Il lavoro più impegnativo di Giacomo Bevilacqua

Giacomo Bevilacqua ci svela vari retroscena della sua prima graphic novel: "Il suono del mondo a memoria".

Il lavoro più impegnativo di Giacomo BevilacquaVenerdì 14 ottobre, nell’evocativa location del Circolo dei Lettori di Torino, si è tenuta la presentazione del più recente lavoro di : Il suono del mondo a memoria.

Di fronte a una sala gremita di fans e appassionati, Michele Foschini ha presentato la graphic novel insieme all’autore, ringraziando in primis il pubblico per il caloroso supporto. Il direttore editoriale BAO ha poi parlato brevemente dell’importanza di accompagnare l’autore durante le varie fasi creative del progetto.
Bevilacqua, infatti, è stato molto disponibile ad accogliere i vari feedback della casa editrice, andando ad apportare tutte quelle lievi modifiche accessorie capaci, in alcuni casi, di sfoltire la storia senza ovviamente snaturare l’opera.

Il suono del mondo a memoria è riuscito da subito ad appassionare molti lettori diventando al momento uno dei titoli più richiesti della casa editrice, arrivando a essere attualmente la terza tiratura più grande di BAO.
Durante l’evento Bevilacqua ha anche svelato numerosi retroscena del progetto, rispondendo anche a varie domande del pubblico.

Riguardo alla sue possibili fonti di ispirazione, l’autore ha detto di non essersi focalizzato su qualcosa in particolare, dato che è solito leggere praticamente di tutto, dai manga ai fumetti francesi, cercando in questo modo di rinnovarsi costantemente.
Bevilacqua ha comunque dichiarato di concepire i suoi fumetti cercando di dargli una svolta solo nell’ultimo quarto, tentando di cambiare improvvisamente le carte in tavola in modo analogo alla struttura degli episodi dei Simpson, in cui la puntata all’inizio prende una direzione per poi mutare drasticamente all’improvviso.

Grande importanza è stata riservata anche alla concezione del titolo dell’opera che, partendo dall’embrionale Una gomitata a Manhattan si è evoluto in Il suono alla fine di un attimo per poi arrivare al titolo definitivo.
L’autore ha anche detto di utilizzare i suoi fumetti come una terapia, cercando in questo modo di riversare alcuni suoi dubbi/problemi all’interno delle proprie opere, così da ricevere magari qualche consiglio/parere da parte dei lettori.
In conclusione Bevilacqua ha parlato brevemente di alcuni suoi progetti futuri, partendo dal suo thriller psicologico attualmente in lavorazione, fino ad arrivare alla storia di Dylan Dog con protagonista Groucho in uscita nel 2017, che punterà l’attenzione su quello che fa l’assistente dell’indagatore dell’incubo ogni volta che scompare da una storia tradizionale.

Giacomo, dimostrandosi molto disponibile, ha anche risposto ad alcune domande della redazione.

Il lavoro più impegnativo di Giacomo Bevilacqua
Il suono del mondo a memoria è la tua prima graphic novel: cosa ti ha offerto di diverso questo formato, rispetto al fumetto seriale e ai webcomics su cui hai precedentemente lavorato?
Fin dall’inizio della mia carriera ho sempre cercato di non soffermarmi per troppo tempo su un particolare genere. Lavori come John  Doe, Panda, Metamorphosis e appunto Il suono del mondo a memoria testimoniano il fatto che ho sempre cercato di cambiare stile. Secondo me infatti un fumettista deve provare continuamente a cambiare per evolversi, dato che rimanere eccessivamente attaccati a una singola cifra stilistica può portare l’artista a fossilizzarsi.
Per quanto mi riguarda, quello della graphic novel è forse un genere che ancora non mi appartiene, ma ho comunque provato a sperimentare nuove soluzioni, avvicinandomi così a uno stile diverso rispetto a tutte le mie precedenti opere.
Comunque, questo è stato senza ombra di dubbio il lavoro più difficile della mia vita. Per fare un semplice paragone, posso dire tranquillamente che smettere di fumare è stato più facile che fare questo fumetto!

