Giuseppe (Peppe) De Nardo: la regia e l’aplomb

In una tranquilla serata, al fresco del pergolato sul suo terrazzo nel cuore di Salerno, incontriamo Peppe De Nardo, attualmente sceneggiatore per Dylan Dog, che ci parla del suo lavoro...
Articolo aggiornato il 02/12/2015

Giuseppe (Peppe) De Nardo: la regia e l'aplombVisto che sei un insegnante di Liceo, quanto influisce sulla tua espressività di sceneggiatore il contatto quotidiano con i potenziali fruitori delle tue storie?
Potenziali, appunto. Tali sono e tali restano, per la stragrande maggioranza. Pochissimi leggono. Ancora meno leggono fumetti. Ma non me la sento di fargliene una colpa. Le offerte d’intrattenimento dei media concorrenti si sono moltiplicate. Il tempo da spendere per lo svago, invece, è sempre quello.
Ritengo il rapporto con i miei alunni vitale e irrinunciabile. Assorbono tantissima parte delle mie energie e, spesso, non me ne lasciano per fare altro. In questo senso, posso dire che incidono tantissimo sul mio “altro” lavoro. Non mi lamento. Mi offrono un punto di vista privilegiato dal quale osservare il mondo.

Quanti spunti saltano fuori stando nello stesso “calderone” con i giovani?
Non sono in grado di quantificarli. Il mondo giovanile mi interessa da cinquantenne almeno quanto mi interessava da ventenne e da trentenne. Mi piace raccontare storie di ragazzi e ragazze. Anche in Dylan Dog, quando posso, lo faccio. Ne L’incendiario (albo n.262), per esempio, c’é tanto della mia conoscenza del mondo scolastico e adolescenziale.

Sei un accanito lettore: quali sono i tuoi autori preferiti, c’e un genere che segui e ti piace su tutti?
Scrittori che mi piacciono ce ne sono tanti, al di là dei generi. L’elenco sarebbe troppo lungo. Tra le ultime cose che ho letto ci sono un paio di Lehane (noir di altissima classe), un Pressfield e un Robert Harris (romanzi storici), un libro sulla figura di Cicerone (dopo aver letto Imperium di Harris), A Ovest di Roma di Fante (uno scrittore che andrebbe studiato a scuola) e la trilogia Millennium, di Larsson (potente).

Diversi tuoi colleghi sceneggiatori sono anche autori di romanzi, ne abbiamo di nomi illustri e altri decisamente meno! Tu hai pensato di produrre qualcosa in tal senso.
Ci sto lavorando…

Segui la produzione a fumetti che esce in edicola e in libreria?
Da addetto ai lavori, non posso evitarlo. è una “necessità fisiologica”, questo pero’ non significa che leggo tutto quello che viene pubblicato…

Il fumetto americano e i colleghi mostri sacri (Moore, Bendis, ecc.) li segui? Che spazio occupa questa produzione nel tuo posto dei fumetti?
Alla prima domanda rispondo: non più. Confesso di non aver letto Watchman e di essermi annoiato con La lega degli straordinari gentiluomini.
Alla seconda: molto marginale.

Ti sei formato, insieme agli altri trumooniani, in autogestione e da autodidatta, ma c’é qualcuno in particolare che ti ha ispirato o che hai seguito nel tuo percorso professionale
Dopo aver pensato approfonditamente, rispondo: nessuno in particolare.

Vista l’efficacia dell’esperienza di Trumoon, che ha sfornato fior di professionisti, al punto da essere etichettati come Scuola Salernitana, hai mai pensato alla possibilità di creare insieme agli altri autori salernitani una Scuola di fumetto?
Ammesso di avere spirito imprenditoriale e capacità, per fare una Scuola di fumetto ci vogliono i docenti ed essere dei professionisti affermati, disegnatori o sceneggiatori, non significa automaticamente essere dei buoni insegnanti. E poi, prima di tutto, bisogna credere nell’idea stessa: si può davvero insegnare una cosa che è allo stesso tempo Arte, Mestiere e Lavoro?

