Hip Hop Family Tree: l’epica ai tempi della Pop Art

Ed Piskor ricostruisce gli avvenimenti che portarono alla nascita di uno dei movimenti culturali più influenti degli ultimi trent'anni, l'Hip Hop.

Scavare a fondo

Hip Hop Family Tree: l'epica ai tempi della Pop ArtPotrebbe risultare un banalità, anzi certamente lo è, ma giudicare un fenomeno artistico senza analizzare la realtà storica contingente a quel fenomeno è una sciocchezza. Eppure.
Eppure sembra un’operazione estremamente difficile, pensando a cosa sia diventato adesso l’hip hop – un’industria culturale globale dal valore di miliardi di dollari – cercare di circoscriverlo a una determinata area e a un determinato momento storico, senza tornare indietro e indagarne le origini.
Ma è quello che sta tentando di fare il fumettista Ed Piskor, con il suo Hip Hop Family Tree, pubblicato dal 2011 come striscia settimanale su Boing Boing.
Come? Scavando attraverso le montagne di denaro, gli infiniti kilobyte di video su You Tube e canzoni in streaming, le correnti estetiche e quelle stilistiche, le diverse forme assunte in tutto il mondo, le lingue in cui viene raccontato e giù ancora, tra gli avvenimenti che ne hanno cambiato il volto per sempre, le (poche) flessioni del mercato discografico e le (tante) rinascite, anche dovute all’incredibile spirito di adattamento allo zeitgeist che contraddistingue il genere, fino ad arrivare finalmente a quell’unico punto spazio-temporale dove tutto è nato, e da lì ripartire. 

L’origine di tutto

Dicevamo: un unico punto spazio temporale. Piskor, e con lui chiunque sia appassionato o anche solo vagamente si interessi alla storia della cultura Hip Hop, lo colloca nella New York della seconda metà degli anni ’70 . Anzi per essere più precisi al 1520 di Sedwig Avenue, South Bronx, dove il Dj Kool Herc organizzava le sue feste, l'”unica forma positiva di svago” presente in quel quartiere in quel periodo.
Hip Hop Family Tree: l'epica ai tempi della Pop ArtMa soffermiamoci un attimo su New York in generale, che negli anni ’70 era diventata la pecora nera – una delle città più pericolose e degradate – degli Stati Uniti d’America.
Una crisi economica senza precedenti attanagliava la città e centinaia di migliaia di posti di lavoro andavano persi in un lasso di tempo troppo breve per poter permettere alle casse dell’amministrazione newyorkese di far fronte all’enorme dispendio monetario in termini di politiche assistenziali resosi improvvisamente necessario. La criminalità dilagava, la città era diventata un luogo invivibile – soprattutto, come avviene il più delle volte, nella percezione dei cittadini, ma non senza un briciolo di verità – specialmente in determinati quartieri, dove bande di ragazzi occupavano il territorio quasi fossero un’alternativa allo stato (e spesso dedicandosi ad attività illecite).
È in questo ambiente che nasce e matura la cultura hip hop, e se un evento scatenante per la sua definitiva espansione c’è stato, scatenante e allo stesso tempo esplicativo della situazione della città in quel periodo, è sicuramente il blackout del 1977.
In una notte in cui tutto diventava possibile, compreso l’appropriarsi (illegalmente, con i saccheggi favoriti dall’oscurità e dalla disattivazione degli allarmi) delle strumentazioni musicali che fino a qual momento erano in possesso di pochi, le sorti dell’hip hop cambiarono per sempre. Dando un’accelerazione improvvisa a un processo di massificazione, come poche ce ne sono state nella storia della cultura moderna. Ora molte più persone avevano la possibilità di seguire le orme di Dj Kool Herc.

Clap ya hands! Stomp ya feet!

Ma qual è lo scopo principale di un Dj? Far ballare le persone.
E le persone ballano quando sentono qualcosa che le ispiri a farlo. E Kool Herc, come tutti i bravi Dj, aveva il massimo divertimento di chi era venuto in sala come obiettivo finale di ogni sua serata e, grazie a una felice intuizione, riuscì a rendere il raggiungimento di questo obiettivo decisamente più facile.
Herc si accorse che in determinati momenti di una canzone (stiamo parlando principalmente di Funk e Soul) chiamati break – in pratica degli assoli di batteria – il pubblico si scatenava.Pensò quindi di mettere due giradischi con la stessa canzone, fare partire il break nel primo disco, poi una volta finito far partire lo stesso break nel secondo disco e tornare indietro col primo e così via… potenzialmente all’infinito.
È così che è nato il concetto di loop. In seguito vennero aggiunti uno o più “emcee” (M.C. “Maestri di cerimonia”, quasi come se il dancefloor abbia un qualcosa di liturgico, di rituale) che parlavano sulla musica incitando il pubblico, e che ebbero la propria ovvia evoluzione nella figura del rapper. Ma tutto nacque con la voglia di far ballare, di far divertire le persone.
Espansione.

