Michele Petrucci: tra Storia ed Horror

Tra poco meno di un mese uscira' il secondo volume di FactorY, la trilogia prodotta dalla Fernandel e ideata da Michele Petrucci e Gianluca Morozzi. In tale occasione abbiamo deciso...
Articolo aggiornato il 21/04/2015

Michele Petrucci: tra Storia ed Horror, benvenuto. Cosa o chi ti ha portato ad intraprendere la strada del fumetto?
Risposta facile. Ho amato i fumetti fin da piccolo e quando ho sentito la necessità di raccontare mi è sembrato naturale farlo in questo modo.

Sin dall’inizio ti sei imposto per uno stile grafico tra i più personali e riconoscibili del mondo del fumetto italiano. Quali sono i tuoi punti di riferimento nel mondo del disegno? Da dove sei partito per sviluppare uno stile del genere?
Sono tanti ma mi piace ricordare soprattutto quelli che sono stati per me tre grandissimi punti di riferimento. E tre altrettanto grandi opere a fumetto.
La potenza del pennello di José Munoz (in “Alack Sinner”), la sintesi espressiva di (in “L’uomo alla finestra”) e il minimalismo grafico di (in “Playboy”).

I tuoi fumetti sono tutti in bicromia (tra l’altro è una tecnica piuttosto usata anche da altri disegnatori). Come nasce questa scelta?
Fin dagli inizi mi sono reso conto che i miei neri erano troppo “timidi” e ho iniziato a bilanciare le tavole con una mezzatinta. Poi mi sono innamorato delle bicromie di e la mia è diventata una cifra stilistica. Pero’ in futuro mi piacerebbe cominciare a colorare le mie storie.

Il tuo percorso professionale è totalmente ancorato alle produzioni indipendenti, almeno sino a Metauro. È una tua scelta quella di restare fuori da certi circuiti e meccanismi?
Scelta? Non mi sembra che in Italia ci siano circuiti particolari per il fumetto non Bonelli. Anzi, non esiste proprio un’industria del fumetto al di fuori di quella Bonelliana e Disneyana. Solo ultimamente le grandi case editrici cominciano ad interessarsi al fumetto e ad aprire nuove strade. Va detto pero’ che ci sono tante piccole realtà come Tunué che compensano la mancanza di risorse con una grande passione e questo per me significa molto.

Parliamo un po’ di Metauro.
Se n’é parlato tanto eppure non si può prescinderne dal dirne qualcosa perché l’idea di un racconto simile è piuttosto sui generis per il mercato fumettistico italiano. Da dove nasce quest’esigenza narrativa?
Questa risposta si trova tra le pagine del fumetto. La storia è sempre stata per me fonte di grande fascino e sapere che un episodio così fondamentale come la battaglia del Metauro tra romani e cartaginesi sia accaduto nei luoghi che mi appartengono mi ha colpito ed emozionato. Con Metauro ho cercato di trasmettere quella sensazione al lettore.

Metauro non è solo un , ma un vero fumetto di “biofiction” in cui si respira un atto d’amore per la tua terra ed al contempo sembra essere un atto di espiazione per qualcuno che, ad un certo punto, si accorge di non conoscere abbastanza il luogo in cui vive; cosa molto tipica in Italia. Quale di queste ipotesi è la più vicina alla realtà?
Direi entrambe le cose. Sicuramente è un atto d’amore e quindi un omaggio alla mia terra. Come ho detto più volte conoscere la nostra storia significa conoscere meglio noi stessi. Metauro non è un fumetto didattico tout court ma sicuramente può aiutare a ricordare agli abitanti di quella valle da dove vengono. Purtroppo presentando il libro in giro per la provincia ho scoperto che molti (soprattutto i più giovani) non conoscono Asdrubale Barca e le sue imprese.

Come è stato accolto il fumetto dal pubblico? In rete ne ho letto recensioni molto positive, ma le vendite sono in linea con questi giudizi?
Direi bene nonostante i problemi di distribuzione legati alle piccole produzioni. La fumetteria della mia città ha già venduto quasi 150 copie e ogni volta che passo in negozio, Enrico (proprietario e amico) mi riporta i commenti dei lettori e sono assai orgoglioso del fatto che molti ritornino per regalare una copia a parenti e amici.

