Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di “Tuki saves the humans”

Dopo aver seguito passo passo la prima stagione editoriale del webcomic "Tuki saves the humans" di Jeff Smith, vi proponiamo un'analisi complessiva di questa nuova creazione del padre di Bone...
Articolo aggiornato il 03/11/2015

All’interno della rubrica Nella Rete del Fumetto, Lo Spazio Bianco ha inteso sperimentare un nuovo modo di recensione: “una recensione seriale per un fumetto seriale”. Il primo dei fumetti che abbiamo sottoposto a questo trattamento è stato Tuki Save the Humans, il webcomic di che ha da poco concluso la sua prima stagione. L’ esperimento è proseguito per sei puntate all’interno del nostro appuntamento quattordicinale dedicato al mondo dei . Quello che vi presentiamo qui è un sunto di ciò che emerso da quelle recensioni seriali e un’analisi globale sulla nuova creazione del padre di .

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"Dopo Bone e Rasl, il terzo personaggio a prendere vita dalla matita di Jeff Smith è un uomo preistorico, più precisamente un ominide di nome Tuki, vissuto quasi due milioni di anni fa. In un mondo minacciato dalla glaciazione, il protagonista è il primo uomo destinato a lasciare il continente africano, culla dell’umanità, in una sorta di missione che ha come scopo la sopravvivenza del genere umano, minacciato da arcane forze della natura.
Tuki saves the humans è la più recente serie a fumetti creata dal cartoonist americano e ha la peculiarità di essere un webcomic, almeno in questa prima incarnazione.
Il fumetto ha esordito a fine novembre 2013 sul sito di Smith e la prima stagione si è conclusa il 7 febbraio 2014 con la pubblicazione, in totale, di ventisei tavole.

Sul versante dell’analisi della vicenda, l’atmosfera del fumetto appare molto più vicina a quella di Bone che non a quella di Rasl. Seppur il protagonista sia un umano, Tuki, il mondo nel quale muove i suoi passi richiama molto da vicino la foresta e gli ambienti nei quali si muovevano i tre cugini Bone. Gli immensi paesaggi montagnosi, la savana africana e gli enormi alberi che per il momento fanno da sfondo alla narrazione richiamano alla memoria la “fantasia” e la natura presenti nella prima opera di Smith.
Anche il tono della vicenda, che si adagia su una leggera comicità di fondo, avvicina questa serie a quella di Bone e come in quella, qui finora si sono ritrovati molti passaggi e sequenza narrative mute, prive di dialogo (la prima nuvoletta è comparsa solo nella settima tavola), giocate ottimamente sulla mimica e le espressioni del protagonista che, per simpatia e modo di fare è più vicino alla creatura antropomorfa che rese famoso Smith, piuttosto che al protagonista controverso e combattuto di Rasl.

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Dalla tav. 11 – L’incontro tra Tuki e lo sciamano Homo Habilis

 

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Estratto dalla tav. 15

Solo nella tavola 11 il protagonista incontra, per la prima volta, un altro essere che cammina in maniera eretta. L’autore, in una delle didascalie che accompagnano le tavole, ci suggerisce essere un Homo Habilis, un’altra specie ominide molto più simile alla scimmia che all’essere umano. Ma la sorpresa di Tuki quando il nuovo arrivato apre bocca è la stessa del lettore: anche in questa nuova storia narrata da Smith, tutto è molto di più di ciò che appare.
Jeff Smith comincia a inserire nella narrazione gli elementi strutturali che configurano la storia e lo fa avvalendosi dell’ominide della razza Habilis che si è posto sulla strada di Tuki e che sembra, a tutti gli effetti, essere uno sciamano.
Per sua bocca, Smith comincia a svelare alcuni dettagli del passato del protagonista che si capisce essere più dell’ominide sempliciotto finora presentato, per quanto i momenti comici nel fumetto lo abbiano sempre come attore principale.