Hip Hop Family Tree: l'epica ai tempi della Pop Art

La forma è sostanza

Rivalità, faide, affari loschi, produttori con o senza scrupoli, innovatori o imitatori, intersezioni con altri generi musicali. Il periodo dell’innocenza dell’hip hop è durato pochissimo e probabilmente a questo ha contribuito il nascere in una città sì, attraversata da mille problemi, ma sempre e comunque al centro del dibattito culturale. L’hip hop divenne subito arte.
Non solo grazie alla sua componente più esplicitamente artistica, il writing, ma anche per via dell’interesse che destò in generale in tutto l’ambiente musicale e delle avanguardie.
Ed Piskor, non solo ci racconta tutto questo con un taglio da osservatore “puro”, diciamo privo di pregiudizi, quasi da studioso di storia, ma ci fa immergere in quell’immaginario (filtrato attraverso la Pop Art e i film degli anni 70/ primi anni 80) grazie al suo stile, dalle forme semplici e quasi prive di profondità, dai colori caldi e allo stesso tempo un po’ sbiaditi, come in un fumetto lasciato troppo al sole trovato in una bancarella. Lo sguardo si sposta continuamente da una parte all’altra della città, per registrare avvenimenti solo apparentemente irrilevanti, soprattutto nell’ottica di voler rappresentare la nascita di questa cultura come una storia collettiva (e come si potrebbe fare altrimenti?).

Il formato stesso è riconducibile a quello di un catalogo di una mostra d’arte moderna, le tavole sono ricche di dettagli e didascalie con la funzione di “voice over”, che spiega e contestualizza praticamente ogni singola vignetta, quasi a voler richiamare uno stile documentaristico. Un documentario filtrato attraverso gli occhi di Roy Lichtenstein. A conferma di questa continuità con la pop-art c’è anche una sezione pin-up, dove altri artisti e disegnatori rivisitano con il loro stile i protagonisti della scena hip hop. Una vera e propria – per usare le parole dello stesso autore – “galleria d’arte piena di di capolavori dei graffiti”.
In una recente intervista , Piskor ha dichiarato di essere stato un appassionato di cultura hacker: credo che sia questo che lo abbia portato ad amare quella scena hip hop degli esordi (o viceversa!): è la musica open source. Si modificano materiali altrui per creare qualcosa di nuovo (i campionamenti), si retro-ingegnerizzano gli strumenti e le tecnologie musicali per utilizzarle in maniera non convenzionale.

Hip Hop Family Tree è un fumetto che potrebbe senza dubbio essere collocato all’interno dei confini della controcultura, se non fosse che, ai tempi di internet e delle informazioni che viaggiano alla velocità della luce (o quasi), questa categoria sia ormai svuotata di senso. In più la chiara ispirazione, quasi citazionistica, ai classici della golden age del fumetto americano (Kirby, su tutti), la definisce come un’opera in qualche modo romantica, quantomeno dal punto di vista estetico: i movimenti dei personaggi che sembrano statue rappresentate in un determinato e infinito momento, con la quasi totale assenza di linee cinetiche, i close-up sui volti dei protagonisti quando affermano qualcosa di molto importante, i colori pastello, l’uso delle ombre per modellare le espressioni facciali, il taglio delle inquadrature estremamente funzionale, persino l’utilizzo del grassetto nelle didascalie e nei balloon è un richiamo alla tradizione del fumetto americano. E questo non è un caso.

Una storia americana

Alla fine del primo volume di HHFT c’è una postfazione dove vengono tracciati paralleli tra la cultura hip hop e il mondo del fumetto (argomento che recentemente è diventato di una certa attualità). I punti di collegamento sono diversi, dalle battaglie tra gruppi ai costumi ai “nomi di battaglia”, ma i due più importanti sono, a mio avviso quello che vengono enumerati all’inizio: l’essere “invenzioni eminentemente americane” (anzi, newyorkesi) e l’essere entrambe delle “espressioni culturali bastarde che hanno raccolto consenso nel tempo”, usando le parole dell’autore. Ancora, il secondo parallelo potrebbe essere tranquillamente assorbito nel primo. Il fumetto e l’hip hop sono una storia americana (e quindi, ovviamente, una storia di influenze e ibridazioni) che è diventata patrimonio del mondo: che ha superato i confini, le barriere linguistiche e culturali, che si è adattata a ogni ambiente che ha raggiunto. Il volto splendente della globalizzazione.
Per questo non si deve dimenticare quel punto di partenza spazio-temporale.

Hip Hop Family Tree: l'epica ai tempi della Pop Art

In Italia, l’arrivo di Hip Hop Family Tree , la cui diffusione su carta lo ha reso uno dei fumetti più discussi e apprezzati degli ultimi anni, anche in ambito mainstream, è un evento importante. Con lo sconfinamento nella musica popolare, il rap è diventato un dei generi più ascoltati nel bel paese, anche dai giovanissimi, che finalmente hanno la possibilità di conoscere le origini di quello che è un vero e proprio movimento, raccontato in maniera brillante e semplice allo stesso tempo.
Un’eccellente lavoro di Panini 9L, che ne ha fatto uscire una versione che rispetta totalmente il formato originale di e un ottimo adattamento di Antonio Solinas, che sembra conoscere molto bene la materia: slang e termini specifici della cultura Hip Hop sono stati resi comprensibili anche ai non iniziati e si amalgamano armoniosamente con gli altri testi, rendendo non necessarie le note di traduzione. Un saggio antropologico accessibile a tutti.

Abbiamo parlato di:
Hip Hop Family Tree
Ed Piskor
Traduzione di Antonio Solinas
– 9L, 2015
112 pagine, brossurato, colori – 22€
ISBN 9788891210692

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