Metauro opera interessante e coraggiosa in cui si “sente” molto forte il coinvolgimento intimo del protagonista, così come risulta evidente, da ogni tavola, la spinta passionale che ci hai messo nel produrlo. Cosa pensi abbia colpito maggiormente il pubblico?
Credo che arrivi proprio questa carica passionale che ho messo nello scrivere e disegnare. Ho passato molti mesi a pensare a come sviare le trappole del didascalismo storico cercando di far arrivare la potenza e il fascino di quell’incontro tra due mondi così lontani temporalmente ma allo stesso tempo così simili. Spero di esserci riuscito almeno in parte.

In Metauro utilizzi lo stratagemma del maestro (Sileno) che introduce il protagonista a vicende ancora poco conosciute della storia italica. Questo stratagemma trasforma tutta la vicenda in un vero percorso di crescita del protagonista, anche lui Michele; d’altro canto quest’espediente fa sì che la il fumetto si trasformi in una specie di scatola cinese. Non pensi che, in questo modo, la battaglia del Metauro arrivi in modo indiretto, ma come storia nella storia, in un gioco di rimandi che rischia di tenere il lettore troppo distaccato dalla vicenda principe del fumetto?
Il rischio c’é, è evidente. Pero’ io non volevo raccontare solamente la battaglia, le armature e gli elefanti. Mi interessavano anche altre cose. Innanzitutto il senso del dovere del raccontare/tramandare la storia attraverso una figura di questi tempi messa in discussione: il maestro. Sileno è un mentore sia per Asdrubale (nel passato) che per il giovane Michele (nel presente). Lo stesso Michele pero’, alla fine della storia capirà molte cose affrontando le sue paure e si trasformerà da allievo a maestro. Quello che auspico è che il lettore a sua volta faccia in qualche modo suo questo ruolo.

Passiamo al tuo ultimo lavoro: FactorY.
Tra poco più di un mese esce il nuovo episodio. Come è andato il primo episodio in termini di vendite e di critica?
Le critiche degli addetti ai lavori e dei semplici lettori (soprattutto nei blog) sono molto positive. Invece è un po’ presto per parlare di vendite. FactorY utilizza i circuiti distributivi delle librerie di varia e bisogna aspettare le rese delle copie eventualmente invendute.

Dopo Metauro un altro fumetto sperimentale. La struttura seriale della pubblicazione ricorda più i romanzi a puntate che le miniserie tipiche dei fumetti. Lo stesso coautore e la stessa casa editrice giustificherebbero quest’idea. Parlaci di questa scelta.
Come tu ben dici si tratta di una sperimentazione. Nasce principalmente dalla voglia di confrontarmi con un racconto corale con tante pagine. Una specie di romanzo d’appendice a fumetti insomma. Ma con riferimenti anche alla struttura dei serial americani (che stanno vivendo una nuova innovativa vita) e dei manga. Se poi uniamo la particolarità di questa struttura al mio segno, sicuramente lontano da quello realistico di solito usato per le serie a fumetto, si capisce la difficoltà della strada che abbiamo intrapreso e il coraggio dell’editore per averci dato il suo supporto.

Michele Petrucci: tra Storia ed HorrorCome detto un fumetto del genere viene pubblicato da una casa editrice che, seppur abbia già pubblicato fumetti, non è tra gli editori storici di tale media in Italia. Dipende dal fatto che, forse, è necessario trovare interlocutori diversi per poter portare delle scelte innovative in un mercato non propriamente florido?
Esatto. Poi certamente ha influito il fatto che , il coautore della serie, abbia già pubblicato diversi romanzi con Fernandel. Pero’ siamo certi che vadano tentate nuove strade per il fumetto e nuovi percorsi distributivi. Le fumetterie da tempo non sono sufficienti alla mole sempre crescente di romanzi a fumetti. Secondo noi è necessario che, come in Francia, le librerie di varia diventino i principali punti di riferimento per questo tipo di volumi.

Tranne che con Morozzi non mi pare che lavori facilmente su storie altrui e, in effetti, anche FactorY sembra rientrare in questo schema. Come mai?
Ho disegnato un racconto scritto da Matteo Casali (pubblicato anni or sono da Coconino) e uno scritto da . In generale si tratta solo di gestione di energie. Se ho tempo e il progetto che mi propongono mi sembra interessante (come è stato Il Vangelo del coyote) non ho problemi per questo tipo di collaborazioni.

