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Il giovane Yoshio: il Giappone spietato del maestro Tsuge

Il giovane Yoshio: il Giappone spietato del maestro Tsuge
Con Il giovane Yoshio, raccolta di sei storie realizzate fra gli anni ’70 e ’80, Canicola prosegue la traduzione delle opere di un maestro riconosciuto del fumetto gekiga iniziata con L’uomo senza talento. Fra le pagine di Tsuge il ritratto spietato di un Giappone minore.

“Il capo della Galvanotecnica Oba è morto di tubercolosi un anno fa. Accade spesso agli operai di queste fabbriche.”

Il giovane Yoshio: il Giappone spietato del maestro Tsuge

Un’affermazione lapidaria, questa, che in due didascalie trascina subito il lettore in un inferno di crudo realismo. Sono le battute di apertura di Il giovane Yoshio, raccolta di storie firmate dal maestro del fumetto giapponese Yoshiharu Tsuge con cui la casa editrice ha dato seguito al successo ottenuto appena un anno fa con il suo L’uomo senza talento (premio Gran Guinigi all’ultima edizione di Lucca Comics).

Sei storie realizzate fra gli anni ’70 e ’80, all’interno di quello che è considerato il periodo di maturità di Tsuge, ultimo atto ufficiale di una carriera lavorativa che si interrompe bruscamente di lì a poco, a seguito di una profonda crisi personale dell’autore.

Una crudezza e una sincerità che sfiorano il parossismo, uno sguardo che nella sua apparente indifferenza nichilista registra punto per punto e con un taglio e un rigore quasi scientifico un Giappone lontano dai riflettori, ma grondante di piccole storie che valeva certamente la pena raccontare.
Sono questi forse alcuni degli elementi che fanno di Tsuge un maestro riconosciuto del fumetto in tutto il mondo, e ora, grazie alla traduzione italiana delle sue opere (che vede impegnate tanto Canicola quanto la Oblomov di Igort), sta pian piano emergendo anche qui da noi.

Il giovane Yoshio: il Giappone spietato del maestro TsugeLe storie che compongono Il giovane Yoshio, tutte antecedenti a L’uomo senza talento, segnano per il lettore di oggi un percorso a ritroso che rappresenta una rasoiata alla gola fra chine e ideogrammi. Nessuno spazio ai sentimentalismi, solo (e non è poco) una sequenza diretta di episodi minori che, messi assieme, raccontano spietatamente un paese dalle molteplici contraddizioni.

Galvanotecnica Oba, pubblicato nel 1973, è dunque solo l’inizio di un girone infernale in cui il piccolo protagonista – evidente alter ego dell’autore – è portato a fare i conti con i disastri familiari, affettivi, economici e professionali che costellano la sua (più reale che romanzata) biografia, ben restituita da Vincenzo Filosa in un testo al termine del volume.

Amore e violenza vanno a braccetto in queste più o meno brevi narrazioni per immagini. A colpire, nelle vicende raccontate da Tsuge, è semmai lo stretto rapporto – drammaticamente speculare – fra le dinamiche familiari e quelle che prendono piede nell’ambiente di lavoro. Da una parte e dall’altra vige indisturbata la sopraffazione spietata sul più debole: dove non c’è affetto, dove i rapporti si prosciugano, ecco subentrare un inesorabile cinismo.

“Fin che il “man” resterà incollato al “ga”, il manga non verrà mai considerato vera arte.”

Sono queste le parole che il maestro Tayama confessa al giovane aspirante mangaka protagonista della storia che dà il titolo al libro. Nel ripercorrere il suo apprendistato artistico, infatti, Tsuge mette in campo retrospettivamente anche la sua insofferenza verso la tradizione del linguaggio manga, una polemica che – come ha ricostruito recentemente Igort su linus (#5, maggio 2018) – lo porta a farsi rappresentante con Tatsumi Yoshihiro del movimento gekiga (“immagini drammatiche”).

Il giovane Yoshio: il Giappone spietato del maestro TsugeNessuna sorpresa allora se le storie di Tsuge sembrano pericolosamente avvitarsi su se stesse prima di risolversi in un inesorabile nulla di fatto: la narrazione non è redenzione, nessuno dei suoi personaggi sembra infatti migliorare la propria condizione esistenziale nelle tavole in cui è chiamato in causa.

Tsuge e Tatsumi, ha scritto ancora Igort, “sono i cantori infaticabili di perdenti e derelitti, messi ai margini da una società efficientista”. Questo elemento dimostra dunque tutto il valore sociale dell’operazione narrativa iniziata dall’autore a partire dalla metà degli anni ‘50: il fumetto diventa nelle sue mani uno strumento potentissimo per gettare luce sul presente.

Tutta la miseria che regna nelle sue tavole è perfettamente restituita da un tratto quantomai asciutto, modulato con mestiere fra vignette scarne in cui domina il bianco della pagina e anfratti oscuri in cui il tratteggio insistito (sia esso una fitta pioggia o un denso chiaroscuro) compongono un immaginario visivo che si sostiene ed è a sua volta sostenuto dai dialoghi spogli o da didascalie dirette, spesso narrate in terza persona a suggerire (per poi negare per contrasto) un apparente distacco.

Con L’uomo senza talento, salutato come un piccolo caso editoriale per il fumetto in Italia, si è dunque data la stura a una pesca fruttuosa nella ricca e complessa opera di Tsuge Yoshiharu. Il giovane Yoshio amplia ora la ricostruzione editoriale del suo lavoro riportando le lancette indietro nel tempo e dimostrando tutto il valore di un maestro (ri)conosciuto.

Abbiamo parlato di:
Il giovane Yoshio
Yoshiharu Tsuge
Traduzione di Vincenzo Filosa
Canicola, 2018
224 pagine, brossurato, bianco e nero – 19,00 €
ISBN: 9788899524340

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