Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?

Komikazen 2012: Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?
Con i suoi libri per Becco Giallo sull'incidente alla ThyssenKrupp e sulla morta di Carlo Giuliani al G8, come anche per le sue vignette per l'isoladeicassaintegrati.com, De Carli si colloca...
Articolo aggiornato il 29/04/2016

Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?

(Trento, 1970), dal 1996 è attivo collaborando con autoproduzioni e fanzine: FL, PT7, Ganesh, Centrifuga. Partecipa allo Sherwood Comix Festival: Comix Against Global War, Vite Precarie, Fortezza Europa, Resistenze, al Crack! Fumetti Dirompenti e all’INDaYs. Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?Ha fatto parte della mostra “Futuro Anteriore” all’interno del Comicon 2006. Nel 2007 esce “Intimo Cucito” per il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona. Per Becco Giallo ha disegnato “ThyssenKrupp Morti Speciali S.p.A.” su testi di Alessandro Di Virgilio e “Carlo Giuliani il ribelle di Genova”. Il suo sito è www.manueldecarli.it.

Innanzitutto, ti senti parte del movimento autoriale che sviluppa il cosiddetto fumetto di realtà?
Ho disegnato due libri per Beccogiallo, diverse collaborazioni a progetti editoriali riguardanti temi sociali e di cronaca, ho fatto vignette per un sito (www.isoladeicassintegrati.com) che appoggia lotte di operai licenziati, cassintegrati o in mobilità (alcune di queste sono in mostra al Festival).
In verità non mi sento di far parte nello specifico di un movimento o di un gruppo; si tratta, nel mio caso, di un’inclinazione generale a capire meglio le cose intorno a me e di una profonda curiosità nell’applicare questo risultato al mezzo fumetto.

Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?

Ti sei dato degli obiettivi nel portare avanti la tua ricerca?
Raccontare fatti che mi sembrano degni di essere raccontati. Sono sempre più convinto che non tutti i progetti e le idee, sia che si tratti di proposte, sia che provengano da proprie iniziative, sono realizzabili. Subentrano molti fattori, uno su tutti la capacità di sentire e captare una suggestione in maniera chiara, avere coscienza di ciò che si affronta. Su questo punto ricordo una discussione che ebbi con Scòzzari (cito lui non a caso) sulla coscienza/conoscenza, disse: “come cazzo si fa a realizzare un lavoro su dei fatti reali se non si è direttamente coinvolti?
È un’osservazione giusta, con la quale è difficile essere in disaccordo. Rimane il concetto della storicizzazione dei fatti, la possibilità di accedere a delle informazioni che in qualche modo coinvolgono tutti, che sono di dominio pubblico, alle quali applicare una visione personale che può essere di grande importanza, se fatta stando lontani dai revisionismi.
Si pone in definitiva un problema di tipo deontologico: Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?raccontare i fatti da un punto di vista oggettivo, fattuale o dare un suono, una nota alle vicende?
In buona sostanza: raccontare o essere raccontati? Per quello che mi riguarda raccontare, che significa prendere il tempo giusto, il che può variare da progetto a progetto. Essere fondamentalmente, o il più possibilmente, onesto.

Lo specifico del fumetto quali limiti ti ha imposto e quali risorse ti ha fornito?
I limiti sono pari a zero, da un punto di vista tecnico, di fattura. Il fumetto è veramente poco dispendioso. Per quanto riguarda le risorse invece il limite è il più delle volte esterno: sta nel non investire a favore di tale attività.
Per esempio per effettuare viaggi, per raccontare meglio e direttamente avvenimenti lontani e poco sconosciuti. Sarebbe una grande ricchezza, come ipotesi, un libro a fumetti sul dopo Fukushima o sulla vita di un’operaio/a che fabbrica IPhone in Cina o ancora la silenziosa, drammatica trasformazione che sta avvenendo in Africa. Purtroppo bisogna dire che qualora vi fosse la possibilità di autofinanziarsi si porrebbe la questione pubblicazione. Mancano editori illuminati. Ciò nonostante tutto questo può essere una grande possibilità per capire meglio il mondo, per approfondire notizie che spesso hanno lo spazio di una velina o che, purtroppo, non si conoscono affatto. Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?Farlo in una modalità straordinaria come quella del fumetto è strumento di conoscenza personale prima, e di divulgazione poi, eccezionali.
Prendo ad esempio il libro su Carlo Giuliani: per me, che non ero a Genova nel 2001, è stata l’occasione  per approfondire quei fatti in una modalità del tutto particolare, non meno intensa dell’esperienza diretta. L’incontro con i familiari a Genova, i sopralluoghi a Via Tolemaide, P.zza Alimonda, la casa di Carlo, le riunioni, le foto, i filmati, il materiale processuale, gli studi e i disegni preparatori, le mille mail, più di un anno di lavoro sulle tavole e poi le presentazioni, i dibattiti (per non parlare della scoperta di una diffusa disinformazione sull’argomento). Tutto questo è una risorsa, ancor prima che lavorativa, intellettuale, di profonda crescita personale.

Ricerca storica, biografia, racconti di formazione: in quali di questi ambiti preferisci muoverti?
Bisognerebbe mettere tutti questi stili insieme in un’unica storia. I primi due sono certamente più compatibili tra loro, ho l’impressione di averli in qualche modo toccati nei libri che ho realizzato. Mi interessano tutti e tre, senza pregiudizi. Torno a ripetere, si tratta di capire come e cosa, in che modo.

Manuel De Carli, raccontare o essere raccontati?

Domanda classica: i tuoi prossimi progetti!
Sto curando l’edizione francese di “Carlo Giuliani il ribelle di Genova”, che uscirà l’anno prossimo in occasione del Festival del fumetto ad Angoulême.
Sto coltivando da tempo un lavoro di cui non vedo ancora la fine, ambientato in Africa nella prima metà del secolo scorso. Ho due sceneggiature da leggere: entrambe riguardano biografie.

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