La struttura narrativa di questo fumetto (situazione di stallo, flash-back sul passato dei protagonisti) riporta alla mente altri tentativi, tipicamente telefilm. Questa cosa ha portato anche ad alcune discussioni di cui non voglio occuparmi. Mi interessa piuttosto se pensi che questo meccanismo narrativo abbia creato un meccanismo di riconoscimento nel lettore che, di conseguenza, si è affezionato alla vicenda?
é proprio quello che stiamo cercando di fare. Creare una vicenda intrigante lavorando soprattutto sulla caratterizzazione dei personaggi. Personaggi sfaccettati che crescono di capitolo in capitolo (anzi, di episodio in episodio). Per sondare questo sentimento abbiamo creato un piccolo “gruppo di lettura”, un gruppo di amici a cui mandiamo in antreprima i vari capitoli appena conclusi. E devo dire che l’aspettativa per i capitoli successivi è sempre alta. Anzi ti riporto il commento di uno di loro (Mauro) che mi è arrivato proprio oggi a proposito dell’episodio numero 8, quello con cui si conclude il secondo libro: “Caos! Repentini cambi di narrazione! Ritmo!
Bellissimo quest’episodio… devo rileggerlo con calma per ricostruire bene tutto il mosaico, ma di primo acchito, di stomaco… l’ho trovato veramente molto bello e interessante.”

Molto interessante quest’idea del gruppo di lettura. Dimmene di più.
Abbiamo deciso che muovendoci su un terreno a noi sconosciuto (il racconto seriale) avevamo bisogno di una piccola cartina tornasole immediata per capire se ci stavamo muovendo nella giusta direzione. Per questo abbiamo selezionato una ristrettissima cerchia di amici (un correttore di bozze, un traduttore e un lettore comune) che in qualche modo potessero rappresentare il nostro pubblico e gli facciamo leggere un episodio alla volta appena terminato. Anche in base ai loro commenti decidiamo di dosare il livello di tensione nella storia.

Cannibalismo, deformazioni fisiche, un vero immaginario horror, immagino quindi tu sia un estimatore del genere, giusto?
Giusto. Quando io e Gianluca abbiamo iniziato a lavorarci sono stato chiaro. Dovevamo lasciare il lettore in uno stato di ansia perenne mentre osserva i personaggi vivere un incubo apparentemente senza fine.

Spesso il genere horror, e negli ultimi anni sempre più, risulta puramente fine a sé stesso, perdendo ogni tipo di valenza analitica della società o di pura e semplice catarsi per le nostre paure più intime. Cosa sono per te l’horror e l’orrore?
Domanda impegnativa. L’horror si ciba delle paure umane e le paure spesso cambiano cambiando le coordinate spaziali e temporali. Anche se, in fondo quelle ataviche rimangono sempre le stesse: la paura della morte e dell’ignoto che rappresenta. Poi le storie di tutti i generi, non solo horror, se ben scritte dovrebbero riuscire a descrivere e analizzare il tempo in cui vengono narrate.

FactorY è anche e soprattutto multimedialità. Non solo letteratura e fumetto che si incontrano, penso soprattutto al blog nel quale avete pubblicato il prologo alla vicenda e nel quale raccontate un po’ tutto, dagli spunti di ambientazione, allo studio dei personaggi. Il tentativo non è nuovo, ma mi sembra che nel vostro caso sia studiato e strutturato decisamente bene. Parlaci della tua idea di multimedialità per il fumetto.
Abbiamo cercato di creare con i pochi mezzi a nostra disposizione una specie di appendice ai libri.
Utilizziamo il blog ( http://factor-y.blogspot.com/) non solo per pubblicare materiale aggiuntivo (prologo, booktrailer, sketch), ma anche per piccole anteprime (in questo momento per esempio ci potete trovare la copertina del secondo libro), presentazioni e appunti vari.

Per finire non posso non chiederti cosa ci sia dietro la frase “In Food We Trust”.
In FactorY il cibo rappresenta uno dei punti focali dell’intera vicenda: In Food we trust (ovvero nel cibo noi crediamo/confidiamo, che fa il verso a In God we trust, il motto degli Stati Uniti) quindi non solo è lo slogan della fantomatica azienda alimentare Brain (che compare nella scatoletta nella copertina del primo volume) ma un vero e proprio leitmotiv di tutta la serie. Quelli che avranno il piacere di arrivare alla fine di questa prima serie (il terzo libro che pubblicheremo dopo l’estate) capiranno quello che intendo.

Riferimenti

Metauro
Tunué – 2008
128 pagine bicromia
prezzo 12euro
codice isbn: 978-88-89613-46-7

FactorY 1
Fernandel – 2008
160 pagine bicromia
prezzo 12euro
codice isbn: 978-88-95865-01-0

Il blog di Petrucci: http://blog.komix.it/metauro/
Il blog di FactorY: http://factor-y.blogspot.com/
Edizioni Tunué: www.tunue.com
Edizioni Fernandel: www.fernandel.it

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