Con l’introduzione di elementi mitologici per bocca dello sciamano, quali le creature chiamate little ones, esseri antichi, ultimi della loro specie, e la citazione di luoghi proibiti agli esseri umani la vicenda si delinea sempre di più come un’avventura fantasy nelle sue componenti principali (Tuki quale predestinato, la tipica quest verso un posto proibito, la protezione da parte di esseri mitici), seppur smorzata dagli intermezzi comici. Altra cosa che ricorda molto da vicino le atmosfere di Bone.

È solo nella tavola 22 che assistiamo all’arrivo, forse per la prima volta dall’inizio della storia, della componente action, che naturalmente accelera il ritmo della narrazione.
Così, mentre il protagonista dimostra uno spiccato altruismo nel salvare il suo “amico” sciamano dalla furia della mandria di bufali inferocita, viene anche ribadita l’aura misteriosa che avvolge Tuki, ripetuta sempre attraverso le parole dello sciamano, stavolta stupito del fatto che l’ominide riesca ancora a comprendere il suo idioma, nonostante l’esaurimento dell’effetto della pozione “magica”.
La tavola 25 porta poi quello che sembra un nuovo mistero: Tuki che scopre l’orma del piede di un bambino in mezzo a quelle di numerosi animali, una delle quali di enormi dimensioni. Come nelle più classiche storie a fumetti seriali americane, la vicenda si chiude con un cliffhanger e dovremo aspettare la seconda stagione (prevista all’esordio nel mese di aprile)  per scoprire chi sia il misterioso bambino seguito dall’altrettanto misterioso felino di grandi dimensioni dei quali Tuki ha iniziato a seguire le tracce.

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Tav. 25

Nelle prime tavole della vicenda, l’imperativo principale che sembra muovere il protagonista è la ricerca di cibo, preoccupazione fondamentale per l’uomo primitivo. Anche l’incontro con l’altro ominide sembra muovere dalla fame del protagonista, con il suo stomaco che brontola e che induce il rappresentante dell’Homo Abilis a prendersi gioco di lui con grasse risate.

Jeff Smith spinge molto, in questo inizio della sua storia, sulla descrizione di una delle reali preoccupazioni principali dell’uomo primitivo, la ricerca continua di una fonte di sostentamento alimentare. Un aspetto “veritiero” nella narrazione che l’autore cerca di innestare sui paradigmi più fantasiosi del racconto.
Altra caratteristica peculiare è quella di accompagnare alcune tavole con una didascalia di commento sottostante, esplicativa di un particolare della sequenza narrativa oppure atta a spiegare un aspetto del mondo primitivo in cui si muove il protagonista.

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Estratto dalla tav. 4

Se da un lato è ancora prematuro esprimere un giudizio su questa nuova creatura smithiana, dall’altro è già possibile analizzarne alcune caratteristiche evidenti fin da questa prima stagione.

Partiamo dalla prima scelta fondamentale fatta dall’autore, cioè quella di cimentarsi con la pubblicazione digitale. L’intenzione iniziale di Smith era di pubblicare una tavola al giorno per cinque settimane consecutive, fermarsi per due mesi e ricominciare con un’altra “stagione” lunga cinque settimane. E così via. L’autore ha però disatteso questa impostazione poiché la frequenza delle tavole postate è stata varia e altalenante.
Senza dubbio, l’arco della narrazione ha risentito di questa pubblicazione sincopata e a singhiozzo. Non è stato certo facile per il lettore seguire l’evolversi di una vicenda composta da un’azione continua, senza quasi mai salti temporali, ma rilasciata a distanza di giorni o, talvolta, settimane.
Forse Jeff Smith non ha colto l’anima, ammesso che di una sola anima si possa parlare, dei webcomics: ovvero, la serialità “finita” dei prodotti a fumetti nativi digitali, la compiutezza e completezza a livello narrativo che ogni webcomic possiede e che, chiaramente, gli deriva da quello che è il suo antenato geneticamente più vicino: le strisce a fumetti.
È chiaro che il cartoonist statunitense ha pensato alla serie di Tuki come a un prodotto che, sì, ha una prima visione sul web, ma la cui collocazione finale sarà, quasi sicuramente, analogica: il tradizionale volume stampato.

