Intervista a(b)braccio a Silvia Ziche

La surrealtà delle storie Disney e un abbraccio al Lucca Comics & Games con Silvia Ziche.

Cosa c’è di più umano del raccontare storie? Il mondo del fumetto è un ambiente professionale, regolato da leggi di mercato, concorrenze, gerarchie e persino tasse. Ma il suo solo aspetto fondamentale sono le storie: raccontate e disegnate da autori che si divertono, si impegnano, si arrabbiano, si imbarazzano, sono, insomma, umani.

Con un abbraccio e qualche domanda si prova a ricordarlo.

Intervista a(b)braccio a Silvia ZicheSilvia Ziche inizia a lavorare nel mondo del fumetto negli anni Ottanta, collaborando alla rivista Linus e creando la serie Alice a quel paese. Approda su Topolino nei primi anni Novanta, dove inizia a sviluppare il suo personale stile grafico, inizialmente debitore delle lezioni di Giovan Battista Carpi.
Nel 1996 scrive e disegna la lunga storia
Il mistero del papero del mistero, serializzata in tante brevi puntate per richiamare lo stile delle telenovelas, primo esperimento che avrà successivamente nuove avventure di questo tipo e che ha affermato la Ziche anche come sceneggiatrice particolarmente portata per l’ironia.
Da allora non ha mai abbandonato il fumetto Disney, e dal 2007 disegna ogni settimana la vignetta d’apertura di Topolino, denominata
Che aria tira.
Fuor di Disney, dal 2006 ha creato il personaggio di Lucrezia, simbolo della donna disillusa alla perenne ricerca dell’anima gemella e protagonista di varie strisce su
Donna Moderna e di diversi volumi da libreria editi da Rizzoli Lizard.

Durante Lucca Comics & Games 2016 ha presentato Topolino e la spada di ghiacciolo, parodia Disney su sceneggiatura di Sio della Saga della spada di ghiaccio di Massimo de Vita, ed è stata intervistata e abbracciata da Lo Spazio Bianco.

Ciao Silvia! Nelle interviste a(b)braccio partiamo solitamente dal principio. Tu hai già dichiarato più volte che sin da piccola sapevi che avresti fatto la fumettista, ma ti ricordi un momento o una storia in particolare che ti ha fatto pensare che avresti potuto fare questo lavoro?
Intervista a(b)braccio a Silvia ZicheInterpreto la domanda in maniera un po’ diversa. Per me c’è stata infatti una storia che ha cambiato il mio modo di vedere il lavoro. Io ho sempre voluto fare fumetti, e per questo mi sono impegnata tantissimo. Mi piaceva, mi divertiva… però all’inizio, come puoi immaginare, era anche molto difficile: per quanto riguardava i miei personaggi dovevo riuscire a trovare il modo di raccontare qualcosa che potesse piacere alle riviste, nel mio caso a Linus o a Cuore, e anche trovare un mio modo personale per farlo, cosa non proprio facile. Per Topolino dovevo imparare a disegnare i personaggi nei canoni disneyani, e non era facilissimo neanche quello. Dietro ai miei fumetti c’era quindi una grande fatica, oltre alla grande voglia e al piacere di farli.
Ma c’è stata una storia, per la precisione la Papernovela, o Il mistero del papero del mistero, che mi ha fatto scattare qualcosa. Quella in realtà è stata anche la mia prima storia scritta per Topolino, e lì ho capito che la fatica poteva essere dimenticata e che poteva essere tutto un gran divertimento. Quella storia me la ricordo proprio per questo: è stato il passaggio al divertimento vero nello scrivere e nel disegnare storie a fumetti. E da lì in poi ho sempre cercato di seguire quella strada: è quella più bella, più gratificante per me, e rende anche il risultato più piacevole ai lettori.

