Gabos: la realtà di un’isola ne “L’illusione della terraferma”

Otto Gabos ne "L’illusione della terraferma" riunisce in un noir le sue origini e le sue passioni: la terra sarda, i suoi abitanti e la Storia.

“Anche con le nuvole, qui il cielo è sempre troppo azzurro.”
(Ettore Marmo, L’illusione della terraferma )

Partendo dal fondo

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"Per poter capire appropriatamente L’illusione della terraferma, ultimo lavoro di edito da , il modo migliore è partire dalla fine del volume, dalle due appendici Dentro l’isola di piombo e carbone e Cantiere aperto.

In esse l’autore ha inserito tutto ciò che alla fine non è entrato nelle pagine disegnate della storia, tutto ciò che volutamente o necessariamente è stato tagliato. In queste omissioni documentate è però racchiusa la chiave della riuscita di questo romanzo illustrato, lì è documentato l’enorme lavoro fatto da Gabos attorno ai vari personaggi, la loro genesi, la loro storia pregressa, tutte le vicende che esulano dalla storia raccontata nelle pagine del libro ma che per essa sono fondamentali.

È lì che è racchiuso il tipo di racconto che è L’illusione della terraferma, il primo tassello narrativo di un affresco futuro più grande e in divenire, come lo ha pensato e definito lo stesso autore.

Il punto di equilibrio di una storia

Otto Gabos ha concepito questo suo ultimo lavoro dunque come una prima pennellata di una storia che viene raccontata e potrà essere raccontata anche con più linguaggi: il primo passo è stato questo romanzo grafico, mentre in un reading musicato andato in scena durante l’edizione di BiloBOlBul 2015, l’autore ha letto un breve racconto in prosa che mette in scena gli stessi protagonisti del libro in un arco temporale che precede le vicende in esso narrate.

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"La storia della graphic novel è ambientata nella Sardegna mineraria e proletaria sud occidentale durante il periodo fascista. Protagonista è il commissario Ettore Marmo, un passato nell’esercito in Etiopia e ora assegnato per punizione a Carbonia, nel Sulcis. Marmo si annoia e detesta il mare, tanto che per illudersi di stare sulla terraferma, spesso va a contemplare dal molo la vicina isola di San Pietro, accompagnato dal questurino Mallus che ne approfitta per raccogliere qualche patella. Ed è proprio lì, tra gli scogli, che il ritrovamento di un cadavere senza testa dà inizio a un’indagine che porta a galla segreti, biechi interessi di signorotti locali e piccole cellule anarchiche.

Da qui, il racconto si muove in due fasi: una, grosso modo, dall’inizio fino al viaggio a Carloforte, di esplorazione del territorio, geografico e umano, attraverso una sequenza di spostamenti, incontri e dialoghi. La seconda che collega le varie trame e conduce allo scioglimento. Se questa ultima si giova di un ritmo via via più incalzante e del prendere forma delle relazioni fra i vari personaggi, la prima parte – in cui sostanzialmente seguiamo le peregrinazioni di Marmo – è quella che definisce il contesto e lo scenario della vicenda.

Qui il ritmo è più lento, sollecitando l’allargamento dello sguardo e l’entrata in sintonia con il senso di alienità e chiusura che la Sardegna suscita in Marmo e che il commissario coltiva come una fonte di energia vitale, l’unica in grado di consentirgli di resistere e tornare “sul continente”.

Questa parte di contestualizzazione gioca con il desiderio di conoscerne lo scioglimento e lo frustra, conducendo la lettura attraverso apparenti divagazioni: è l’indicazione più esplicita, assieme alla soluzione del secondo omicidio tramite il deus ex-machina di una soffiata, che il whodunit in sé è un pretesto e per questo rivela il suo fascino in seconda lettura.