Hai proposto il volume a BAO Publishing appena hai avuto l’idea di raccontare questa storia oppure avevi già contattato l’editore in precedenza?
Ho puntato a BAO fin dall’inizio, anche se il progetto è nato in modo improvviso. Sono partito disegnando pagina 65, che posso considerare come la vera e propria genesi del fumetto. Poi ho contattato la casa editrice inviando la tavola insieme a cinque righe di sinossi: è partito tutto da lì.
BAO è riuscita a vedere un libro finito anche se in realtà non c’era ancora nulla; probabilmente altri editori non avrebbero creduto così fortemente nel progetto vedendo così poco.
Poi, con il passare del tempo, l’opera ha iniziato a diventare sempre più grande e dalle iniziali 98-100 pagine pian piano sono arrivato a 128, poi a 150 e infine a 192. Insomma, la storia cresceva con me e continuava a raccontarsi da sola, alla fine è stato Michele Foschini a dirmi che a un certo punto dovevo fermarmi!

Perché hai scelto New York per questo tuo soggiorno, e cosa della città che non dorme mai ti è rimasto dentro?
Ho vissuto a New York per due anni. Quando sono tornato a Roma mi sono sentito un po’ frustrato perché non riuscivo a descrivere nel dettaglio le sensazioni che avevo provato nella città che non dorme mai. Mi sono quindi sforzato parecchio per tentare di avvicinarmi il più possibile a quelle sensazioni ed è stato inevitabile fare un confronto con la mia città natale.
A Roma passo l’80% del mio tempo a lavorare stando a casa, ed è comunque una cosa che mi rende felice. A New York, invece, non riuscivo a stare fermo. Ogni giorno mi sentivo quasi obbligato a uscire per vivere pienamente la magia della città scoprendo ogni giorno cose nuove, magari anche solo parlando con un cameriere o con qualcuno che incontravo per strada.

La New York che racconti nel Suono subisce una qualche volontaria o involontaria ispirazione cinematografica, protagonista affascinante, com’è da sempre, di splendide pellicole?
Ho cercato di tenermi lontano dalla visione mainstream della città proposta da numerosissimi film e/o serie tv, provando a concentrarmi su quello che avevo visto in prima persona senza farmi condizionare dalle immagini che tutti noi vediamo ogni giorno. Secondo me quasi nessuno è riuscito a cogliere davvero l’anima della metropoli dal punto di vista estetico, a parte rari casi come Paolo Rivera. D’altronde la luce di New York cambia di quartiere in quartiere ed è quasi impossibile riprodurre fedelmente l’atmosfera che si respira passeggiando per le strade.

Che tecniche hai utilizzato per il disegno e la colorazione?
Ho disegnato tutto in digitale con una tavoletta Wacom Cintq 22 HD e un Wacom Companion.
Comunque sono fondamentalmente una persona abbastanza pigra, quindi cerco sempre di arrivare alle matite con la certezza di non dover modificare più nulla.
Ho poi evitato le tecniche di colorazione tradizionali perché, se devo essere sincero, quando le uso faccio sempre un po’ di casino, sporco in giro e non mi trovo perfettamente a mio agio. Con il digitale ovviamente le cose cambiano, anche se ho trovato tutto il processo della colorazione molto faticoso. Il colore infatti è stata per me una vera e propria sfida dato che ogni giorno era come ripartire da zero e non ero assolutamente sicuro di farcela; ogni volta che andavo a dormire mi chiedevo se il giorno dopo sarei stato in grado di colorare come volevo la tavola successiva.
In sostanza mi sentivo come un bambino piccolo quando deve andare a dormire e non sa se il giorno successivo riuscirà a ritrovare le cose belle che lo hanno fatto divertire nella giornata appena trascorsa.
Ad esempio, sono tornato ben 62 volte su una doppia splash page perché continuavo a ripetermi ‘questa luce non va bené.
Nonostante le varie references, ho puntato moltissimo sui miei ricordi; chiudevo gli occhi e provavo a immaginare esattamente la luce che avevo visto a New York.
Comunque, ancora oggi, non riesco a capire come ho fatto a colorare tutte le tavole!

Ringraziamo Giacomo Bevilacqua per la disponibilità dimostrata.

Intervista realizzata dal vivo il 14 ottobre 2016.

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