Sono proprio contenta di sentirtelo dire, perché anche per me, che all’epoca avevo dieci anni, la Papernovela è stata una rivelazione! Tornando all’intervista… come accennavi prima, tu sei conosciuta sia come disegnatrice sia come autrice, per Topolino ma anche per altre testate. In quale dei due ruoli ti senti più a tuo agio?
In entrambi, in realtà. Anzi, credo che fare entrambe le cose sia stata la scelta più furba che abbia mai fatto. Quando scrivo mi metto al tavolino, mi alzo in piedi, cerco un modo per risolvere gli snodi narrativi… e mi sembra un po’ di non stare facendo niente. Naturalmente non è vero, perché sto pensando, sto inventando la storia… ma io sono una persona abbastanza iperattiva, quindi non vedo l’ora di cominciare a disegnare. Quando disegno, invece, la consegna è più vicina, passo ore, ore e ore a disegnare, sento la fatica, e a un certo punto comincio a dirmi: “Oddio, non vedo l’ora di finire per ricominciare a scrivere”. Fare una cosa mi fa venire voglia di fare l’altra, e quando cambio c’è un momento in cui mi rilasso veramente! Per questo direi che la cosa che mi piace di più è farle entrambe.

Intervista a(b)braccio a Silvia ZicheDa qualche anno utilizzi anche tu i social network per diffondere vignette e dare notizie sul tuo lavoro; collabori inoltre con alcuni autori, come Sio e Tito Faraci, che invece utilizzano tantissimo i social network. Pensi che questo abbia influenzato in qualche modo il tuo rapporto con i lettori?
Sì, è un canale diretto che prima non c’era. Un tempo il riscontro con i lettori si aveva solo in determinate occasioni, come Lucca Comics, oppure perché qualcuno si prendeva la briga (come ho fatto io quando ero bambina, perché volevo conoscere Cavazzano) di scrivere alla redazione dicendo “Ciao, sono la bambina X mi piacerebbe tanto sapere chi è quel disegnatore, voglio dirvi che quella storia mi è piaciuta tanto”. Bisognava proprio fare la fatica di scrivere una lettera, prendere un francobollo, trovare l’indirizzo, spedire… e poi non si riceveva mai risposta, ovviamente!
Invece adesso c’è un canale diretto, che era assolutamente inimmaginabile fino a pochi anni fa. Diciamo che, mentre prima i lettori erano presenti solo in alcune occasioni, adesso per forza di cose noi autori siamo obbligati ad averceli presenti sempre. È un bene e anche un male: a volte non dà quel tempo necessario per sedimentare un pochino le cose, per pensare… però fondamentalmente credo che sia un bene.

Pensi che questo rapporto abbia in qualche modo influenzato le tue vignette?
Per forza, le mie vignette affondano le radici nella realtà contemporanea, sia quelle per Topolino sia quelle di Lucrezia. Dato che ormai viviamo non circondati, ma immersi, assediati dai social network o da vari attrezzi tecnologici, mi ritrovo a fare un sacco di vignette sull’argomento. Per fare solo un esempio, a me fa morir dal ridere vedere per strada tutte le persone che girano con lo schermino davanti al naso. Su questo ho fatto un sacco di vignette, perché è cambiato proprio il nostro modo di camminare per strada. È un qualcosa che ha cambiato profondamente le nostre vite, quindi ci faccio un sacco di vignette!

Sin dagli anni Novanta hai avuto uno stile abbastanza particolare per quel che riguarda Topolino, con una sfumatura surreale. Adesso ti trovi a lavorare con un autore come Sio, che è ancora più surreale. Pensi che i vostri lavori siano stati accolti in maniera diversa, dalla redazione e dal pubblico di Topolino?
No, non credo… in realtà la surrealtà non è unica, ci sono diversi universi paralleli, quindi la surrealtà di Sio è diversa dalla mia ed è diversa da quella di Tito Faraci: però credo che siano tutte compatibili con i personaggi di Walt Disney. Voglio dire, stiamo parlando di un mondo con paperi e topi antropomorfi che vivono in un paese delirante… per forza che le storie surreali vanno bene! In un mondo del genere tutti i tipi di surrealtà vanno benissimo, e quella di Sio è benvenuta!

Ultima domanda. A parte l’abbraccio che stiamo per scambiarci, hai avuto altri momenti imbarazzanti nel mondo del fumetto e che ti senti pronta a raccontare?
Ah, ah! Be’, ce n’è uno che raccontavo proprio poco fa… ogni tanto sono lì che disegno per i lettori e all’improvviso mi vedo l’obiettivo di una macchina fotografica che mi arriva a cinque centimetri dal naso. E mi dico “Oddio, ma che faccia avrò, come può venire la foto…” Quello è molto imbarazzante!

Intervista a(b)braccio a Silvia Ziche

Intervista realizzata dal vivo il 30 ottobre 2016

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