Il Giappone che esiste

Secondo appuntamento con Daniele Barbieri e i suoi articoli apparsi su Golem l’indispensabile: è la volta del Giappone di Jiro Taniguchi.

La rivista on line Golem L’Indispensabile nacque nel 1996 su iniziativa di Umberto Eco, Gianni Riotta e Danco Singer e fu il primo esempio di rivista culturale italiana pensata specificatamente per il web.
Fino alla sua chiusura definitiva, avvenuta nel 2011, la rivista ebbe varie incarnazioni e poté contare su firme e collaborazioni prestigiose, tra le quali quella di  (www.guardareleggere.net) che a partire dal 2001 sulle pagine della seconda serie della rivista pubblicò una serie di saggi e articoli sul fumetto e il suo linguaggio.

 Purtroppo oggi la pagina web e l’archivio on line di Golem l’Indispensabile non sono più raggiungibili, ma quelle pagine scritte da Barbieri restano ancora  oggi attuali nei contenuti e nel valore dell’analisi e dell’approfondimento sul linguaggio dell’arte sequenziale. È dunque un peccato che gli appassionati del mondo del fumetto di età più giovane o coloro i quali al tempo non avevano conosciuto quella rivista si siano persi tali interventi.
Per tale motivo abbiamo chiesto a Daniele Barbieri, amico de Lo Spazio Bianco, la possibilità di ripubblicare sul nostro sito quella sua produzione e l’autore molto gentilmente ci ha concesso il permesso.

 Stavolta presentiamo un articolo su  e il Giappone.

 Questo articolo è apparso in origine sul Golem l’Indispensabile #1 del Febbraio 2001.

Il Giappone che esistePer coloro che sanno che i fumetti giapponesi non sono fatti solo di catastrofi ed eroi, pokemon e mazinga, spade rotanti e demoni crudeli (ma anche per coloro che desiderano scoprirlo), le case editrici Planet Manga e Coconino Press pubblicano, con coincidenza tutt’altro che singolare, ben tre libri di Jiro Taniguchi.
Confesso che sino a quattro mesi fa Taniguchi era uno sconosciuto anche per me, sin quando la mostra Territori del racconto a fumetti, che Giovanna Anceschi, Stefano Ricci e Igort hanno curato per il Festival Nazionale dell’Unità, non me l’ha sbattuto davanti – e pure di persona, per quel poco che gli si riusciva a cavare di bocca…
Del resto, non ci sono molte parole neppure nei suoi fumetti. Ne L’uomo che cammina qualche parola esce dalla bocca dei personaggi sì e no ogni 10 o 15 pagine. Entrambi Al tempo di papà e Ai tempi di Bocchan sono decisamente più verbosi, ma questo non cambia il clima che si vive in tutti i fumetti di Taniguchi.

Il pennino che disegna con maniacale precisione tutte le tegole del tetto di una casa sullo sfondo di una piccola immagine di passaggio finisce infatti per raggiungere, con questo esercizio un po’ zen che a un disegnatore occidentale apparirebbe tempo sprecato, anche una precisione di resa psicologica che a pochi è data con la medesima intensità.
Forse L’uomo che cammina non ha il fascino della storia di Ai tempi di Bocchan, ma dei tre volumi resta comunque il più esemplare. Contiene diciassette brevi storie in cui al protagonista non succede quasi nulla. L’argomento è volta a volta una passeggiata durante la quale si fa amicizia con un vecchio signore, la sistemazione su un albero di una casetta per gli uccelli, l’esperienza del mondo visto attraverso un paio di occhiali rotti, una gita al mare… E’ come osservare la vita quotidiana con la lente di ingrandimento – e piano piano il respiro lento, costante, di questa attività fatta di piccole cose normali, si gonfia, prende corpo, e finisce per appassionare. E tanto più intriga perché quando ci si domanda “Ma di cosa mi sto appassionando?” è difficile rispondere.

Il Giappone che esisteAl tempo di papà mette a confronto il Giappone metropolitano di oggi con quello rurale di una volta, attraverso gli occhi di un uomo distolto dalla frenesia quotidiana dalla morte del padre e dal dovere di ritornare per un attimo al paese di origine. E’ così che, anche qui, il forzato rallentamento lo porta a ritrovare quello che aveva perduto e a ricostruire, racconto dopo racconto, una figura di suo padre del tutto diversa da quella che lui, bambino, si era costruita.

Ma il racconto più fascinoso dei tre è ancora l’altro, e non tanto per la qualità della narrazione, che è all’incirca la stessa in tutti e tre i volumi. In Ai tempi di Bocchan si aggiunge infatti il fascino dell’argomento. Bocchan, ovvero Signorino, è uno dei romanzi cruciali dell’inizio Novecento giapponese, e Natsume Soseki, l’autore, è il protagonista di questa storia. Vi si racconta niente di più che la quotidianità della sua vita, il suo frequente abusare dell’alcool, i rapporti con gli amici, ma con questo vi si finisce per raccontare anche il rapporto controverso del Giappone con la cultura occidentale, gli inizi del socialismo, l’ambiente culturale dell’epoca Meiji. Credo che per molti lettori questo possa significare, come è stato per me, la scoperta di un mondo sconosciuto.
E questo piacere sembra destinato a continuare. Ai tempi di Bocchan è il primo di diversi volumi. Che attendo con piacere.

Un ringraziamento all’autore per averci concesso la ripubblicazione di questo articolo

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