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Interviste

Gianfranco Florio: Disney tra sfide e tradizione

Incontro con il disegnatore pugliese: dal Writing al cinema horror fino a Topolino e Duck Tales, la carriera di un talento dai mille interessi.

Gianfranco Florio, nato a Bari nel 1982, vive e lavora a Milano. Affascinato dal disegno, indirizza in questo senso i suoi studi e, dopo il liceo artistico, segue un corso alla scuola di fumetto leccese Lupiae Comix fino a giungere poi all’Accademia Disney di Milano. Nel 2007 inizia a lavorare per la Walt Disney Company Italia illustrando i magazine di Cip & Ciop, Toy Story e Cars. Nel 2013 inaugura le sue graphic novel legate alle produzioni Disney/Pixar, partendo da quelle dei film Planes e Planes 2. Successivamente arriva a Topolino dove disegna storie di Topolino e Paperino. Nel 2016 cura la mostra La notte milanese del dr. Fulci, dedicata al grande regista di Zombi 2 e L’aldilà, in ossequio alla sua passione per il cinema horror italiano. Ha collaborato con l’etichetta IT Comics disegnando il fumetto Vi odio tutti, su sceneggiatura di Mattia Gabbiadini, e per la rivista Scarp de’ tenis cura le strisce satiriche di Paputsi, di cui è creatore insieme a Davide Barzi e Luca Usai. Il suo ultimo impegno è legato alle produzioni a fumetti collegate alla nuova serie animata di Duck Tales, prevista per la prossima estate.

Ciao Gianfranco e benvenuto su Lo Spazio Bianco. Hai dichiarato che una delle tue prime passioni è stato il Writing, ti va di dirmi qualcosa in merito?
Sì, da ragazzino avevo mille interessi, anche se quello principale è sempre stato il disegno, tanto che i miei studi sono andati inevitabilmente in quella direzione: ho frequentato il liceo artistico De Nittis e proprio lì sono entrato in contatto con dei ragazzi più grandi che facevano Writing. La cosa mi ha affascinato al punto che sono stato letteralmente rapito da questo mondo, e ho iniziato a disegnare con loro nel barese. All’inizio facevo le lettere, ma ben presto ho capito di essere più portato per i “puppet” (di solito ogni writer si specializza in uno di questi due campi, anche se non manca chi riesce a cimentarsi in entrambi con risultati egregi). Così ho continuato su quella linea. Parliamo del periodo a cavallo fra gli anni Novanta e i Duemila, all’incirca dal 1997 al 2001.

In effetti la Puglia ha una scena di Writing non indifferente: a Grottaglie, in provincia di Taranto, si è svolto per qualche anno anche Fame, un festival dedicato a quest’arte.
È vero, in Puglia ci sono grandissimi artisti, sia per la loro bravura specifica, sia perché sono stati degli autentici pionieri, che hanno iniziato già alla fine degli anni Ottanta, quando era più difficile avere le informazioni e quindi captare gli stili e avere una percezione globale della scena. Quindi anche questa tradizione così radicata ha contribuito a rapirmi.

Gianfranco Florio: Disney tra sfide e tradizione
Paputsi

In effetti, se consideriamo quanto il Writing sia in sé contestatario rispetto all’ordine costituito, vedo una continuità con i tuoi lavori dove emerge spesso una vena satirica, basti pensare a Vi odio tutti o alle strisce di Paputsi.
Quelle strisce le realizzo con Davide Barzi e Luca Usai per Scarp de’ tenis, una rivista fondata da Enzo Jannacci tramite una Onlus. È una testata molto orientata sul sociale e i venditori sono dei senzatetto che poi trattengono il ricavato delle vendite. Per quanto riguarda la mia vena “contestataria” non ti saprei dire, di sicuro ho tanti interessi, mi piace tutto ciò che riguarda l’intrattenimento e l’arte, e i risultati sono il frutto di continue contaminazioni, a seconda del periodo. Ad esempio, all’epoca in cui lavoravo su Cip & Ciop, dove pure i disegni dovevano risultare allegri e ispirare buonumore, ascoltavo anche il Brutal Death Metal! Di sicuro il disegno è sempre stato il mio faro e l’ho coltivato in maniera costante. Poi amo molto anche il cinema di genere e l’horror, che può considerarsi la cosa che più va a cozzare con tutto il resto.

