I tre volti di Topolino nel ventennio fascista

I tre volti di Topolino nel ventennio fascista
Prosegue la collaborazione tra Lo Spazio Bianco e lo scrittore e sceneggiatore Tommaso Vitiello. Una serie di pezzi che indagano su curiosità e stranezze del mondo del fumetto. L'articolo esamina la vita editoriale di Topolino sotto la dittatura fascista. Illustrazione di Luca Albanese.

È il 28 ottobre 1922. Al suono di migliaia di stivali che battono all’unisono, il partito fascista italiano schiaccia sotto il suo tacco di cuoio l’intero stivale. Nello stesso anno, oltre oceano, un giovanissimo Walter Elias Disney apre la sua prima azienda di produzione di cortometraggi animati: la Laugh-o-Grams Films.

Passano due anni. È il 10 Giugno 1924. Giacomo Matteotti viene rapito e assassinato. La sua unica colpa è quella di aver denunciato i brogli elettorali del partito di Mussolini.
Ad Hollywood vengono girati le Alice Comedies, una serie di cortometraggi a tecnica mista diretti dallo stesso , ispirati al mondo immaginifico di Alice nel paese delle Meraviglie. Il 9 Dicembre 1928, il gran consiglio del Fascismo viene costituzionalizzato e l’Italia è ufficialmente sotto la dittatura dell’aquila e del fascio littorio. Circa due settimane prima, la Walt Disney Production trasmette nelle sale degli Stati Uniti il corto animato: Steambot Willie… il cui protagonista è quel Mickey Mouse che tutti conosciamo.

Mentre l’Italia si logora sotto il peso della dittatura, il fumetto non fa altro che rispecchiare la situazione pesante che si va lentamente ad affermare. Il fumetto diventa propaganda, ma è proprio durante il ventennio che si formano gli autori che poi avrebbero lasciato un segno nel futuro. Anche il topo più famoso del mondo sbarca sulle coste italiane e si prepara ad invadere l’intera penisola, iniziando una lotta contro il fascismo e le sue prepotenze che lo vedrà però purtroppo perdente.

È il 1930 quando in un supplemento de La gazzetta del Popolo, L’illustrazione del Popolo, viene pubblicata la prima striscia di Topolino , traduzione delle strip americane scritte direttamente da Walt Disney e disegnate da Ub Iwerks che a soli tre mesi dalla pubblicazione statunitense arrivavano in Italia, nascoste nella pagina delle barzellette di un supplemento domenicale del quotidiano torinese. Come un clandestino, il topo stampato arriva in segreto e inizia a farsi notare senza troppa confusione.

Sono strip tradotte, per avere qualcosa di autoctono bisogna aspettare fino al 1931, quando, dopo quaranta numeri su L’illustrazione, le storie di Topolino passano a Il popolo di Roma che inizia a produrre storie nuove, grazie soprattutto alla sapiente matita di Guglielmo Guastaveglia. Le piccole storie pubblicate, principalmente in rima, hanno dei comprimari quantomeno discutibili, soprattutto nell’universo Disney. A dare la caccia al topo infatti c’è spesso Mio Mao il gatto (quel Felix the cat creato nel 1917 da Otto Messmer) che in quel periodo era molto più famoso.

I tre volti di Topolino nel ventennio fascista
Illustrazione inedita realizzata da Luca Albanese.

Appena sbarcato in Italia, Topolino, come qualsiasi clandestino, è costretto ad accettare lavori non troppo edificanti. Ma l’impegno porta successo e come è prevedibile il topo in poco tempo supera il gatto e l’editore Nerbini (fervente repubblicano e quasi immune alle pressioni del fascismo), probabilmente colpito dai brevi corti che venivano proiettati durante le Mattinate Topolino nel cinema Savoia di Firenze, riesce ad anticipare l’idea di una rivista completamente dedicata al Topo della Disney e nel 1932 Topolino arriva nelle edicole con formato giornale 35 x 25, con otto pagine di cui solo la prima era a colori e conteneva effettivamente un fumetto, mentre il resto erano pagine di testo con racconti e articoli educativi.

