Hornschemeier, la poesia dell’annullamento catartico

"Mamma, torna a casa", fumetto complesso e coinvolgente dello statunitense Paul Hornchemeier, e' un ottimo e isolato esempio di fumetto poetico che gioca su diversi piani di lettura e sulla...
Articolo aggiornato il 02/08/2016

Hornschemeier, la poesia dell'annullamento catarticoSerenamente, alla deriva […]
Devi essere in vacanza, oppure è accaduto qualcosa di terribile.
O forse è la tua vacanza a essere terribile […]
Accetto il fatto, non l’assurdità che ne deriva.

Non so cosa abbia spinto ad affrontare il tema della perdita dei genitori in Mamma, torna a casa (edizione Tunué).
Entrambi i genitori di Paul sono attualmente in vita. Ne parlammo recentemente in un’intervista durante BilBOlbul a Bologna, ed è ulteriormente confermato dal recente volume I tre paradossi (edizioni Comma 22), dove l’autore rappresenta, vivi, i suoi genitori, come sono nella realtà (più o meno).
Mamma, torna a casa è quindi una falsa autobiografia. L’io narrante, Thomas, è un uomo che ricorda i mesi successiva alla morte di tumore della madre e alla crisi psicotica che ha portato poco dopo al suicidio il padre, quando lui aveva 7-8 anni. La crudezza degli avvenimenti e il nucleo compatto di emozioni a essi collegati, che li rendono generalmente indicibili, non narrabili, vengono invece affrontati con sorprendente maturità e poesia da Hornschemeier.

Ora, la scelta dell’autore statunitense può generare nel lettore alcuni problemi; il primo, più importante, è la sensazione di tradimento. Viene da pensare che è illegittimo, sbagliato, un “colpo basso”, utilizzare argomenti così difficili e intensi come tema portante di un racconto, se l’autore non li ha vissuti in prima persona. Si tratta pero’ di una riflessione che porta con sé una buona dose di immaturità analitica. Qualunque tema dovrebbe essere legittimo spunto per una narrazione.
Forse, quello che colpisce è la perfetta mimesi attuata da Hornschemeier in tutto il libro, dove tutti, ma proprio tutti gli indizi volutamente inseriti lasciano supporre di trovarsi di fronte ad un’autobiografia autentica. Come per esempio, al fondo della breve nota biografica dell’autore, una foto di Hornschemeier da piccolo, stessa età del protagonista, con il padre, in piedi, sopra un pontile. Una foto che porta l’immagine del ricordo postumo. Un vero tradimento. Un vero colpo di genio.
Perché, addetti ai lavori a parte, per il lettore comune non sapere quale sia la verità ha una forza poetica dirompente. è, questo, un modo per giocare con le aspettative e le emozioni del lettore? Puo’ darsi. Ma si inserisce in un meccanismo narrativo che Hornschemeier usa a piene mani – anche nel successivo I tre paradossi – e che è caratteristico di buona parte della nuova generazione di fumettisti alla quale lui appartiene: la meta-narrazione.

La mimesi autobiografica si sviluppa di pari passo con il formalismo strutturale del racconto. Ogni vignetta e ogni sequenza del fumetto è perfettamente pianificata, studiata, sviluppata per condurre dove l’autore vuole arrivare. Nessuna inquadratura è lasciata al caso o è finalizzata alla sola funzione di sviluppo di una seppur debole trama. In questo, l’opera mostra le stesse attenzioni alla forma che caratterizzano i componimenti poetici. Possiamo spingerci più in là sostenendo che Mamma, torna a casa è sotto molti aspetti una composizione poetica a fumetti. Un collegamento che, indirettamente, conferma lo stesso autore sul sito della “Poetry Foundation” (www.poetryfoundation.org/archive/feature.html?id=180049) dove è pubblicata una sua breve storia a illustrare la poesia Giant Slide di Ted Koover. Hornschemeier affronta la relazione tra fumetto e poesia dicendo che fare poesia, per lui, è come “dipingere con una sola setola, rappresentare qualcosa con pochi gesti emblematici“.
Tornando al formalismo, Hornschemeier utilizza per esempio l’anticipazione, inserendo vignette apparentemente fuori contesto a inizio volume, che troveranno un vero significato solo a posteriori, al termine dello stesso, nel giusto contesto e nella giusta sequenza di eventi. è il caso del sandwich intorno a pagina 20, che è l’immagine giustapposta alla frase “Di mia madre ricordo una cosa“; quella stessa identica vignetta tornerà al posto giusto a fine racconto, dopo il suicidio del padre, creando una ricorsività fortemente evocativa e significativa. I ricordi ritornano modificati e giustapposti, il dolore provoca cortocircuiti logici e inversioni, e un’immagine apparentemente prosaica si trasforma in un simbolo denso di significati.
È tutto il racconto a mostrare un’estrema attenzione alla forma, secondo la logica della meta-comunicazione. Basti pensare che la storia raccontata, l’intera storia, è indicata come “introduzione”, e il volume si chiude come l’introduzione stessa di Thomas Tennant. Il libro si conclude con l’inizio: “Capitolo uno. Ora siamo liberi“, come a dire che la vera storia, la vita, non può essere racchiusa tra le pagine, ma prosegue sfuggente al di fuori di esse.

