo fisico di una dimensione spirituale invisibile ma spesso assolutamente influente, rappresentata nella narrazione dai tre spiritelli che fanno compagnia, ovviamente non visibili da altri, al protagonista. Lucrezia, Caliendo e Scintillone, questi i loro nomi, nell’intenzione dell’autore rappresentano tre aspetti, spesso anche litigiosi, del suo carattere, e interloquiscono con lui come se avessero personalità autonome. Ne riprendo la descrizione “ufficiale”: Lucrezia è una ninfa che rivendica e rappresenta la sensibilità femminile (una sorta di Trilly, se mi è consentito, per il rapporto di gelosia che ha con Napoleone); Caliendo è un grottesco maggiordomo pedante e normativo; Scintillone è un piccolo balordo, insofferente alle regole e alla disciplina (strana forma grafica per questo personaggio: un pesce? Un anfibio?). Questi tre omini li vediamo spesso al suo fianco, ma altrettanto spesso li vediamo lasciarlo, sostanzialmente non per loro volontà , per recarsi in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, dove albergano i sogni e le idee partorite nei secoli dagli uomini. Loro compagno in queste escursioni è un cavallo parlante, filosofo ed erudito che sfoggia un improbabile accento bolognese.
E dov’é questo luogo? La didascalia che accompagna il cambio scena recita sempre “al di sopra degli stagni, delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, al di là del sole, dell’etere e dei confini delle sfere stellate”, quasi fosse un indirizzo, una specie di “seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” di peterpaniana memoria. Un mondo situato in un’altra dimensione ma strettamente connesso con quello reale, come del resto è il mondo delle idee (per chi ancora ne ha… ehm…). Nonostante ciò , le avventure che Ambrosini ci ha raccontato in questi quasi nove anni hanno avuto modo di spaziare entro registri narrativi fra i più vari: da investigazioni abbastanza tradizionali su casi intricati ma con nemici convenzionali (mafia russa, trafficanti d’arte, mercanti di droga o il misterioso supernemico Cardinale) a combattimenti con entità fantastiche e apparentemente irreali, come le Arpie, le Sirene, Bellerofonte, il Dio Pan, oppure con o l’attore James Cagney o sciamani africani, spesso accompagnato dalla presenza leggera e simpatica del comprimario forse meglio riuscito, l’adolescente Allegra, orfana segretamente (?) e tenacemente innamorata del suo tutore Napoleone, ad onta della differenza di età.

La scrittura di Ambrosini, spesso incisiva e dotata di un tasso di fantasia e creatività che vorremmo vedere in tanti altri sceneggiatori del fumetto odierno nostrano, si è servita nel tempo di una serie di disegnatori anche radicalmente differenti fra di loro, e piuttosto lontani dal segno tipico bonelliano come siamo usi intendere. è il caso di (cui si devono i disegni del n.9 La lucertola e il serpente, che personalmente è l’episodio che preferisco) e di (suoi i disegni del notevole n.24 Il pozzo della memoria), disegnatori straordinari che spesso l’artificiosa divisione – tutta italiana – fra fumetto popolare e fumetto d’autore ha tenuto lontani dagli editori che vanno per la maggiore; va ascritto alla lungimiranza di Ambrosini ma anche alla disponibilità della casa editrice milanese il fatto di avere comunque dato spazio a due simili talenti in un prodotto seriale da edicola.
Con il numero 54, e con la morte dell’odiato Cardinale, si conclude dunque l’avventura di Napoleone, curiosamente (se non erro) l’unico personaggio protagonista di una testata Bonelli cui non sia stata dedicato uno speciale, un almanacco, un maxi o comunque un albo fuori serie di qualche tipo; Ambrosini, che ha scritto gran parte degli albi e ha disegnato tutte le copertine e anche diverse storie, si appresta a dare vita con l’identico staff al nuovo Pollok, ambientato nel mondo dell’arte, che in qualche modo l’albo n.54 contribuisce a lanciare visto il ruolo giocato in esso dalle opere del quasi omonimo pittore americano. L’augurio che si può fare è che l’autore e chi lo aiuterà a realizzare questo nuovo progetto tengano a mente e conservino, nel loro modo di raccontare e realizzare storie, le caratteristiche principali che hanno fatto di questo fumetto seriale una delle migliori produzioni degli ultimi dieci anni, in Italia e non solo: qualità , originalità e approfondimento.
C’é bisogno di storie che traggano linfa e spunti dai mondi limitrofi della cultura che nel fumetto si possono fondere anche laddove questo costi uno sforzo di elaborazione e di conoscenza e perché no, di studio; di superficialità è piena gran parte della comunicazione e dell’informazione che ci circonda, se in qualche ambito – e mi piacerebbe che il fumetto fosse uno di questi ambiti – ci sarà spazio per una lettura che faccia anche riflettere e pensare, tanto male poi non andrà. Grazie, Napoleone: esserci stato e ora non esserci più comunque sarà sempre meglio che non esserci mai stato. E magari qualcun’altro saprà seguire l’esempio, perché la resa economica non può essere tutto.

Questo articolo si trova pubblicato sul numero 59 di FUMETTO, la rivista trimestrale dell’ANAFI (Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione), distribuita solo ai soci della medesima. Punto di riferimento degli appassionati di fumetti fin dal lontano 1971, FUMETTO è uno dei benefici di chi si associa all’ANAFI; infatti, ogni anno, oltre ai quattro numeri della rivista, vengono poi destinati ai soci almeno due volumi omaggio appositamente editi. Nel 2006, gli omaggi sono tre: Legione straniera di , Terre Gemelle – La fantascienza quotidiana a cura di Luciano Tamagnini e : un sorriso lungo una vita a cura di Silvia Costa, Marco della Croce e Luciano Tamagnini
La quota sociale per il 2007 è di 75,00 euro (110,00 euro per l’estero). Per le modalità di adesione e di pagamento, visitare la home page del sito www.amicidelfumetto.it.

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