Intervista a(b)braccio ad Alfredo Castelli

“Sempre meglio che lavorare!”: cinquant’anni di fumetti, dieci minuti di chiacchiere e un abbraccio con Alfredo Castelli.

Cosa c’è di più umano del raccontare storie? Il mondo del fumetto è un ambiente professionale, regolato da leggi di mercato, concorrenze, gerarchie e persino tasse. Ma il suo solo aspetto fondamentale sono le storie: raccontate e disegnate da autori che si divertono, si impegnano, si arrabbiano, si imbarazzano, sono, insomma, umani.

Con un abbraccio e qualche domanda si prova a ricordarlo.

Intervista a(b)braccio ad Alfredo Castelli, nato a Milano nel 1947, nel 2015 ha festeggiato cinquant’anni di carriera: per l’occasione, il 16 dicembre, al Wow Spazio Fumetto di Milano si sono riuniti amici, fan, colleghi della redazione Bonelli e un’intervistatrice dello Spazio Bianco. Il tema della serata sono state le “Sciocchezze & Stupidaggini” realizzate da Alfredo Castelli nell’ultimo mezzo secolo: Scheletrino e l’Omino Bufo, ma anche i fotomontaggi e le vignette ambientate nelle numerose redazioni. Alfredo Castelli è in effetti un personaggio poliedrico e dai molti interessi: autore televisivo e radiofonico, sceneggiatore, giornalista, saggista e storico del fumetto. Nel 1965 crea con Paolo Sala la prima fanzine italiana di fumetto, Comics club 104. Esordisce nello stesso anno come soggettista-disegnatore di Scheletrino, una parodia del fumetto “nero” edito in appendice a Diabolik. Dal 1967 scrive per vari editori: Universo (Pedrito el drito, Rocky Rider, Piccola Eva…), Mondadori (Topolino), Alpe (Cucciolo e Tiramolla) e la stessa Astorina (Diabolik). Crea alcuni spot pubblicitari per “Carosello” e nel 1968 è coautore dei periodico Tilt, giornale satirico edito dall’editore Bertieri. Nel 1969 per l’editore Gino Sansoni dirige insieme a Pier Carpi il mensile Horror, realizzando per quest’ultimo la striscia Zio Boris e vari racconti autoconclusivi. Dal 1971 collabora con l’editore Sergio Bonelli scrivendo storie per Zagor, Mister No e due episodi di Un uomo un’avventura. Nel 1982 crea Martin Mystère e tutte le edizioni correlate. Collabora in veste di redattore oltre che autore a varie testate: Corriere dei Ragazzi, Il Giornalino (ed. Paoline), SuperGulp! (Mondadori), Eureka (Corno), Magic Boy (Massimo Baldini editore).

Nel 1970 al salone di Lucca riceve lo Yellow Kid come migliore sceneggiatore dell’anno; nel 2015, nella stessa città viene incoronato Maestro del fumetto. Sempre nel 2015, ha ricevuto il Premio Speciale alla Carriera presso Napoli Comicon.

Intervista a(b)braccio ad Alfredo CastelliLa prima domanda non può che riguardare la sua lunga carriera, durante la quale ha lavorato sia a fumetti umoristici sia a opere più serie. Qual è il genere che le dà più soddisfazione?
Mah, sono due cose diverse. Ti direi che è il genere “ironico”, chiamiamolo così. Io non riesco mai a prendermi troppo sul serio… perciò mi piacciono i fumetti in cui c’è un po’ di autoironia, e spesso si tratta di prodotti umoristici. Mi piace anche il genere avventuroso, ovviamente. Ma i fumetti che mi vengono meglio, quelli più istintivi, hanno sempre qualcosa di umoristico.

In effetti, ha cominciato da lì.
Sì, è così che sono fatto di natura: se c’è un po’ di presa in giro, mi diverto. Con altre storie, quelle molto seriose, mi rompo i…

Sempre riguardo alle varie esperienze che ha fatto, ha lavorato sia con le fanzine, sia in redazioni serie. Sono sicuramente ambienti molto diversi. Qual è quello che secondo lei funziona meglio, o semplicemente quello che le piace di più?
Senza dubbio la redazione in cui mi sono divertito di più è stata quella del Corriere dei ragazzi! Ci sono stati dei momenti non spiacevoli, persino gradevoli, anche alla Mondadori. Ma tutto dipende dalla situazione: c’è gente più simpatica, gente meno simpatica. Per quanto riguarda le fanzine invece, non conosco nessuna fanzine che abbia una vera redazione. Al massimo c’è della gente che si aggrega, o che si fa il giornale da solo.

Intervista a(b)braccio ad Alfredo CastelliIn questa serata fra passato e futuro si è parlato anche di social media, grazie ai quali il fumetto umoristico ha avuto un nuovo rilancio. Lei cosa ne pensa?
Ne penso bene! Voglio dire, ha avuto un rilancio, evviva! Evviva, anche perché con i fumetti succede uno strano fenomeno: se un fumetto nasce in rete c’è la possibilità che funzioni bene anche su carta; se invece è solo promozionato in internet non è detto che funzioni né sulla carta né sulla rete.

Si aspettava tutti questi festeggiamenti per i cinquant’anni di carriera? O meglio, si aspettava di arrivare ai cinquant’anni di carriera?
Ecco, la seconda meno. I festeggiamenti sì e no, nel senso che molti li ho organizzati io! Però stasera non credevo che ci sarebbe stata tanta gente. Ne sono felice perché, conoscendo questo posto, più di dieci persone non me le aspettavo, eheh!

Il titolo dell’incontro era “Sempre meglio che lavorare!”. Adesso pensa di mettersi al lavoro sul serio o ha altri progetti?
Nooo… nel senso che il titolo è scherzoso, perché molti pensano che fare questo tipo di lavoro non sia di fatto un “lavoro”. Sicuramente, è uno dei pochi lavori che uno si sceglie sempre liberamente: non credo che nessuno sia mai stato obbligato a fare il fumettaro “perché mio padre voleva che…” No no no! niente a che vedere con il dottore o l’impiegato in banca. E quando si sceglie una cosa, farla è sempre meglio che lavorare.

Intervista a(b)braccio ad Alfredo CastelliUltima domanda: in tutta la sua carriera c’è stato qualche momento particolarmente imbarazzante?
(Mentre una fila di persone attende di salutare e scattare qualche foto, Castelli nega che ci siano stati episodi imbarazzanti)
Non credo di aver avuto momenti particolarmente imbarazzanti, o meglio, ce ne sono, ma non c’entrano niente con il fumetto! Oh, guarda quella foto (indicando le diapositive che ancora scorrono): ecco, questa non è stata spiegata bene!

Allora cambierei domanda. Rimanendo nell’ambito dei momenti: quale è stato quello in cui ha capito che la sua carriera sarebbe stata fare fumetti?
Quello quasi subito. L’importante è stato quando ho capito – ed è stato non troppo tempo fa – che c’è anche un momento per fermarsi un filino per evitare di fare “cazzate”. Non bisogna arrivare al punto di farsi “venire da solo due palle così”!

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