In realtà sei poi riuscito a unire le due cose organizzando una mostra di disegni dedicata a Lucio Fulci!
Lì parliamo proprio di una cosa che mi sta a cuore: pur amando il cinema di genere nel suo complesso, nutro nei confronti di Fulci una forte empatia. Lui ha fatto davvero di tutto, attraversando ogni tipo di genere e sento per questo una forte affinità nei suoi confronti, da persona, appunto, che ha tanti interessi. Poi lo ammiro anche per una specifica predilezione verso le figure più marginali: lui è stato un pioniere, però poi non è stato considerato come meritava dalla cultura dell’epoca. Lo hanno amato di più in America.

Secondo te come mai questa disparità di trattamento fra l’Italia e l’America? Io l’ho sempre attribuita a un diverso approccio culturale: l’America “pensa” in termini visivi più dell’Italia che ha (o vuole imporsi) una forte cultura letteraria.
È una lettura sacrosanta. Io aggiungerei che in Italia si sente sempre il bisogno di creare il “personaggio”. Per fare un esempio d’altro tipo, legato alla musica rap (altro mio interesse): quando uscì Jovanotti fu accolto dalla cultura e dai media come il ragazzo perfetto, per il suo look con il cappellino al contrario, il modo di parlare e di cantare in rima, che rispondeva perfettamente all’esigenza di un cantante che fosse anche personaggio. Ma nessuno calcolava che attorno a lui c’era una scena molto varia, che veniva del tutto ignorata e che partiva dal rap contestatario dei centri sociali per poi andare oltre. Per tornare al cinema, pensiamo anche a Dario Argento: aveva un nome evocativo, l’aspetto tenebroso, e con le sue dichiarazioni sui film ispirati ai sogni riusciva a “vendere” il proprio personaggio molto più di un Fulci, che anzi era visto come un imitatore. Cosa peraltro non vera perché ci sono tante differenze tra i due. Tutto questo lo affermo pur con tutta l’ammirazione che ho per Argento.

Gianfranco Florio: Disney tra sfide e tradizione

Torniamo quindi alla mostra su Fulci.
Il concept era proprio quello di restituire la completezza di Fulci come autore di generi diversi: chiaramente nel mondo è più noto per i suoi horror, ma poi ha fatto tanto altro, ha inventato il personaggio dell’Americano a Roma di Alberto Sordi, ha scritto canzoni e realizzato i generi più disparati, incluso anche l’erotico e il fantasy. Così i vari artisti ospitati nella mostra si sono potuti ispirare tutti a un genere diverso. L’esposizione è stata organizzata a Milano nel ventennale della morte, nel marzo 2016, anche perché nessuno sembrava essere interessato a ricordare la scomparsa. Abbiamo avuto tredici opere e un intervento dello youtuber/critico/dissacratore Federico Frusciante, altro grande estimatore di Fulci.

Sempre restando in ambiti extra editoriali, magari legati al sociale, hai realizzato anche un ritratto di Fabri Fibra per Emergency.
Sì, è un’iniziativa creata da Arezzo Wave insieme a Emergency che ha coinvolto vari artisti, fumettisti e illustratori, per creare dei ritratti/caricature di precedenti ospiti della manifestazione musicale toscana. Le opere sono state messe all’asta e il ricavato sarà devoluto ad Emergency. La scelta di Fabri Fibra ci riporta un po’ al discorso del rap, è comunque un artista che seguo da tempo e apprezzo, fin dal suo periodo più underground.

