Kaiju Club: intervista a Messina, Schiti e Simeoni

Le nostre interviste, dal vivo e in differita, a David Messina, Valerio Schiti e Emanuel Simeoni, sui progetti personali e sul Kaiju Club.

Kaiju Club è il nome sotto cui si sono raccolti tre dei più talentuosi Kaiju Club: intervista a Messina, Schiti e Simeonidisegnatori italiani che lavorano attualmente nell’industria dei comics americani: , e Emanuel Simeoni.

David Messina è il primo ad aver esordito nel mondo del fumetto. Dopo alcuni lavori in Italia e una serie di volumi erotici per il mercato francese e quello spagnolo, ha iniziato la collaborazione con IDW Publishing, su serie legate all’universo di Buffy,  Star Trek e True Blood. Ha lavorato anche con Marvel, Image Comics e fra qualche mese sarà il disegnatore regolare di Catwoman per DC Comics. È insegnate alla Scuola Internazionale Comics di Roma, dove è stato maestro di Schiti e Simeoni. 

Valerio Schiti inizia a lavorare per IDW sulla serie Angel, continua realizzando numeri di Infestation, TMNT fino ad approdare in Marvel, dove realizza Journey into Mistery, New Avengers e Guardians of Galaxy. 

Emanuel Simeoni, il più giovane dei tre, ha lavorato per il mercato francese, per IDW come assistente alle matite di Elena Casagrande su Angel e True Blood e per DC Comics, per cui ha realizzato uno speciale di Batman Inc., alcuni numeri di Talon e Batman Eternal.

Lo Spazio Bianco li ha incontrati il 16 maggio al Panini Store di Firenze e ha parlato con loro del Kaiju Club e dei progetti personali.

Salve ragazzi. Parliamo prima di tutto del vostro gruppo, e partiamo dall’inizio: come vi siete conosciuti e come vi è venuto in mente di creare questo progetto? E perché avete scelto proprio questo nome?
Ci siamo conosciuti alla Scuola Internazionale di Comics di Roma, dove David (e adesso anche Emanuel) insegna. Valerio ed Emanuel sono stati entrambi prima studenti di David, per poi collaborare insieme su alcuni progetti e infine diventare amici. In più occasioni, per affrontare deadline improbabili, ci siamo aiutati a vicenda e alla fine la scelta di fare ancora qualcosa insieme, in un’atmosfera più ludica, era inevitabile.
La scelta del nome è venuta spontanea vista la nostra passione per un certo tipo di cinema spettacolare e fracassone. Ma mentre ne parlavamo ci siamo resi conto che c’era anche un’altra ragione legata al concetto stesso di Kaiju Eiga.In questo genere di film i mostri sono palesemente uomini in costumi di lattice senza alcuna pretesa di verosimiglianza o realismo ma amati dal pubblico proprio per questa “sincerità”.Questa visione non si discosta molto dalla nostra idea di fumetto.Per noi il fumetto non dovrebbe cercare di scimmiottare il cinema o peggio nascondersi dietro pretese di intellettualità (spesso svilendo la parte grafica perché considerata “meno importante” della storia stessa) ma essere più consapevole della sua potenza immaginifica e, perché no, a volte anche della sua leggerezza.
Il fumetto per noi può e deve essere La Mia Vita Disegnata Male, Ultimates, Dylan Dog, Un Polpo Alla Gola, Moon Knight, Rughe, Watchmen o Akira e non cercare di essere un “film su carta” o un “romanzo grafico” ma semplicemente un fumetto.

Kaiju Club: intervista a Messina, Schiti e Simeoni

Oggi esistono molti gruppi di disegnatori che si sono affermati singolarmente e poi si sono riuniti per creare progetti più personali: penso per esempio all’Italian Job Studio, tanto per rimanere in tema di disegnatori italiani per il mercato statunitense. Cosa vuol dire far parte di un gruppo di disegnatori? Ci si influenza vicendevolmente, ci si confronta sul proprio lavoro e si cerca ispirazione l’uno nell’altro?
Far parte di un gruppo o “collettivo” significa prima di tutto uscire da quell’isolamento verso cui tendenzialmente ti spinge un lavoro come quello del disegnatore.
Far parte di un collettivo significa anche inserire il proprio lavoro in uno scambio di input, idee, stimoli ed influenze che difficilmente sarebbe possibile avere come singoli individui chiusi in casa a lavorare. Nel nostro caso poi c’era anche l’esigenza di poter accettare incarichi extra fumetto, come concept design per la televisione o per linee di giocattoli, che come singoli individui già impegnati nel frenetico mercato statunitense sarebbe stato impossibile gestire. Ma oltre a questo, nel nostro specifico caso c’è anche la possibilità di condividere una visione comune del medium fumetto e divertirsi nel renderla concreta e condividerla con il pubblico. Avere progetti alternativi e paralleli ai nostri incarichi su Batman, Guardians Of the Galaxy, Wolverine o Catwoman ci lascia aperta quella finestra di puro divertimento, indispensabile per non perdere il contatto con il pubblico e la passione per il nostro lavoro.

