Tra Italia e USA: intervista ad Andrea Mutti

Conosciamo Andrea Mutti, prolifico disegnatore apprezzato in Italia e all'estero, attualmente impegnato su Ribelli, serie Dark Horse scritta da Brian Wood.

Tra Italia e USA: intervista ad Andrea Mutti, bresciano classe 1973, è attivo nel campo dei fumetti da più di venti anni. Dopo l’esordio su riviste e il lavoro per Xenia e Fenix di Roma, realizza alcuni numeri di Lazarus Ledd e Hammer. Nel 1995 entra a far parte della squadra di Nathan Never. Da qui, la sua ascesa nel mondo del fumetto e l’approdo nel mondo dei comics statunitensi, dove ha lavorato per tutte le più importanti realtà editoriali: da Marvel a DC Comics, da BOOM! Studios a Dark Horse, passando per Dynamite e Vertigo. Attualmente è impegnato nella realizzazione di Ribelli, romanzo storico sceneggiato da Brian Wood, e su Batman & Robin Eternal, serie settimanale DC Comics.

Ciao Andrea e grazie per il tempo che ci concedi. È la prima volta che ti intervistiamo, quindi vorremmo partire dagli albori: che cosa ti ha portato a diventare un disegnatore?
Ciao a tutti voi. Come posso cominciare? La passione del raccontare le storie mi ha portato al disegno. Non mi sento uno che disegna, bensì uno che racconta storie. Tengo a sottolineare questa differenza, perché fondamentalmente mi sento attratto dalla narrazione, in primo luogo come lettore, e sono sempre alla ricerca di una nuova partenza.
Dopo il tuo esordio, nel 1994, su DNAction e Demon Story, sei passato alla Star Comics su Lazarus Ledd e Hammer. Che cosa ricordi di quelle esperienze?
Ero giovane, giovanissimo! E pieno di entusiasmo e ottimismo (cosa che a dire il vero non mi abbandona neanche tuttora). Sono state tutte palestre utilissime, la famosa gavetta che forse oggi manca a molti e che butta al macello la carriera di molti talenti, sognatori che si scontrano con una realtà spigolosa e piena di persone ben diverse dagli eroi di cui scrivono. Hammer e Lazarus Ledd sono state due esperienze straordinarie, sia dal punto di vista umano che professionale. Ho conosciuto tanti amici che mi hanno fatto da guida. Sentivo la loro stima nei miei confronti e la fiducia di poter far sempre meglio. Ancora oggi cerco di non deludere tutte quelle persone, per questo non mi sento mai “arrivato” e sempre in evoluzione.

Arrivato in Bonelli, sei stato arruolato su Nathan Never. Tra Italia e USA: intervista ad Andrea MuttiChe rapporto hai con la fantascienza?
La fantascienza, lo spazio e tutto quello che ne concerne mi hanno da sempre affascinato, anche se poi ho imparato ad amare molti generi diversi. Però sono un lettore tiepido di romanzi di fantascienza pura: ci sono molti titoli che mi hanno appassionato, ma non li seguo con la stessa passione che mi spinge a leggere i fumetti di fantascienza.

Come hai gestito il ruolo di disegnatore in una produzione seriale già in corso, peraltro partendo da un albo inserito in una saga in più episodi? Credi di esser riuscito, negli anni, a realizzare un “tuo” Nathan Never?
Col tempo ho preso le misure. Avevo un sacco di esempi da usare come ispirazione e pian piano la cosa si è assestata da sola. Sono entrato nella scuderia di Nathan Never in un momento topico, c’era anche Martin Mystere di mezzo, un personaggio amatissimo. Una situazione bella ma anche molto dura. Detto questo, fu una lunga e bellissima esperienza in quella che considero la casa editrice per eccellenza, quella in cui sono cresciuto.

Recentemente hai realizzato alcuni numeri di Batman Eternal, serie settimanale scritta e disegnata a più mani. Ci sono dei cambiamenti nel modo di lavorare di un disegnatore quando ci sono più autori a lavorare su una storia molto lunga e complessa?
Gli americani danno molta libertà all’artista. Ovvio che i costumi e le caratteristiche principali debbano essere rispettate, ma poi apprezzano che tu ci metta del tuo. È uno stimolo fantastico: spesso trovi approcci interessanti o hai modo di sperimentare soluzioni grafiche e stilistiche diverse. Un lavoro divertente e utile, in cui hai modo di rinnovarti continuamente.

