Il Napoli Comicon è il mio luogo dell’anima

Il Napoli Comicon è il mio luogo dell’anima

Quello a cui ho preso parte quest’anno è stato il mio quinto Napoli Comicon. E mi piace poter dire di averne “preso parte” e non di esserci andata come semplice visitatrice, perché – e lo dico con un pizzico di sano egocentrismo – come già accaduto per la passata edizione il mio nome figurava, non di certo in grassetto fra quelli più importanti, nel programma.

Ho presentato per HyppoStyle il secondo numero di BlackBox, e sono stata tra i protagonisti di un panel sulla critica web, fra i temi focali di questo Comicon.

Non preciso questo per vanità, ma perché il merito della mia presenza a questi incontri lo devo a Lo Spazio Bianco, il cui nome – scritto sotto il mio sul badge che orgogliosamente porto al collo a ogni fiera – è il migliore dei biglietti da visita.

Questa è una premessa doverosa, perché senza avere alle spalle una redazione importante e compatta come quella de LSB, che è un pezzo importante della storia della critica fumettistica sul web, la sottoscritta sarebbe solo una delle centinaia di migliaia di visitatori di una fiera grande quanto il Comicon, un’acquirente per gli editori, una fan per gli autori. Invece quest’anno ho avuto modo di rendermi conto quanto essere parte de LSB abbia fatto la differenza nella mia vita.

Questo Napoli Comicon è stato il quinto a cui hi preso parte, dicevo, ma il primo che abbia vissuto a pieno per l’intera sua durata. Ho visto aprire i suoi cancelli il primo giorno, ho osservato il silenzio un po’ spettrale della Mostra d’Oltremare alle nove e mezza di sera dopo la cerimonia di premiazione dei Micheluzzi, ho ascoltato l’annuncio in filodiffusione che, l’ultimo giorno, a stand ormai chiusi e con gli addetti ai lavori indaffarati a inscatolare tutto, diceva “Sono le 19, il Napoli Comicon è chiuso, ci vediamo nel 2018”.

Ho sentito in quell’istante il magone che ogni volta mi assale quando supero i cancelli della Mostra per andar via, mi volto indietro, guardo la sagoma dell’Auditorium che si staglia contro il tramonto, e mi dico “al prossimo anno”. È una speranza, e una promessa.

È una sensazione che con altre fiere, nemmeno con Lucca, che è più grande e magica, provo. Perché il Comicon, da ragazza di provincia che vive al Sud e non viaggia molto – sempre a lottare con lo stipendio da fame e le ferie da chiedere all’azienda con mesi d’anticipo sperando le accordino –, è stata la mia prima grande fiera del fumetto, e ha e avrà sempre un posto speciale nel mio cuore.

Il Comicon è per me diventato negli anni un luogo dell’anima dove, sin dalla prima volta, ho stretto amicizie nell’ambito di certe case editrici che ancora perdurano con persone che qui riesco a vedere almeno una volta l’anno, dove incontrare gente che ho conosciuto solo virtualmente e che finalmente acquista un volto tridimensionale e una voce, dove allacciare ogni volta nuovi rapporti umani e professionali.

Tutto questo nel tempo è cambiato perché è cambiato il modo e il motivo per cui queste relazioni umane e professionali venivano intrecciate. All’inizio ero solo una lettrice, interessata ai fumetti, ma lontana anni luce dal conoscere le case editrici che li pubblicavano e impararne quasi a memoria i cataloghi. Poi sono diventata l’autrice di alcuni articoli per un sito misconosciuto, in cui il fumetto non era certamente l’argomento principale. Alla fine sono approdata a LSB e tutto è cambiato: mi sono letteralmente immersa in un mondo nel quale mi sento profondamente a mio agio, e ancora oggi mi stupisco del fatto che autori anche di fama internazionale chiacchierino con me chiedendomi di dar loro del tu, si ricordino la mia faccia o il mio nome di fiera in fiera, siano contenti di rivedermi e si bevano volentieri un caffè con me al bar.

Ecco, senza fare nomi – ma i diretti interessati sanno che sto parlando di loro –, per me la diciannovesima edizione del Napoli Comicon è stata una full immersion emozionale in tutto questo. È stata non solo impegno per coprire, insieme a Giuseppe Lamola, una manifestazione enorme, non solo fatica per le molte ore in piedi, mangiando al volo un panino preparato in albergo la mattina alle otto per risparmiare sui prezzi proibitivi del bar della Mostra, non solo stanchezza per i chili di fumetti acquistati (in barba alla promessa di comprarne giusto un paio, magari con dedica degli autori, e non di più) e portati in spalla tutto il giorno, ma anche grande divertimento, leggerezza, risate, abbracci, baci, sguardi e strette di mano. È stato dirmi che nel mio piccolo sono parte di tutto questo, che sto facendo un buon lavoro e non solo sono orgogliosa di me ma ne sono felice.

In questo pezzo – che avevo già preannunciato a Ettore Gabrielli sarebbe stato molto “di pancia” e poco serio – avrei potuto spendere qualche parola sulle cifre del Comicon, sul magistero di Recchioni, sulla polemica Boschi, sull’imbarazzante sfoggio d’ignoranza di Biggio e Delogu durante la cerimonia di consegna dei Premi Micheluzzi, sulle piccole imprecisioni nella gestione delle code o degli incontri (che mi hanno riferito, ma non ho toccato con mano), sul fatto che mi è dispiaciuto vedere gli autori dell’area Semi-Pro incasellati come galline in un pollaio, quando forse meriterebbero molto più spazio e possibilità di interazione fra loro… Ma non lo farò.

Mi è stato chiesto un pezzo “da blog” e credo che questo lo sia. I commenti seri li lascio ai miei colleghi, molto più capaci e razionali di me. In queste poche righe ho voluto metterci il cuore, in una spontanea dichiarazione d’amore verso il Napoli Comicon, che ha da sempre e sempre avrà un posto specialissimo nel mio cuore.

Un grazie, doveroso ma che ho lasciato infondo per non rubare spazio a questo delirante flusso di coscienza, va allo stand E28. Loro sanno il perché.

Al 2018. È una speranza, e una promessa.