Sei un abilissimo raccontatore di storie che è predisposto ai dialoghi con uno spiccato senso dei tempi di macchina e dell’inquadratura, lo hai dimostrato confezionando le storie di Julia da soggetti non tuoi. Ma avere già un soggetto quanto facilita il lavoro?
Neanche un po’. Credo, comunque, che nel soggetto stia la difficoltà maggiore, nel senso che con i miei personaggi lavoravo d’istinto, senza pianificare, in piena libertà. Scrivere per Dylan è diverso e lo spunto insignificante che bastava a dare il via per una storia di Orazio Brown non è sufficiente. Chiarito ciò. Le difficoltà legate al lavoro di “regia” nell’articolare… dosare … ritmare dialoghi e scene, restano tali con o senza soggetto, siano essi testi per Billiteri, Julia o Dylan…

Nei tuoi personaggi c’é sempre uno spruzzo di comica ironia e un’atmosfera frizzante. Cio’ cozza con i personaggi e le storie che devi allestire per eroi non tuoi, come concili il tutto?
Adoro la commedia e non mi dà nessun problema usare un tono “brillante” per scrivere storie di personaggi non miei. Il problema, semmai, lo pongono i lettori. Per esempio, quelli di Dylan Dog che prediligono esclusivamente toni cupi e angosciosi.

A tal proposito, come adegui il tuo scrivere ai canoni bonelliani visto che nelle “tue” produzioni sei, diciamolo, lontano da questo tipo di schemi?
Senza difficoltà. In realtà non mi ritengo fuori da nessun tipo di schema. So adattarmi bene e i canoni bonelliani non mi sono alieni.

Sei un autore affermato ed apprezzato sia dagli addetti ai lavori che dal pubblico, perché non ti si vede mai alle convention fumettistiche, per te forse non è importante il rapporto diretto col pubblico.
Alla prima domanda ho risposto parlando della tantissima energia che viene assorbita dalla mia attività di insegnante, per non parlare della durata di una giornata, che è di sole 24 ore. La risposta va bene anche per la questa domanda. In parte, almeno. Vanno considerati anche l’indole, poco incline ai “movimenti”, e gli acciacchi dell’età. E poi, non so se per il pubblico è così importante il rapporto diretto con me.

Giuseppe (Peppe) De Nardo: la regia e l'aplombLe tue storie di Dylan Dog sono sempre apprezzate ma spesso “criticate” da una stretta frangia di puristi, perché?
Il purista vuole una certa cosa e la vuole fatta in un certo modo. Altrimenti, si indigna. A me piace definirlo: difensore dell’ortodossia.
Bene. Potremmo accontentare il purista. Ma, se lo facessimo, scontenteremmo tanti, tantissimi altri, che non vogliono leggere sempre la stessa cosa, fatta in quel preciso modo. Rischieremmo di perdere lettori per semplice noia.
A chi mi critica, a prescindere dalla bontà e dalla qualità della storia, perché la mia sensibilità non è quella di Sclavi, non posso che rispondere in un modo: è vero, la mia sensibilità non è quella di Sclavi. Ma questo non significa che Sclavi non sia per me un riferimento. Anzi. Se non sapessi che Sclavi apprezza quello che scrivo smetterei all’istante.

D.D. come lo affronti, cosa significa per te scrivere e produrre per il personaggio che condivide la popolarità con Tex, bandiera della casa editrice?
Lo affronto con amore e rispetto. Ogni storia mi costa sudore e fatica. E non è mai buona la prima. Riscrivo spessissimo quello che ho già scritto. A volte butto via decine di tavole già pronte e riparto da capo. E non consegno mai una storia se in quella storia ci sono dialoghi che non mi convincono. Per me i dialoghi sono la struttura portante di una sceneggiatura. Se non funzionano quelli non funziona niente.

Cos’é per te lavorare in casa Bonelli?
Un privilegio.