Una prima declinazione

In un progetto multimediale come quello che sembra avere in mente l’autore è chiaro che il punto di equilibrio tra ciò che si dice e ciò a cui si allude nel libro è diverso sia dall’autoconclusivo sia dal seriale.
Gabos stesso lo spiega così:

“Nel libro il non detto, l’appena accennato si concentra su tre eventi: per prima cosa, per quale motivo Marmo sia finito in Sardegna, poi la sua partecipazione alla guerra di Spagna e infine la guerra in Etiopia.
Sono eventi evocati, sfiorati ma dei quali non si scende mai nei dettagli. Questo perché  io avevo intenzione di approfondire il carattere e la personalità di Marmo, ma non volevo fare flashback troppo lunghi, ma semplicemente aprire delle finestre come accade nella vita di tutti i giorni quando magari ci soffermiamo per un momento su un evento del nostro passato.
Momenti da condividere con il lettore e con il protagonista stesso. Infatti c’è da considerare un elemento: i fatti raccontati nel libro sono per la maggior parte visti in soggettiva da Marmo – c’è giusto la sequenza che vede protagonisti il gerarca e sua moglie dove ovviamente Marmo non può esserci –, ma noi non entriamo mai nei suoi pensieri. Anche la didascalia con la quale si apre il libro in realtà è una parte di dialogo tra lui e il brigadiere Mallus.
Quindi gli unici momenti nei quali entriamo nella testa di Marmo, sono questi piccoli frammenti del suo passato, che ho messo così in maniera interlocutoria e anche sibillina.
Di più non volevo dire, per non bruciarmi delle possibilità di sviluppo future, come anche nella postfazione dove parlo del naso spezzato di Marmo.”

La Sardegna, la Storia, il noir

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"In questa sua ultima fatica, Gabos ha racchiuso tanto le sue origini quanto le sue passioni. L’autore per la prima volta (se si esclude un piccolo racconto breve che si svolgeva a Cagliari) ambienta una storia nella Sardegna, sua terra di origine, e più precisamente nel Sulcis Iglesiente, terra mineraria che Gabos ha ben vivida nei suoi ricordi d’infanzia quando accompagnava la madre, maestra elementare, che insegnava in quelle zone ai figli dei minatori.

Se dunque l’ambientazione della storia richiama le origini del suo autore, il periodo storico scelto e il genere narrativo riflettono due sue grandi passioni. Gabos, per sua stessa ammissione, è sempre stato affascinato sin da bambino dai racconti che ascoltava dai genitori e dai nonni sugli anni del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale.

Durante il Ventennio, la Sardegna fu usata come terra di confino per gli “indesiderati” dal regime, ma l’isola vide anche la nascita di tre città di fondazione: Fertilia – vicino ad Alghero –, Arborea (nata Mussolinia) in provincia di Oristano e Carbonia nel Sulcis Iglesiente.
Quest’ultima divenne il fulcro di un importante polo minerario di rilevanza nazionale, fondamentale per lo sviluppo di quell’industria siderurgica fortemente necessaria a un regime militarizzato e con mire espansive e “imperiali” come quello fascista.

Gabos ha legato dunque in questa storia le sue origini con il suo amore per un periodo storico che, crescendo, ha studiato sempre più approfonditamente. Ha poi coniugato questa unione non come romanzo storico o inchiesta giornalistica, bensì, seguendo la sua indole di storyteller, come un romanzo noir, rocambolesco ed efficace, che gli ha permesso di affrontare, attraverso gli occhi dei suoi personaggi, eventi della Storia e aspetti sociali della sua terra natale, come la vita e le condizioni di lavoro dei minatori.

Il richiamo al noir è segnalato platealmente dalla sgrammaticatura climatica di una pioggia costante che impregna le scene dove l’investigazione è pretesto per esplorare un contesto umano segnato da disagi, disadattamenti e frustrazioni irrisolte, spesso più alluse che mostrate.
Le persone e non i meccanismi sono al centro del racconto, e di personaggi e non ricostruzioni dei fatti sono infatti dense le pagine; personaggi che si ritrovano precipitati in una periferia dell’Impero che vivono come esilio e di cui cercano di esorcizzare l’isolamento costruendo ognuno una propria “illusione di terraferma”, che ad esempio nel podestà si manifesta nel tentativo di riagganciare, grazie a un risultato d’effetto, una carriera politica vista come corda di salvataggio, all’altro capo della quale c’è il mondo vero, i destini luminosi o anche solo una società meno claustrofobica.