Dopo l’esperienza di Writing, com’è proseguita la tua formazione artistica?
Durante il liceo continuavo a coltivare la passione per il disegno: all’epoca leggevo soltanto manga, poi ho approfondito anche gli autori europei – mi piaceva molto Frezzato, ad esempio – perché capivo che il fumetto giapponese non mi avrebbe aperto molte porte in Italia.

In effetti, anche quei pochi che sono riusciti a fare manga in Italia, mi danno l’impressione di fermarsi al ricalco stilistico, generando degli ibridi non sempre convincenti.
Sì, alcuni riescono ad aderire anche in modo molto buono, ma è una tradizione diversa legata al tipo di narrazione, ai tempi del racconto, al tipo di inquadratura scelta, alla focalizzazione su elementi specifici che possono essere compresi appieno solo studiando sul posto, assorbendo la cultura giapponese: in Giappone anche solo per mostrare una coppia che si prende per mano si impiegano quaranta pagine, qui la stessa situazione sarebbe risolta in due vignette

Visto che stiamo affrontando le tue influenze, mi chiedevo se un qualche ruolo l’hanno giocato anche i grandi caricaturisti ebrei americani: qualcuno, in riferimento ai tuoi lavori, ha citato Al Hirschfeld.
Quello è arrivato dopo, all’epoca ero influenzato principalmente dagli autori europei e disneyani, che hanno tracciato il mio percorso e mi hanno spinto a coltivare il fumetto. Così ho frequentato la scuola Lupiae Comix di Lecce, che all’epoca era l’unica realtà in Puglia a fornire un insegnamento completo – non esisteva ancora il gruppo Grafite, a Bari venivano ogni tanto organizzati soltanto dei corsi presso qualche fumetteria. Non mi interessava particolarmente andare in altre regioni perché ho capito in fretta che per diventare fumettista è imparante lavorare molto, l’insegnamento serve principalmente a indirizzare. In questo senso mi sento di consigliare a chi inizia di non puntare necessariamente a scuole che propongano nomi altisonanti, perché poi tanto lavoro bisogna farlo su se stessi, approfondendo e applicandosi disegnando tantissimo. Così, grazie alla Lupiae sono entrato in contatto con Emilio Urbano, che è venuto a tenere alcuni seminari alla scuola e ha colto la particolare influenza disneyana del mio stile. Gli sono stato addosso con insistenza, alla vecchia maniera, e grazie ai suoi consigli ho potuto mettere insieme un portfolio che ho inviato all’Accademia Disney. Era il 2004/05, sono stato selezionato e da lì è partita la mia avventura!

Gianfranco Florio: Disney tra sfide e tradizione
Tavola di Cip & Ciop

Oggi l’Accademia Disney non esiste più, quindi può essere interessante approfondire l’esperienza.
L’ho frequentata per un anno, non è una scuola didattica, non fa l’anno scolastico canonico, ma promuove dei corsi ogni qual volta arriva l’input dalla redazione per la formazione di nuovi artisti, quando se ne crea l’esigenza, magari per il varo di nuove testate. Così mi sono ritrovato in un corso per formare disegnatori destinati a Topolino, perché all’epoca avevano bisogno di aumentare l’organico. Curiosamente, però, una volta finito ho lavorato invece a Cip & Ciop e da lì, prendendo contatti con le varie redazioni, sono passato ad altre testate. Da questo punto di vista devo precisare che l’Accademia esiste ancora, ma al momento non sta formando nuovi artisti perché quelli al lavoro sulle varie testate sono attualmente sufficienti. Magari, se in futuro dovesse esserci la necessità, potrebbero partire nuovi corsi. Resta invece attiva l’altra sua principale attività, ovvero effettuare ricerche per futuri progetti.

La formazione all’Accademia quanto definisce il tuo stile e quanto invece lo conforma?
Chiaramente se vieni ammesso significa che già di base hai uno stile che si adatta al metodo Disney. La formazione è molto utile soprattutto per far acquisire un metodo di lavoro più che per “imparare” a disegnare – d’altra parte tanti grandi artisti non sono passati da lì, pensiamo a Mastantuono o Cavazzano. Da questo punto di vista ti forniscono una serie di regole che rendono le vignette più fruibili dal lettore disneyano tipo.