Il direttore di questo settimanale si firma Collodi Nipote, all’anagrafe lo scrittore Paolo Lorenzini, che è effettivamente il nipote di quel Carlo Collodi creatore di Pinocchio. E non si occupa solo di gestire la rivista, ma anche di scrivere le frasi in rima che si trovano sotto ogni vignetta.

Contemporaneamente una neonata casa editrice, la Frassinelli, pubblica due volumi in cui traduce storie originali di Disney ed Iwerks, rilegandoli in un’edizione di lusso, approfittando della traduzione di Franco Antonicelli (che per l’occasione si firma Antony) e di Pavese, che però preferisce non venire accreditato. Le due pubblicazioni in contemporanea, scatenano una delle prime guerre per i diritti di pubblicazione di un personaggio a fumetti (seconda soltanto alla guerra per le pubblicazioni di Yellow Kid).

Frassinelli aveva chiesto effettivamente i diritti del topo prima di Nerbini e intima all’editore fiorentino di sospendere la pubblicazione. Questultimo quindi, per evitare il ritiro della rivista, cambia per un breve periodo il nome della testata, trasformandola ne Il Giornale di Topo Lino e crea una delle incarnazioni di Mickey Mouse: Topo Lino realizzato dal fumettista Giove Toppi (che in realtà ha anche il merito di aver disegnato la prima storia di Topolino che appare sul giornale settimanale a lui intitolato).

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Ma i due editori hanno fatto i conti senza l’oste, e soprattutto senza Guglielmo Emanuel, futuro direttore del Corriere della Sera e in quegli anni agente editoriale per il più grande syndacate degli Stati Uniti: Il King Features Syndacate che deteneva appunto di diritti per la diffusione e la commercializzazione dei personaggi inventati dalla Walt Disney. Emanuel si intromette tra i due litiganti e fa notare che Frassinelli aveva pagato i diritti per solo due volumi, mentre Nerbini ha solo l’autorizzazione per riprodurre Mickey Mouse nel logo del giornale. Autorizzazione non ricevuta dalla Disney stessa (o dal KFS) ma dal consorzio cinematografico.

Parte quindi la corsa alla conquista di questi diritti, a suon di denaro contante, accuse e denunce. Il primo a tagliare il traguardo è effettivamente Nerbini, che riesce a farsi cedere da Emanuel i diritti della Disney, il settimanale ritorna a chiamarsi Topolino e a pubblicare storie autoctone create principalmente dallo stesso Giove Toppi che aveva lavorato sul primo numero della rivista.
Sono tre anni di grandi successi, l’editore Nerbini sfrutta appieno la miniera d’oro del topo, rimuovendo i testi in rima, riducendo le rubriche e inserendo altri fumetti americani (non bisogna mai dimenticare che la casa editrice Nerbini in quegli anni lancia anche il settimanale l’Avventuroso che era la prima pubblicazione italiana interamente dedicata al fumetto d’avventura americano). Ma il successo è così enorme che le ombre si allungano e altri colossi vogliono mettere le mani sul roditore dai pantaloncini rossi.

Arnoldo Mondadori si incontra in Italia con Walt Disney nel 1934 e convince l’autore americano a cedergli i diritti di pubblicazione. Disney vorrebbe, ma come abbiamo già detto, paradossalmente i diritti non sono gestiti da lui, ma dal King Features Syndacate, che li ha affittati all’editore Nerbini. Ma come in tutti i contratti che si rispetti, anche nel contratto tra KFS Emanuel Nerbini ci sono le clausole scritte in piccolo: Nerbini ha solo la possibilità di pubblicare il materiale inerente a Topolino, sia strisce che tavole, ma non possiede i diritti di tutti gli altri personaggi del mondo Disney.

Mondadori acquista i diritti delle Silly Simphonies e inizia a pubblicarle, forte del suo essere già all’epoca un colosso dell’editoria. Nerbini cerca di rispondere, ma è come cercare di sfondare un portone con uno stuzzicadenti mangiucchiato. Voci di corridoio vogliono che Nerbini, pur di far valere i suoi diritti, si sia rivolto al tribunale fascista, ma come nelle peggiori favole, l’arbitrariato costringe l’editore fiorentino a cedere definitivamente tutti i diritti a Mondadori che in cambio gli paga una lauta buona uscita: circa 300.000 lire (pari a quasi 400.000 euro di oggi).