Il fascino di loro, che sono nell’ombra

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"L’investigazione fa da solida struttura portante al racconto, e, guidandoci attraverso luoghi e situazioni, ci fa incontrare i personaggi.
E se Ettore Marmo, il protagonista, è delineato con i pieni e i vuoti tipici di un episodio pilota, quelle che più risultano affascinanti sono le figure femminili, mostrate attraverso schegge di vita quotidiana. Esattamente questa frammentarietà è alla base dell’attrazione nei loro confronti: chi sono? Quali sono le loro storie?

Quella sarda è da sempre una società matriarcale: erano le donne che guidavano la famiglia e la gestivano a livello economico e di rapporti, nell’assenza di quegli uomini sempre lontani, perché dietro la transumanza dei greggi, perché nelle barche dei pescatori in mare o rinchiusi nel sottosuolo delle miniere.

Le donne di Gabos sono figure dolenti, perché le si intuisce trascinate dalla vita, arenate in un nessundove senza sbocchi, senza speranze nel futuro, in balia delle circostanze e degli altri, non padrone della propria vita.
Eppure piene di energia: Alba la spende nella ricerca dell’umiliazione del marito attraverso il tradimento, Bonaria nella lotta per la sopravvivenza quotidiana e la solitudine, contesto entro il quale deve essere letto il suo rapporto con Marmo.

Paradossalmente, sembra che quella più impotente sia Clelia, sorta di Lady Macbeth irrisolta e moglie del capo della Milizia locale, che gli rinfaccia la propria condizione di fallito, colpevole di impedirle di realizzare le proprie ambizioni ma che non riesce, nonostante il palese ascendente nei suoi confronti, a smuoverlo, arrivando a dolersi, in una scena in cui emblematicamente il suo volto domina per proporzioni sul corpo del marito, seduto e ripiegato su se stesso, del fatto che non lui ma altri abbiano avuto il coraggio di uccidere il suo amante.

Se Marmo ha ancora orizzonti, progetti di riscatto, qualcosa da (ri)costruire, loro si consumano nella reiterazione: il prossimo appuntamento clandestino, l’amministrazione casalinga, domani come ieri, in un processo che nasconde il passare del tempo. Tuttavia il tempo passa e le consuma irreversibilmente: la loro rassegnazione è esattamente sintomo di questo lento consumarsi. Quando Marmo le prospetta la possibilità di una visita medica per il figlio presso uno specialista, il futuro si apre davanti a Bonaria: c’è qualcosa per cui lottare, per cui vivere. Niente di tutto ciò avviene per Alba, che si scopre in un vicolo cieco e si muove verso l’autodistruzione, mentre Clelia resta prigioniera del legame con il marito, che rischia di trascinarla sempre più a fondo nella scala della rispettabilità sociale.

Vorremmo saperne di più, i loro visi, i loro sguardi sono un invito. Marmo si muove attraverso enigmi, omicidi, trame e meschinità con espressione ferma e controllata: una muraglia che nasconde il passato, orientata al presente, allo scontro quotidiano, in cui, animalescamente, lo stesso sguardo è strumento di misura nei confronti dell’avversario al quale non si offre spiraglio sulle proprie debolezze. In questo senso, Marmo tenta di affrontare i giorni come se ogni giorno fosse il suo primo, come se non avesse un passato, perché è ben consapevole del fatto che gli altri possono usare il suo passato.

Gli sguardi e i visi di Alba, Bonaria e Clelia sono invece proiezioni di vita che non celano (non riescono a celare) la presenza di un passato: ogni sorriso o smorfia corrisponde a un pezzo della loro esistenza andata che tenta di emergere nel presente. Per questo, paradossalmente, i vuoti nelle loro storie li rendono personaggi altrettanto ricchi, se non più, del protagonista: nel quadro generale, Marmo è una figura interamente abbozzata nella luce, le donne (anche la Rossana che appare in flashback, amante di Marmo, il cui viso si sovrappone a quello di Alba) sono invece visi plastici immersi in una zona d’ombra: ci sentiamo di intuire molto di Marmo, poco o niente delle due figure dietro quei volti. Proprio per questo il nostro sguardo e la nostra lettura finisce per tornare a quell’ombra che continua a interrogarci.