E quindi quali aspetti definiresti peculiari dello stile Disney?
La recitazione dei personaggi principali e la cura maniacale infusa in quelli secondari, che arricchiscono la narrazione e permettono al disegnatore margini più ampi di invenzione. Anche se – tornando pure qui alle regole – le stesse figure secondarie devono possedere una loro “familiarità” che le renda coerenti con lo stile disneyano. Questo lo vediamo anche nei personaggi dei film cinematografici.

A proposito dei film, poi hai realizzato le graphic novel legate ai lungometraggi disneyani.
Sì, fra le mie prime cose c’è stata la realizzazione degli sfondi per la graphic novel di Cars 2 e poi ho realizzato quelle di Planes e Planes 2. Il lavoro su questi titoli è molto a “catena di montaggio” e così ho fatto qualcosa anche su altri prodotti, ma in modo marginale. Non ho interagito direttamente con chi realizzava i film, ma c’è un meccanismo ben rodato in cui ti arriva il materiale e lavori in parallelo con il lungometraggio, con tutti gli imprevisti del caso. Nel caso di Planes mi è capitato, ad esempio, di lavorare su un modello di aereo che poi è stato cambiato in corso d’opera. Considera che la Pixar passa per una filiera anche maggiore rispetto a quella di Topolino, c’è un controllo davvero maniacale. Quindi ci vuole pazienza, e si torna al discorso formativo: si deve essere pronti ad accogliere critiche e variazioni e a non prenderla mai sul personale perché si punta in ogni caso al miglior risultato.

Il fatto di nutrire svariati interessi ti ha aiutato in questo senso?
Sì, perché mi permette la versatilità necessaria e inoltre mi consente di vivere anche questi momenti come un’occasione di crescita: in fondo ti confronti con grandi supervisori, da cui c’è sempre da imparare.

Gianfranco Florio: Disney tra sfide e tradizione
Anteprima di Duck Tales

Visto che stiamo affrontando l’argomento “maestri”, chi è il tuo modello di ispirazione, fra gli artisti Disney?
Ce ne sono molti, dipende anche dal periodo, e si torna sempre al discorso dei tanti spunti da cui mi piace attingere. Sicuramente ci sono dei punti fermi: nell’animazione Glen Kean, nel disegno Stefano Turconi e ovviamente Giorgio Cavazzano, che ha letteralmente creato uno stile dal nulla.

Non mi stupisce che tu abbia citato Cavazzano perché, senza voler fare confronti diretti, noto nel tuo stile un chiaro riferimento al suo dinamismo.
Che però non è l’unico suo aspetto che mi affascina: ci sono autori che si specializzano in un particolare aspetto del disegno, mentre lui è davvero completo, ha una sintesi perfetta, e i suoi sfondi riescono con poche linee a funzionare in sé e ad essere sempre coerenti con la storia e l’epoca che sta disegnando. Poi mi piacciono anche autori non disneyani, fra gli altri citerei Gigi Cavenago.

Riguardo alla nuova serie di Duck Tales, invece?
Sono molto contento di essere stato coinvolto in questo progetto per due motivi: innanzitutto perché è uno stile nuovo, più dinamico e moderno, che non avevo mai affrontato e, come si sarà capito, le sfide mi intrigano e mi permettono di crescere. E poi perché sono un fan sfegatato della vecchia serie, cui comunque anche il nuovo stile strizza l’occhio, ci ritroverete qualcosa della tradizione di Carl Barks. Uscirà quest’anno anche in Italia – aspettiamo le comunicazioni dai canali ufficiali – e vi posso assicurare che sarà una figata!

Intervista realizzata al DeFalComics di Pulsano (Ta), il 21 maggio 2017

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