 

Tutti e tre siete attivi prevalentemente all’estero, negli USA: cosa vi ha portato a lavorare oltreoceano? È stata una scelta voluta, eravate più attratti da quel mondo piuttosto che dal fumetto italiano?
Ad averci portato oltreoceano è stata la passione per il fumetto americano prima di tutto, che è alla base della nostra formazione come autori individuali.
Oltre a questo va anche aggiunto un certo ostracismo nei confronti di stili di disegno e storytelling meno classici, come i nostri, che in Italia, almeno fino a tempi recenti, non erano visti di buon occhio. Spostarci dall’altra parte dell’oceano era inevitabile per chi come noi, per quanto ami e apprezzi il fumetto italiano, sentiva il bisogno di percorrere altre strade.

Anche il vostro gruppo guarda soprattutto al mercato statunitense, magari puntando a lavori creator owned con editori quali Image, BOOM!Studios e altri? O avete idee e progetti da proporre in Italia?
Al momento siamo proiettati verso il mercato americano per diverse ragioni che vanno dai nostri contatti (raggiunti e consolidati in anni e anni di lavoro oltreoceano) ai tipi di progetti che stiamo proponendo sicuramente meno in linea con il mercato italiano.
E’ anche vero però che al lavoro con noi c’è Diego Cajelli (Bonelli, Panini e Astorina), che noi reputiamo essere uno degli sceneggiatori più interessanti e talentuosi del fumetto italiano ed appassionato conoscitore di quello americano e della cultura pop in generale.La presenza di Diego ci assicura quella solidità tipica della tradizione italiana e questo a nostro parere renderà i nostri prodotti fruibili tanto all’estero quanto in Italia.
A questo punto bisogna solo vedere se qualche editore in Italia può essere interessato…

Cosa credete che possa imparare il mondo del fumetto italiano da quello statunitense?
Senza dubbio la varietà.
Il nostro è un mercato che si fonda su una singola casa editrice, la Bonelli, e le sue scelte sia in termini di genere, che di formato o di autori, condizionano pesantemente tutte quelle realtà più piccole che spesso però non investono nei progetti e negli autori con lo stesso coraggio.
Solo per fare un esempio in termini numerici, se qui in Italia abbiamo la Bonelli e l’Astorina che producono su base mensile approssimativamente una quindicina di testate, in America abbiamo 14 case editrici (di 5 premier publishers) che producono attorno ai 400 titoli mensili con una varietà di genere e stilistica da noi ancora distante.La concorrenza porta alla competizione e la competizione porta a rischiare, ad avere coraggio e a cercare di proporre cose nuove.
Questo non vuol dire che tutte e 400 le testate siano prodotti originali e di alta qualità, ma questa situazione crea l’humus ideale perché si osi di più e si facciano anche prodotti estremamente originali e interessanti.

Kaiju Club: intervista a Messina, Schiti e SimeoniIl vostro ultimo lavoro come gruppo è Yamazaki – 18 Years. Potete parlarci brevemente del volume?
Il primo volume è nato quasi di getto, coinvolgendo tutti quegli amici che sapevamo avrebbero portato un valore aggiunto al nostro lavoro. Diego Cajelli, Luca Bertelè e Rita Petruccioli si sono gettati a capofitto nel nostro progetto con la nostra stessa passione, aiutandoci a confezionare un volume che fosse al tempo stesso una dichiarazione di intenti, uno svago e un gioco per noi tre che non vedevamo l’ora di metterci a creare qualcosa di nostro.
Nel volume abbiamo voluto inserire anche gli studi realizzati per creare i personaggi e mettere così su carta sia la passione che ci accomuna tutti, quella per il concept design, sia delle storie a fumetti brevi, mute, che dessero spazio al disegno prima che alle parole, per rimarcare il nostro amore per la narrativa per immagini, per il fumetto stesso.
Il riscontro con il pubblico è stato molto buono: abbiamo quasi esaurito tutte le copie della prima stampa e Yamazaki – 18years ci ha portato i primi contatti per lavori di design e concept art (per televisione e linee di giocattoli) in America ed in Europa.

Infine, la più classica delle domande: cosa prospetta il futuro per il Kaiju Club?
Al momento siamo al lavoro su diversi progetti contemporaneamente (oltre alle nostre carriere personali) che ci vedono alla prova su vari fronti. Il primo è la progettazione del supporto e del lancio di una miniserie creator owned, realizzata da uno di noi come autore completo ma con il supporto dello studio alle spalle. L’altro è un volume di concept art e redesign di alcuni dei nostri personaggi preferiti. Infine il più impegnativo, il secondo volume di Yamazaky – 18years, ancora con Diego Cajelli ai testi;stavolta un lavoro più corposo,con più spazio per lo sviluppo dei personaggi e dei concetti che avevamo introdotto nel primo Yamazaki. Questo secondo volume fa parte di un progetto più grande e ambizioso su cui stiamo lavorando da oltre un anno ma di cui non possiamo ancora dire di più!

Grazie mille per il tempo che ci avete concesso e per le vostre risposte. A presto!

Intervista realizzata dal vivo e via mail tra il 16 e il 23 maggio 2015

 

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