Infatti, soffermandosi sul formato, Jeff Smith ha scelto, oculatamente, un layout rettangolare orizzontale, ottimale sia per la lettura su dispositivi quali tablet, smartphone e laptop, sia per una successiva trasposizione in formato cartaceo. L’autore ha intervallato splashpage con all’interno piccole finestre narrative a pagine impostate tradizionalmente con una gabbia di vignette  variabili. Questa scansione grafica incasellata in una gabbia molto fitta di vignette gli permette di ridurre i dialoghi al minimo e di lasciare alla dinamicità del movimento sequenziale di esplicare in maniera chiara e semplice la narrazione.
Canone di quest’avventura smithiana è la suddivisione della tavola in tre strisce che, in una possibile matrice massima di nove vignette, permette all’autore di “fondere” le componenti della gabbia grafica creando vignette orizzontali, verticali e piccoli riquadri affiancati nei momenti in cui deve accelerare il ritmo della narrazione.

La conclusione è che la “destinazione finale” di Tuki sia l’edizione cartacea. Jeff Smith non ha scelto, un formato tipico dei prodotti digitali come quello verticale (per rimanere in Italia, possiamo prendere come esempi le produzioni di Makkox, Zerocalcare e Giacomo Keison Bevilacqua), bensì ha ripiegato su un’impostazione di tavole che abbiamo efficacia se lette sui dispositivi digitali, senza tuttavia comportare molti problemi di adattamento nel momento in cui debbano andare in stampa.

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Tavola 9 – Esempio della “flessibilità” nel layout della gabbia grafica scelta da Jeff Smith

Ciò che invece differenzia Tuki dalle precedenti creazioni dell’autore è l’uso del colore. Smith ha da subito deciso di presentare questa sua nuova serie in policromia, diversamente da quanto era successo in precedenza per Bone e Rasl che erano state arricchite dal colore solo in seconda sede.
Seppur comprensibile come scelta – il colore ben si adatta agli schermi dei dispositivi digitali -, se Jeff Smith avesse optato anche stavolta per la presentazione delle tavole in bianco e nero, il fumetto non ne avrebbe assolutamente risentito. Data la qualità e la definizione del tratto del disegnatore, l’uso che fa delle ombre piene e delle campiture nere, il colore appare come un semplice “optional” che sicuramente rende più appetibile agli occhi il fumetto, ma non ne è elemento narrativo portante.

Jeff Smith goes digital: un’analisi della sua prima stagione di "Tuki saves the humans"
Estratto dalla tav. 21

Detto ciò, la storia che si sta sviluppando è comunque interessante e rileggendo le ventisei pagine tutte insieme acquista una solidità e uno sviluppo che non si poteva percepire nella lettura “a puntate”.
Jeff Smith al momento si è limitato a mettere in scena le varie pedine dell’azione e a collocarle nello scenario in cui essa si svilupperà. Abbiamo dunque fatto la conoscenza di Tuki, dello sciamano Homo Abilis e del misterioso bambino della tavola finale, li abbiamo visti muoversi nei panorami della grande savana africana. Questo’approccio all’azione è tipico dei numeri di esordio di qualsiasi serie a fumetti e questa prima stagione di Tuki a tutti gli effetti la si può considerare come un first issue del fumetto.
Dobbiamo dunque aspettare la primavera per vedere come la storia del nostro ominide si svilupperà e come egli farà a salvare la razza umana…

Abbiamo parlato di: 
Tuki Save The Humans, tavole #1-26
Jeff Smith
Novembre 2013 – Febbraio 2014
boneville.com/tuki

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