Logan: lo “SNIKT” generazionale che diventa meta

James Mangold redime Wolverine dai suoi precedenti film con un’ultima avventura profondamente drammatica che esalta le doti attoriali di Hugh Jackman.

Dopo due film decisamente poco apprezzati da critica e pubblico è forse giunto il momento della rivalsa per il Wolverine interpretato da . L’ultimo film sul mutante canadese, diretto dallo stesso che si era occupato del predecessore, affronta tematiche inaspettate in un franchise principalmente d’azione.

Il titolo, così come alcune ambientazioni intraviste nei trailer, ha suggerito a molti lettori un possibile legame con la miniserie Old Man Logan di Mark Millar e Steve Mcniven. I riferimenti però si esauriscono qui, lasciando spazio a una trama relativamente semplice che segue la propria strada rispetto al materiale cartaceo.
I fumetti sono presenti in forma di piccole citazioni più o meno dirette ma che hanno spesso un’accezione negativa. Da una parte rispecchiano il carattere di Logan sviluppato nell’arco dei film, ma possono essere lette anche come eco di commenti espressi dal regista. Mangold ha infatti sottolineato in una recente intervista che la sua interpretazione di Wolverine prende le distanze dai fumetti in quanto quello che si trova in un albo non può “sopravvivere” altrove. Per quanto condivisibile, questa visione del regista viene espressa aspramente più volte nel corso della pellicola attraverso le parole di Logan, risultando stucchevole.

Logan: lo “SNIKT” generazionale che diventa meta

Padre, figlio e…

Il vero elemento portante del film a livello di trama, tematiche e a volte anche di carisma, è il personaggio di Laura, X-23 nei fumetti, interpretata dalla giovanissima Dafne Keen. Keen riesce a gestire un personaggio che parla molto poco ma che esprime tantissimo attraverso gestualità ed espressioni facciali. Laura è spesso l’ago della bilancia che trasforma una scena comica in drammatica e viceversa.
La bambina mette silenziosamente Logan a confronto con i suoi scheletri nell’armadio, che lui per primo rinnega, ma è anche la chiave per altri elementi di trama. Alla sua origine, che già di per sé richiama questioni di etica scientifica e sfruttamento minorile non troppo lontane dalla nostra realtà, si aggiunge un elemento etnico e politico molto rilevante nel contesto statunitense attuale.

Laura resta tuttavia un personaggio secondario che serve da trampolino di lancio per l’interpretazione di Hugh Jackman, che può finalmente sfruttare al massimo la sua versatilità emotiva. Rabbia, dolore, amore e quel pizzico di cinismo tipico di Logan riescono ad emergere nel personaggio con un’intensità mai vista prima nella serie. Il merito è sicuramente di una sceneggiatura ben scritta, ma è la resa di Jackman che coinvolge lo spettatore in modo genuino, che si tratti di dialoghi o gestualità.

Logan: lo “SNIKT” generazionale che diventa metaCome anticipato dai trailer, il cast di Logan è arricchito da un invecchiato Professor X, a cui dona un’umanità a tratti spiazzante. Sebbene il personaggio risulti a volte leggermente stereotipato nei canoni dell’anziano malato e delirante, le capacità attoriali di Stewart e la tematica in sé permettono di raggiungere un livello di immedesimazione tale da sorpassare le semplificazioni che affliggono a volte la scrittura del personaggio.

È notevole, soprattutto rispetto alla progressione della trama, come questi tre personaggi principali vengano inconsapevolmente legati l’un l’altro da una citazione. Il film Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens è uno dei primi contatti di Laura con la società e il monologo di Shane (Alan Ladd) che viene citato direttamente è introspettivo, tragicomico e quasi religioso, seppur inconsapevolmente, marcando un anello in più nella catena di affetti che lega Laura, Xavier e Logan.

“Note” dolenti (ma non troppo)

Piuttosto deludenti invece altri personaggi secondari, tra cui Calibano (Stephen Merchant), Gabriela (Elizabeth Rodriguez) e gli antagonisti. Il primo è intrappolato in un ruolo potenzialmente profondo, ma vittima di una scrittura che lo riduce a strumento per la prosecuzione della trama con un passato vagamente delineato. Gabriela si trova più o meno nella stessa situazione, diventando presto voce narrante di una sezione di exposition non troppo brillante. Gli antagonisti (Boyd Holbrook, Richard E. Grant) offrono una personalità che manca di sfaccettature e sono guidati da motivazioni semplici, ingredienti di personaggi poco memorabili che si inseriscono nel filone di villain privi d’impatto comune a numerosi film supereroistici (Fox, Marvel e non solo).

La colonna sonora è stata curata nuovamente da Marco Beltrami, che aveva già scritto le musiche di Wolverine – L’immortale. Sebbene non esista un vero e proprio tema principale, Beltrami riesce con pochi strumenti a sottolineare i momenti più emotivi del film. L’adattamento italiano appare sufficientemente scorrevole, sebbene alcuni accenti, e in generale il doppiaggio di Laura, risultino a volte leggermente forzati.

Un “addio” come si deve

Prendendo in considerazione più in generale la struttura e l’esecuzione del film è evidente che il lavoro svolto da James Mangold e dalla sua crew è valido, ma sicuramente indirizzato a supportare i momenti più emotivi. Fotografia, trucco ed effetti speciali sono spesso utilizzati per sottolineare tratti dei personaggi, facendo magari risaltare un colore sgargiante su una palette principalmente opaca, oppure evidenziando l’età avanzata di Logan incorniciandolo in un paesaggio arido e polveroso. Le scene d’azione sono piacevoli ma meno fumettistiche rispetto ai film precedenti. Logan è invecchiato e questo si riflette anche nel suo modo di combattere, più rabbioso e scoordinato rispetto alla frenesia letale di Laura. Questa alternanza permette a James Mangold di offrire un ritmo narrativo sapientemente irregolare, con momenti lenti anche piuttosto lunghi che vengono interrotti da scene d’azione esplosive. In alcuni casi l’azione diventa invece lenta, generando una tensione quasi estenuante.

Logan chiude la trilogia di Wolverine dimostrando che è possibile fare un buon film supereroistico mescolando realtà e soprannaturale senza eccessi, nonostante alcune imprecisioni minori, e presenta momenti drammatici senza negare ai suoi personaggi emozioni sinceramente umane. In un periodo piuttosto statico per il suo genere d’appartenenza, Logan diventa un buon esempio da seguire e sviluppare.

Logan: lo “SNIKT” generazionale che diventa meta

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