Il connubio che hai con gli altri salernitani Brindisi e Bigliardo esalta ancor più alcuni lati “caratteriali” dei personaggi delle tue storie dylaniate che, ad un’analisi più attenta, si ritrovano poco con altri disegnatori. Quanto è voluto e quanto è frutto della vecchia intesa?
Brindisi e Bigliardo sono i disegnatori con i quali ogni sceneggiatore vorrebbe lavorare. Tutto qui.

Il tuo D.D. si trova coinvolto spesso in avventure dove la “situazione” è forte, i personaggi anche secondari sono molto caratterizzati e quindi non si “vede” solo l’eroe che fa l’eroe, ma bensì il protagonista, l’attore, che interagisce nella storia insieme alla compagnia di spettacolo. Il tutto è lucidamente premeditato o è istintivo?
Cerco di scrivere un Dylan che sia personalmente coinvolto e non soltanto freddo risolutore di casi più o meno da incubo. Per me una storia è tale se è fatta da personaggi e va bene solo se “li sento” quando ne scrivo i dialoghi o li faccio interagire tra loro. In definitiva se Dylan è coinvolto lo è anche il lettore.

C’é stato un momento in cui sono entrati nello staff di Tex nuovi sceneggiatori, tu hai pensato a questa possibilità o il west non ti attira?
Leggo Tex ogni mese, da quando avevo quattordici anni. E continuero’ a farlo. Scriverlo? Mi chiedo se il mio stile di scrittura, moderno, si adatterebbe a storie di taglio classico come quelle del ranger. Chissà. In un’altra vita, forse.

Recentemente l’editore Pesce ha raccolto e ristampato in volume le storie di Kovacich che hai realizzato oltre un decennio fa con Giuliano Piccininno e si è riscoperto un personaggio ancora fresco e attuale, ci sarà un seguito?
Vedremo… forse… chissà…

Ma, Billiteri, che al tempo dell’uscita (insieme Spray Liz) fu una delle poche ventate d’ossigeno in un momento di stallo del fumetto nostrano, che fine ha fatto?
é sempre vivo e vegeto. Continua a vivere le sue storie nella mia mente. Per ora.

Sei stato anche disegnatore ma, causa “pigrizia”, hai preferito proseguire come sceneggiatore. Non ti è capitato di vedere una tua storia disegnata e rammaricarti pensando … “se me la realizzavo io era meglio”?
Mai pensato. Questo, pero’, non significa che mi vada bene tutto.

La Bonelli sta sfornando a cadenza regolare le miniserie (che sembra essere la nuova strategia editoriale) quando vedremo una serie o una miniserie bonelliana firmata da te?
Al momento, non ho progetti da proporre: quindi non è tempo. E “tempo” è la parola chiave. L’idea di scrivere qualcosa di mio mi solletica, ho in mente dei personaggi, delle storie ma, come detto, il tempo necessario per sviluppare, discutere, proporre, sostenere, contrattare… semplicemente non c’é! Se e quando ne salterà fuori un arco sufficiente per lavorare su una buona idea ci pensero’.

è nato nel 1958 a Napoli vive e lavora a Salerno. Laureato in architettura dopo aver praticato la professione libera si inserisce nel mondo della Scuola insegnando Disegno e Storia dell’Arte al Liceo. Da quando si lasciò coinvolgere dagli amici Piccininno, Della Monica, Picerno, Lauria e gli altri nella fondazione dello studio CAF e poi di Trumoon e della cosiddetta Scuola Salernitana, è stato catapultato nel mondo dei fumetti e non ne è più uscito. Lasciati i disegni e la matita da vignettista satirico, graffiante e surreale dalla linea Jacovittiana, si specializza nello scrivere e produce svariate storie. Crea, tra gli altri, il personaggio di Billiteri e la serie Billiband per l’intrepido. Nel 1995 entra alla Sergio Bonelli Editore come autore dei testi/sceneggiatore. Ha collaborato alla serie di Julia e oggi si occupa quasi esclusivamente di Dylan Dog.

Riferimenti:
Nicola Pesce Editore: www.nicolapesceeditore.it
Sergio Bonelli Editore: www.sergiobonellieditore.it

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