Tra Italia e USA: intervista ad Andrea MuttiParliamo adesso della tua opera più recente, Ribelli, che hai realizzato insieme a Brian Wood e Jordie Bellaire. Come sei stato coinvolto nel progetto?
Con Brian siamo amici da molto tempo e abbiamo lavorato insieme su altri progetti. Eravamo sempre in contatto e un giorno, vedendo alcune tavole, mi propose un progetto. Mai mi sarei aspettato fosse questo! (ride). Comunque ne fui subito interessato e così siamo partiti… e siamo solo all’inizio!

La storia creata da Wood si concentra su un episodio poco conosciuto della storia statunitense. Da europeo, come hai affrontato questa sfida? Quanto è stato lungo il lavoro di ricerca per raggiungere la precisione e il livello di dettaglio ottenuti?
Essendo un amante della storia e in particolare di quella della nascita degli Stati Uniti d’America, è stata un’impresa più “semplice” di quanto si possa credere. Ovviamente semplice è un parolone. Mi sono documentato molto, dapprima sui libri che avevo, poi sul materiale ch mi ha mandato Brian. Ovviamente film, serie tv e Google hanno fatto il resto. Ho anche acquistato qualche capo d’abbigliamento e arma per essere ancora più sicuro di essere realistico. Ma di sicuro qualche imprecisione ci sarà scappata!
Comunque il punto fondamentale per noi era il senso del momento storico, l’azione di gente comune mossa dall’ideale di libertà, la storia di tutti quelli che hanno contribuito a creare quella nazione. La ricerca è dunque fondamentale per un lavoro del genere. E per me è stata interessante a prescindere dal lavoro.

Come scritto nelle note finali del sesto numero di Ribelli, in questo fumetto hai voluto rappresentare non solo il contesto storico nel dettaglio, ma anche la ruvidezza e la violenza delle battaglie. In altre opere, hai sfruttato un tratto più pulito, dimostrando grande poliedricità. Come si è evoluto il tuo stile nel corso degli anni e quali sono state le influenze che lo hanno orientato?
Aver avuto il privilegio di lavorare con diversi editori, su diversi personaggi e ambienti, mi ha stimolato e aiutato a sperimentare soluzioni grafiche differenti. Credo sia la caratteristica che più mi identifica. Mi piace questa cosa, è apprezzata e mi da chiaramente un raggio di azione più ampio. Non sono vincolato a forme o stili, sono versatile, mi piace non somigliare a me stesso. E soprattutto mi fa divertire un sacco! Le mie influenze sono innumerevoli e continuo a ricercarle, per questo non starò a elencarle. Sono curioso, mi piace mettermi in gioco e continuare a evolvere. Ogni volta che ho sottomano un talento da osservare mi ricordo di quanto sia ancora lunga la strada.

Tra Italia e USA: intervista ad Andrea Mutti

Il tuo stile è molto ricco, denso di dettagli. Puoi parlarci della tua tecnica, degli strumenti che prediligi? Cosa ne pensi della resa in digitale dei tuoi disegni?
Sono un tradizionalista di ferro! Uno che annusa l’inchiostro quando apre un vasetto, annuso le pagine di un fumetto, tocco la carta con cui lavoro. Forse riti fuori dal tempo, ma troppo importanti per me che appartengo ancora a una generazione che vede il proprio lavoro come qualcosa di artigianale, secondo la filosofia di Gianluigi Bonelli. Quindi uso di tutto, pennelli, pennini, pennarelli. Sperimento, a volte mi accorgo che tutto funziona, altre volte che ci sono problemi. Per quanto riguarda la resa digitale, penso che nessuno possa dirsi pienamente soddisfatto per la qualità della stampa, anche se ottima. E credo che sia normale: essere contenti ma consapevoli che nel passaggio, per forza di cose, si perde qualcosa.

