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Il giardino delle torture che si biforcano

Barbara Baraldi realizza una miniserie erotic-horror per Edizioni Inkiostro, tra il BDSM delle mistress e il sadismo dei fondamentalisti religiosi.

Il giardino delle torture che si biforcano

Torture Garden è una miniserie realizzata da per le Edizioni Inkiostro; una casa editrice che si è distinta per un horror piuttosto radicale e scabroso, coinvolgendo i principali nomi del fumetto italiano e proponendo al contempo collaborazioni internazionali di prestigio, come quella con Bill Sienkiewicz su una sceneggiatura di Roberto Recchioni.

In questo senso va anche il coinvolgimento di Baraldi, una delle voci femminili del noir italiano moderno. Nota in primo luogo per il ciclo di Scarlett (2010), ma con all’attivo una produzione letteraria molto più ampia, dal 2012 l’autrice ha avviato un percorso come sceneggiatrice su Dylan Dog, una presenza che si è intensificata molto col “nuovo corso”. Su Torture Garden la Baraldi ha concesso a Lo Spazio Bianco un’ampia intervista, e alcuni numeri dell’opera erano stati recensiti e presentati in anteprima; questa recensione d’insieme viene a concludere il percorso.

L’esperimento della Baraldi è una commistione di horror ed erotismo: l’unione dei due temi la porta dalle parti del sadismo e del masochismo, con una giustapposizione tra il mondo consensuale del sadomasochismo organizzato scelto da Cassandra adulta, e il sadismo malato e pericoloso, che appare nell’orfanatrofio dove è rinchiusa da bambinaI confini non sono così netti nella storia della Baraldi, cosa che accentua l’inquietudine sul piano narrativo ma, almeno in teoria, potrebbe irritare il mondo BDSM, suscettibile come ogni nicchia alle rappresentazioni ambigue nei media.

Tre albi di 64 pagine per sei capitoli divisi ulteriormente al loro interno tra passato e presente, infanzia ed età adulta i titoli corrispondenti ai nomi dei vari orfani  protagonisti del racconto. Una ulteriore gabbia, tra le molte, in cui l’autrice rinchiude i suoi personaggi, in un ritmo forse un po’ frammentato e soffocante che dà meno tempo allo sviluppo dettagliato delle psicologie, ma per contro contribuisce a rafforzare il senso claustrofobico del racconto, a tratti genuinamente disturbante.

Il giardino delle torture che si biforcano
Le parti relative all’infanzia della “little orphan” Annie e dei comprimari illustrano il vero Torture Garden, l’orribile “giardino d’infanzia” della signora Woland (il nome del diavolo ne Il maestro e Margherita di Bulgakov, non certo a caso) che li segna indissolubilmente, prima che ognuno prenda una strada diversa.

Questa prima parte viene illustrata in mezzatinta da , il cui segno efficace e cupo, nella sua sintesi meno realistica, riesce a non caricare eccessivamente certe scene decisamente atroci, rese maggiormente disturbanti data la collocazione in un orfanotrofio. L’opera del resto riprende il titolo – e un certo gusto anticlericale, radicalizzato nell’orrore – de Le Jardin des supplices (1899) di Octave Mirbeau, di cui la Baraldi richiama anche la struttura duale.

La parte del presente, invece, viene rappresentata alternatamente da e Sofia Terzo: netti contrasti chiaroscurali da noir per Delladio, un segno freddo e sottile per la Terzo, che in certi punti sembra guardare all’algida crudeltà di Crepax. Due stili realistici, ma differenti tra loro: sarebbe stato interessante se ci fosse stata una ulteriore corrispondenza tra stile diverso e diversa parte della storia, ma non sembra cogliersi questo aspetto. L’impostazione delle tavole aiuta a rendere l’azione rapida ed angosciosa con vignette strette, sottili, in rapido alternarsi di tagli orizzontali e verticali. Sarebbe forse stato interessante anche un uso più simbolico delle alienanti simmetrie della “gabbia” italiana, ma comunque il montaggio è efficace.

Il giardino delle torture che si biforcano In ogni caso, in questa malata maturità la protagonista è divenuta una dominatrix professionista col malaugurantenome di Cassandra, e ha ricostruito un suo personale Torture Garden consensuale in cui sfogare le sue ossessioni nella rigorosa gabbia di regole del BDSM; ma il suo fragile Eden crudele è destinato ad esser spazzato via dal ritorno dei demoni del passato.
Inizia così la detection di Cassandra, a fianco dell’antico compagno Trevor, ora poliziotto, prigioniero di un masochismo senza regole, e quindi meno controllato; una violenza fuori controllo cui anche Cassandra spesso si abbandona, ora che è privata del suo rassicurante e stabilizzante rituale.

La trama, come tipico della Baraldi, risulta un mélange di suggestioni variegate, un amalgama irregolare di cultura pop e alta in sé non inedito, forse un po’ affollato ma nel suo complesso funzionale nei molteplici dualismi che lo compongono: Eros/Thanatos, libertini/fondamentalisti, Sade/Masoch, vittima/carnefice. Stante l’efficacia della conclusione, che ricalca l’Orfano di Guy de Maupassant in una nerissima rilettura, l’investigazione non porta a un particolare ribaltamento o sorpresa: un tratto in generale poco presente nella Baraldi fumettista, dove il mystery tende sempre verso l’horror e meno verso la detective story.

L’elemento più significativo di questa operazione, come molte di Ed Ink, è in definitiva la capacità di mettere insieme una violenza visuale senza compromessi con il coinvolgimento di autori di alto profilo sulla scena italiana (oltre ai nomi già citati, copertinista della regolare è un nome del calibro di , con cui la Baraldi ha lavorato ai suoi due albi finora editi di Dylan Dog, e le variant cover sono di giovani autori del livello di , , ).

Un fumetto quindi non per tutti i palati, ma apprezzabile anche per la capacità di contribuire a ri-aprire i confini del “dicibile” nel fumetto italiano: nella speranza che gli arbusti di questo giardino delle delizie crudeli portino in futuro altri frutti avvelenati.

Abbiamo parlato di
Torture Garden
Barbara Baraldi, Rossano Piccioni, Simone Delladio, Sofia Terzo
Edizioni Inkiostro, 2017
64 pagine, spillato, bianco e nero (3 numeri)

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