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"Quei colori strani della terra sarda

Da un punto di vista grafico, L’illusione della terraferma può essere considerato quasi una summa del percorso stilistico di Otto Gabos, come afferma lui stesso:

“Riguardando il libro ora, assomiglia molto a un compendio della mia evoluzione stilistica e rappresenta trent’anni della mia carriera, anche se tutto ciò non è venuto fuori in maniera programmatica ma è un risultato di cui mi sono reso conto a posteriori.”

La prima cosa che colpisce è la palette cromatica scelta per le pagine della storia. Gabos in un certo senso ha voluto abbattere l’immaginario collettivo che pensa alla Sardegna come un’isola immersa perennemente nel sole e nell’azzurro del cielo e del mare.

Legandosi invece all’ambientazione scelta, quel bacino minerario che è il Sulcis, con paesaggi metafisici e desolati tanto quanto lo possono essere le architetture e gli edifici razionalisti di una città di fondazione come Carbonia, Gabos “sporca” ogni sua tavola di un fondo tra l’ocra e il grigio, spegne i colori, anche quelli più accessi, come la polvere della terra arida e la fuliggine del carbone coprono con una patina luoghi e persone reali.

A questo si aggiunge lo straordinario eclettismo pittorico usato da Gabos tra le pagine della storia, che sfrutta un’ampia gamma di tecniche: i pastelli colorati nelle scene di ispirazione “metafisica” come quella ambientata nella piazza Roma di Carbonia, che sono al tempo stesso omaggio, contestualizzazione storica e perfetta raffigurazione dello straniamento che vive il personaggio; la matita di alcune sequenze che hanno l’immediatezza di uno storyboard; la china che lavora su masse di nero quasi da scavare per tirarne fuori forme e immagini, fino all’acquerello.

Una varietà di soluzioni che segnala una sorta di necessità impellente di fissare delle immagini su carta, facendo uso di quello che si ha a disposizione sul tavolo da disegno: un approccio “emotivo” quindi – come definito dallo stesso Gabos –, ma efficace nel far emergere l’atmosfera specifica delle singole scene e nel chiamare il lettore alla partecipazione tramite la discontinuità stilistica.

Il cielo sopra l’isola

Un ultimo discorso lo meritano le tre immagini che aprono e  chiudono la vicenda e danno il via alla seconda parte della storia. Tre immagini del cielo sopra la Sardegna, rispettivamente parzialmente coperto, coperto e limpido, quel cielo che a chi arriva per la prima volta sull’isola appare da subito troppo grande:

“Le immagini del cielo le ho avute in mente da subito, anzi a dire la verità, quella finale no. È arrivata quando ho deciso che il bambino di Bonaria,  Pietro, doveva in qualche modo essere un po’ il collante tra la terra sarda e Marmo. E quel cielo limpido è la prima apertura di Marmo alla Sardegna, che fino ad allora rifugge, oltre a essere una sorta di segno che la storia va avanti.”

Otto Gabos, con L’illusione della terraferma, sembra avere intrapreso un cammino narrativo molto interessante, che in futuro permetterà al lettore di incontrare ancora Ettore Marmo e all’autore di tornare a parlare delle sue passioni e della sua terra.

Abbiamo parlato di:
L’Illusione della terraferma
Otto Gabos
Rizzoli Lizard, 2015
176 pagine, brossurato con alette, colore, 17,00 €
ISBN: 9788817081481

Gabos: la realtà di un’isola ne "L'illusione della terraferma"

[Tutti i virgolettati riportano dichiarazioni dell’autore raccolte durante un incontro avvenuto a Sassari il 24 ottobre 2015.]

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