Hornschemeier, la poesia dell'annullamento catarticoLa finzione e la mimesi rappresentano la quintessenza di Mamma, torna a casa. Sorprende doppiamente, quindi, rendersi conto dell’intensità emotiva che tale meccanismo è in grado di generare nel lettore, che partecipa e compatisce (cum-patior) con il protagonista. Di nuovo, ciò è possibile grazie alla forza poetica del racconto.
Vi è un ritmo controllato nello scorrere delle vignette, un passo lento, dove i singoli fatti narrati diventano esemplari di un’esistenza e di una morte, di una sofferenza inafferrabile, inaccettabile e insostenibile. La “linea chiara” tipica della new-wave statunitense, che ha in Chris Ware e Daniel Clowes i massimi esponenti, e che Hornschemeier utilizza con pieno controllo, sostanziata e trasformata da un uso altrettanto attento e felice del colore, delinea le vignette in modo aperto, spazioso, meditativo. I personaggi, perfettamente nitidi, riconoscibili, caratterizzati, hanno la stessa densità dell’immagine fotografica di fine volume a cui ho già accennato. L’estremo realismo poetico (un ossimoro?) è simbolicamente vivificato da una misura della linea, dei tratti (del pennino, ma anche quelli somatici e cinetici) che mai si intersecano, mai si incontrano, mai si confondono. Pura, chiarissima definizione ed estremo realismo dei gesti, delle posture, delle espressioni.

I dialoghi sono ridotti al minimo. A inizio volume dominano i pensieri del padre, “serenamente alla deriva”, un matematico che non accetta la perdita, perché priva di qualunque fondamento logico. Nelle altre parti invece sono i monologhi narrativi di Thomas a dare voce a un percorso paradossale: l’inversione dei ruoli adulto-bambino tra il padre e il figlio. Mentre il padre si ritira e perde il controllo sulla propria esistenza, è il bimbo Thomas a dover diventare adulto e ad accudire e proteggere il territorio. Impreparato, si sentirà responsabile dell’inevitabile internamento del padre in un centro psichiatrico.
Testo scritto e disegno sono perfettamente complementari. Il valore meta-comunicativo, formale e poetico è dato anche dalla capacità di cambiare registro in alcune parti della narrazione, laddove il realismo stilizzato lascia spazio ad un tratto quasi cartoonesco, uno strano cartoonesco spigoloso. Le spigolosità aumentano come la distorsione e il valore simbolico del disegno; le persone diventano animali parlanti, il sogno occupa lo spazio del reale.

C’é una precisa scelta poetica negli autori indipendenti statunitensi della nuova generazione, che nasce dall’assunzione della responsabilità – legittima o meno – di voler far crescere il medium fumetto, a loro avviso immobilizzato per troppo tempo dal fumetto di genere supereroistico. C’é la necessità di meta-comunicare innanzitutto tra loro e in secondo luogo con il lettore, mostrando le innovazioni possibili, le alternative stilistiche, le potenzialità inesplorate. Un modo di raccontare che è sempre in bilico, che gioca costantemente con il rischio di cadere nell’impossibilità di raccontare, che teme di far presente sempre e comunque che “questo è un fumetto, questa non è la realtà”, ponendo così una barriera all’identificazione emotiva del lettore. Si tratta d’altra parte di una via plausibile per sviluppare consapevolezza sul medium per chi è attento e vuole porvi attenzione, dando forma a un piano di lettura parallelo e non unico. è una strada già percorsa anche nel mondo dei supereroi. Ma laddove, per esempio, Supreme di Alan Moore, senza il valore aggiunto della meta-comunicazione, perde completamente interesse, Mamma, torna a casa è forte, vitale, coinvolgente anche a prescindere da questa chiave di lettura. Hornschemeier sviluppa pienamente i due piani, rendendoli complementari ma in qualche modo indipendenti.

In sintesi, Mamma, torna a casa è un esempio unico, riuscito e coinvolgente di poesia a fumetti, o fumetto poetico, senza facili sentimentalismi, senza buonismo, ma con una piena legittimità di racconto della sopravvivenza, ancorché falsamente autobiografico. Un tradimento logico, questo sì, ma pienamente, consapevolmente riuscito.

Riferimenti:
Tunué: www.tunue.com
Il sito dell’autore: www.margomitchell.com

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