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Che l’acquisizione sia stata forzata o meno, ovviamente non è possibile saperlo e forse non ci interessa nemmeno. Erano altri tempi, in Italia vigeva la dittatura e non è vero che si stava meglio quando si stava peggio…
E lo deve aver pensato anche la Mondadori (che in quel periodo si chiamava ancora API Associazione periodici Italiani). Nel 1935 il giornale di Topolino passa di mano, Arnoldo Mondadori esulta ma l‘ombra della guerra e della repressione fascista si affacciano minacciose dalle finestre di un’enorme villa seicentesca.

Nello stesso anno Walt Disney ritorna in Italia e ovviamente il suo viaggio fa tappa a villa Torlonia che in quegli anni era la residenza del duce, per poi andare al galà organizzato in suo onore al cinema Barberini in compagnia della moglie e di Galeazzo Ciano. É interessante notare la scritta che, con il classico font del fascismo, capeggia all’interno della sala del cinema: ROMA SALUTA IL POETA DEL CINEMATOGRAFO E IL CREATORE DI TOPOLINO. La festa è un successo e probabilmente spinti dalla passione che il duce e la sua famiglia nutrono per i cartoni e i fumetti Disney, partecipa tutta la nobiltà romana di quel periodo.

Nel ’36 Mussolini dichiara l’Italia un Impero e il fumetto ne risente diventando per certi versi maggiormente xenofobo; nel ’38 il poeta del fascismo Marinetti stila una lista di regole che i direttori di riviste sono caldamente consigliati ad accettare. Con l’aiuto del Minculpop (Ministero della cultura popolare) vengono abolite le importazioni di fumetti di origine straniera.

Solo Topolino sembra immune a questo blocco e la rivista se la passa in maniera decente, riuscendo a pubblicare non solo strisce provenienti da oltre oceano, ma anche strisce di produzione completamente italiana, opera di Federico Pedrocchi, che ha il merito di essere stato il primo a ottenere l’autorizzazione di Walt Disney a creare storie ex novo su quello che sarebbe diventato il papero più famoso del mondo, Donald Duck.
Ma anche se il potere proteggeva Topolino e i figli del duce gli facevano da scudo con le proprie idee, nemmeno quello che adesso è il personaggio più conosciuto del mondo poteva combattere la terribile repressione del Minculpop.

Nel 1942 il regime dichiara guerra agli USA e ovviamente un prodotto così americano non poteva più entrare nelle case di tanti italiani ferventi amanti del regime. Mondadori cerca di ribellarsi a questa censura, ma a nulla valgono gli appelli dell’editore che cerca di puntare il dito sull’italianità del prodotto ma Il ministero è irremovibile: anche il topo deve sparire. Mondadori con l’aiuto di Pedrocchi, cerca di aggirare le regole. Dalla mano di Pierlorenzo de Vita nasce quindi un clone del topo: Tuffolino.

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Il personaggio è un umanizzazione della creatura di Walt Disney: basso, grande testa piena di capelli neri, scarpe gialle e pantaloncini rossi, e anche tutti i comprimari vengono trasformati: Gambadilegno diventa Bimbo, Minni si trasforma in Mimma e Clarabella prima assume il nome di Claretta, ma poi per evitare di essere invisi al duce (Claretta Petacci è la famosa amante di Mussolini) diventerà soltanto Clara. Tristemente di Topolino rimarranno soltanto il logo e il titolo del giornale. Purtroppo l’espediente non funziona. Tuffolino affonda dopo la quarta storia pubblicata, e per ordine del Minculpop la rivista è costretta a chiudere definitivamente nel 1943, in piena seconda guerra mondiale.

Tutto ritorna alla normalità nel 1945, con l’arrivo degli americani, ma ormai i danni sono stati fatti. Pedrocchi, uno dei più promettenti sceneggiatori dell’epoca, viene raggiunto per sbaglio da una salva di mitra americana e muore a guerra ormai finita…

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