Disegnare e inchiostrare una tavola in un mercato frenetico Tra Italia e USA: intervista ad Andrea Mutticome quello statunitense non è semplice. Qual è il tuo approccio a questo tipo di produzione?
Ho un approccio classico, ultimamente stampo in ciano per evitare pasticci che altrimenti sarebbero inevitabili. Tendo a riempire moltissimo le pagine anche in fase di matita. Per i supereroi, per esempio, a volte vado a riempire gli spazi neri, appesantendo la carta. Dopo, inchiostrare diventa davvero dura. Ma ho un grandissimo amico e collaboratore, con il quale ho lavorato su Star Wars, Conan, Rage: Gigi Baldassini, un fenomeno! Inchiostra magnificamente, molto meglio di me. Ma questo non diteglielo! (ride).

Nella tua carriera hai lavorato sia su albi in bianco e nero che a colori: ci sono dei cambiamenti nel tuo modo di lavorare in questi due casi così diversi?
Quando so che il fumetto sarà, solo in bianco e nero, tendo soprattutto al tratteggio e ai chiaroscuri che spesso perdono di efficacia in un albo a colori. Oppure cerco di trovare una buona via di mezzo con il colorista, che è sempre pronto ad ascoltarti, come in ogni buon gioco di squadra.

Parlando di coloristi, con quale ti trovi in maggior sintonia artistica? E come ti sei trovato a lavorare con Jordie Bellaire, una delle più quotate coloriste del mainstream americano?
A volte va bene, perché hai tempo di dare consigli, se il disegno non è chiaro e ci sono fraintendimenti. A volte invece le scadenze sono così strette che non si può far niente. È già tanto se si riesce a finire un albo! (ride). Che cosa dire di Jordie? Semplicemente mitica.

Hai lavorato per tutte le più importanti case editrici statunitensi, per il mercato italiano e francese. Traendo un bilancio, qual è stata l’esperienza che ti ha lasciato più soddisfatto? Quale invece quella che ti ha lasciato più deluso o contrariato?
Sono state tutte esperienze stupende ma diverse. Gli USA sono il mio posto ideale, per come lavorano, per cosa fanno e come lo fanno. Mi piace il loro rispetto per chi sei e ciò che fai. La squadra che creano è sempre unita: si vince tutti o si perde tutti. Ma anche in Europa sono stato fortunato. L’Italia ha il potenziale per fare molto di più, se ci passa la paura possiamo dire la nostra. E spero si possano creare poli editoriali che facciano cose un po’ diverse, che osino un po’ di più. In fondo Roma non è stata costruita in un giorno, chi meglio di noi italiani può dirlo?

Tra Italia e USA: intervista ad Andrea MuttiAvendo lavorato su così tante serie e personaggi, c’è da chiedersi se non ci sia ancora un sogno nel cassetto. Magari disegnare un particolare personaggio o lavorare ad una specifica serie creator owned…
Ho avuto la grande fortuna di lavorare su Batman, che per me resta il fumetto con la F maiuscola, da sempre. Ho avuto la soddisfazione di lavorare su Star Wars, Conan, Iron Man, Punisher e tanti altri. Però si deve sempre sognare, quindi vorrei realizzare qualche numero di Hellboy, Mister No, Devil. Lavorare con Azzarello, Snyder, Hickman e… Frank Miller! L’ho sparata! E non ti dico Alan Moore, sennò non pubblichi l’intervista! (ride). Come vedi, non ho limite ai sogni. E ovviamente, mi piacerebbe scrivere e disegnare qualcosa di mio per gli Stati Uniti. Diciamo che ne sto parlando con qualcuno… ma di più non dirò.

Infine, chiudiamo con la domanda classica: a parte il proseguimento di Ribelli, ci sono altri progetti all’orizzonte?
Allora, direi che ci sono un bel po’ di progetti. Con Brian (Wood) e Justin Giampaoli stiamo lavorando a un What if per Stela, che uscirà prima in digitale e poi in cartaceo. Per il resto, non posso sbottonarmi. Posso dire che sto lavorando a qualcosa di “Alieno” e “Criminale”, rispettivamente per Dark Horse e Dynamite. In più sto lavorando su Batman e Robin e ho anche un lavoro francese. Di sicuro non sto qui a trastullarmi, ecco!

Grazie mille Andrea per il tempo che ci hai concesso, buon lavoro e alla prossima!

Intervista realizzata via mail tra il 15 e il 18 gennaio 2016

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio