Il fumetto non insegua il realismo

Il fumetto non insegua il realismo
Ospitiamo l'intervento del critico fumettistico Giuseppe Pollicelli con una interessante riflessione sul rapporto tra fumetto e realtà, stimolata dalla lettura di “Salvezza”, la graphic novel di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso pubblicata da Feltrinelli Comics.

Questo testo è la trascrizione,rivista per Lo Spazio Bianco dall’autore, della 17°  puntata della videorubrica Sono solo nuvolette, curata da Giuseppe Pollicelli per conto di Scuola Internazionale di Comics; la puntata è stata pubblicata il 22 maggio 2018 sia sul canale YouTube sia sulla pagina Facebook della Scuola.

Salvezza,  scritto da e disegnato da , è uno dei titoli più recenti della collana . Si tratta di un lavoro che nasce da un’esperienza realmente compiuta dai due autori (i quali sono anche tra i protagonisti del libro, essendo Salvezza un racconto in prima persona): trascorrere, alla fine del 2017, tre settimane a bordo di “Aquarius”, la nave con cui le associazioni SOS Mediterranée e Medici Senza Frontiere compiono nel Mediterraneo operazioni di soccorso a beneficio dei profughi che provano a raggiungere l’Europa partendo per lo più dalle coste della Libia.

Se questo lavoro fosse stato realizzato non attraverso il fumetto, ma tramite un mezzo audiovisivo, si sarebbe senz’altro potuto definirlo documentario; il che lo accomuna a tutti i fumetti che si fanno rientrare nel filone – relativamente recente ma già ricco di moltissime opere – che viene detto graphic journalism.

Il fumetto non insegua il realismo

Rizzo e Bonaccorso scelgono di documentare la loro sconvolgente esperienza mettendo quasi del tutto da parte gli aspetti di carattere “narrativo”. Non c’è nessuna storia individuale, singola, che venga da loro seguita: si accenna alla vicenda di una coppia eritrea, ma si resta appunto allo stadio di abbozzo. Le tavole, realizzate con la tecnica dell’acquarello in bianco, nero e grigio (più l’arancione, il colore dei giubbotti di salvataggio), sono peraltro inframmezzate da numerose pagine che consistono in una pura e semplice raccolta di informazioni, in parte di carattere geopolitico e in parte relative alle procedure che è necessario seguire nelle operazioni di salvataggio in mare.  Sono nozioni probabilmente necessarie, ma non c’è dubbio che appesantiscano non poco la lettura.

Il fumetto non insegua il realismoIn generale Salvezza, fatte pur salve le ottime intenzioni con cui è stato realizzato e anche i suoi non disprezzabili esiti, sembra soffrire di un difetto che è proprio di pressoché tutti i fumetti riconducibili al graphic journalism: il didascalismo, che rende arduo lasciarsi coinvolgere appieno da ciò che viene raccontato. Il problema, di solito, si presenta in misura minore quando, al contrario di Rizzo e Bonaccorso, si sceglie una via più narrativa anziché puramente documentaria, ma nelle opere di graphic journalism esso è rilevabile con una frequenza che non può essere considerata casuale.

L’uscita di Salvezza rappresenta pertanto un buon pretesto per affrontare, finalmente, una questione che è stata sempre trascurata e omessa: il rapporto che il fumetto intrattiene – e può intrattenere – con il vero, con la realtà. È una questione di enorme portata, con cui le altre forme espressive – dalla letteratura al teatro, dal cinema alla pittura – si sono sempre misurate. Il fumetto non lo ha mai fatto ed è grave, perché tale questione chiama in causa – del fumetto – le caratteristiche fondanti, la “natura profonda”.

Un’opera a fumetti che voglia rapportarsi al vero mirando a essere il più fedele possibile nel riferire la realtà (è senz’altro questa l’ambizione di Salvezza) risulta penalizzata sia rispetto al reportage scritto sia rispetto al mezzo audiovisivo. Rispetto al reportage scritto perché quest’ultimo consente innanzitutto di riportare una quantità incomparabilmente più elevata di informazioni: inserire un numero eccessivamente alto di dati in un’opera a fumetti rende l’immagine, cioè uno degli elementi basilari del fumetto, fatalmente ancillare, “di servizio” rispetto al testo. La qual cosa genera il già denunciato didascalismo, facendo diventare faticosa la fruizione.

La prosa, poi, è per sua natura più evocativa del fumetto, per cui un reportage scritto consente al lettore di delineare nella sua mente, con l’ausilio della propria immaginazione, le persone di cui si sta raccontando; di delinearle in base alla sua fantasia, al suo retroterra culturale, al suo bagaglio di esperienze, ma – si badi bene – di delinearle del tutto realisticamente.

Rispetto al mezzo audiovisivo, invece, il fumetto difetta ovviamente del suono: per esempio, nel caso di una vicenda drammatica come quella che è al centro di Salvezza, mancano i rumori del mare, dei motori delle imbarcazioni con a bordo la gente disperata; manca il suono della voce dei testimoni e dei protagonisti diretti della vicenda. Manca, infine, l’immagine fotografica, che restituisce per come davvero sono le fisionomie di queste persone, il loro volto e il loro corpo.

Il fumetto non insegua il realismo

Il fumetto deve sempre operare una trasfigurazione, proporre un’immagine disegnata che sia sostitutiva di quella reale a cui fa riferimento. Anche il segno più realistico, più capace di riportare la realtà di un individuo (o di un paesaggio), compie comunque una più o meno marcata trasfigurazione. Il fumetto, quindi, occorre ribadirlo, risulta meno evocativo (meno evocativo di dati di realtà: è proprio una faccenda quantitativa) di un testo scritto. E, inevitabilmente, meno verosimile di un documentario audiovisivo. In entrambi i casi, dunque, il fumetto soffre, è in affanno nel confronto con le altre due tecniche espressive.

Date queste premesse, si può concludere che il fumetto, in ragione della sua natura profonda e per sue caratteristiche intrinseche, non è in condizione di riprodurre con un accettabile tasso di fedeltà – quindi di riprodurre in modo soddisfacente – la realtà. Dal momento che trasfigura il reale attraverso sequenze di immagini disegnate, il fumetto non è idoneo a essere realista, verista. Sin dall’inizio, del resto, la storia del fumetto si è separata da quella del coevo cinema proprio in merito alle modalità di relazione con il reale.

Prima dell’avvento del graphic journalism si può dire che in tutti i fumetti realizzati con un segno definibile “naturalistico” le vicende narrate fossero sempre all’insegna dell’inverosimiglianza, con personaggi che, sotto il dominio dell’avventura, non compivano azioni proprie di uomini e donne in carne e ossa, ovvero azioni realistiche, bensì azioni in vario modo eccezionali, fuori dall’ordinario. In una parola, impossibili. Questo discorso non vale per il cinema e ciò non è evidentemente una coincidenza.

Quando affronta la realtà, e sceglie di imboccare la strada dell’impegno sforzandosi di ricreare accadimenti reali, il fumetto consegue i risultati migliori quanto più si attiene alle sue fondamenta, a quello che possiamo chiamare il suo “specifico”.

Non è un caso se uno dei risultati più felici tra i recenti esempi di graphic journalism lo abbia ottenuto, con Kobane Calling, Zerocalcare, il quale possiede un segno tendente non certo al realismo ma semmai al pupazzettismo; un segno molto funzionale proprio perché, operando del reale una trasfigurazione marcata, scongiura l’effetto didascalico ed evita a monte la “competizione” (perdente) con prosa e audiovisivo.

Il fumetto non insegua il realismo

Uno degli elementi che più connotano il fumetto, fin dal suo primo manifestarsi come forma di espressione codificata, è rappresentato dagli animali antropomorfi, i quali certo derivano dalle favole ma sono poi divenuti costitutivi del fumetto. Uscendo dal perimetro del graphic journalism, ma seguitando a guardare a fumetti che si occupino di temi alti e attinti dalla realtà storica, è giocoforza riandare al precedente clamoroso del Maus di Art Spiegelman, in cui uno dei fatti più sconvolgenti del XX secolo, la Shoah, viene sì trattato per mezzo del fumetto, ma utilizzando, del fumetto, uno degli elementi più caratterizzanti in assoluto: i già citati animali antropomorfi. Ricorrendo a figure per definizione non realistiche come i funny animals, e attraverso un tratto consapevolmente antirealistico, Spiegelman ha saputo affrontare con inaudita efficacia, turbando e coinvolgendo profondamente milioni di lettori, l’argomento reputato per eccellenza non affrontabile: l’Olocausto. Sicuramente non sarebbe mai riuscito in una simile impresa se, tramite il fumetto, si fosse prefisso l’obiettivo del realismo.

L’auspicio è che queste brevi ed estemporanee riflessioni, compiute sulla scorta della lettura di Salvezza di Rizzo e Bonaccorso, valgano quale punto di partenza per futuri approfondimenti, più elaborati e organici, sul rapporto tra il fumetto e la realtà, tema decisivo finora sempre eluso.

La nostra convinzione, lo ribadiamo, è che quanto più il fumetto cerca di andare a rimorchio del reale, prova a essergli fedele, tenta di farne una mimesi, tanto più rischia il fallimento. Quanto più invece rielabora la realtà rispettando ed esaltando, in primo luogo graficamente, le proprie peculiarità di linguaggio e di mezzo espressivo (si pensi anche al Pompeo di Andrea Pazienza), tanto più riesce a scandagliarla nel profondo e a restituirla nella sua verità.

1 Commento

1 Commento

  1. renato ciavola

    1 giugno 2018 a 09:44

    Quello che scrivi è interessante, Giuseppe. Come sempre, cerchi nuove strage di indagini su questo medium che in fondo, anche se – come dici tu – non è evocativo come una narrazione tout court fatta di solo testo, e ne sono convinto anche io. Però sarebbe importante a questo punto approfondire l’argomento. Io voglio prenderlo come “incipit” per una espansione dell’analisi. C’è da parlare ad esempio del “fumetto storico”, come il romanzo storico, e sai quanto siano bravi nel mondo francofono in questo campo. Ad maiora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su