La gabbia bonelliana, questa sconosciuta – Seconda parte

Seconda parte di una riflessione sul formato e il linguaggio del fumetto bonelliano, sulle sue origini e sui recenti tentativi di innovazione: dalle novità introdotte su Nathan Never negli anni...
Articolo aggiornato il 28/12/2015

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La gabbia bonelliana, questa sconosciuta – Prima parte
La gabbia bonelliana, questa sconosciuta – Seconda parte


Un cambiamento “storico”

La gabbia bonelliana, questa sconosciuta - Seconda parte
#9 – Tavola 92 – Disegni di Stefano Casini

Negli anni Novanta i tempi sono maturi perché proprio Michele Medda, insieme ad e a , con il loro Nathan Never creino forse il primo tentativo di ricodificare in modo preciso e continuativo uno scardinamento della gabbia; tentativo in verità riuscito solo in parte, come riconosciuto dallo stesso Medda:

“Nei primi anni di Nathan Never, io, Serra e Vigna abbiamo provato a modificare la tradizionale griglia bonelliana, in qualche caso con risultati interessanti dal punto di vista grafico.
Tuttavia ci siamo accorti ben presto che i disegnatori italiani hanno una predisposizione “genetica” a ragionare in termini di “griglia fissa”. Ogni variazione richiede quindi una preparazione laboriosa, cioè molte spiegazioni e molto tempo, sia per chi scrive e per chi disegna. (A eccezione chiaramente di chi disegna le proprie storie, come Luca Enoch). E dato che questo rallentava di molto il lavoro, gradualmente le modifiche della griglia tradizionale sono state abbandonate.
Forse – non ne avremo mai la certezza – se nelle serie successive a Nathan Never si fosse cercata un’impaginazione più “mossa”, questa “predisposizione genetica” sarebbe stata modificata, e non saremmo qui a discutere. Così non è stato, comunque.”

La serie dell’Agente Alfa ha comunque aperto una breccia storica nella graniticità bonelliana, e negli ultimi venticinque anni sono state molte le serie e miniserie nate in casa Bonelli che, in maniera più o meno palese, hanno provato a emanciparsi dal formato delle tre strisce per pagina.

La gabbia bonelliana, questa sconosciuta - Seconda parte
Lukas Reborn #1 – Tavola 3 – Disegni di Michele Benevento

Si sono così cominciate a vedere sempre più frequentemente pagine formate da quattro strisce, ognuna composta da un’unica vignetta stretta e lunga (ne fanno spesso uso lo stesso e gli autori del recente Lukas), che accentuano le sequenze d’azione donando loro ritmo e dinamicità, e “splash page” all’americana, ovvero vignette uniche che occupano l’intera pagina, così come si sono iniziati a vedere sempre più spesso elementi della vignetta o onomatopee debordare dagli spazi definiti dai contorni, invadendo lo spazio bianco tra un riquadro e l’altro. Anche le didascalie (ancora Medda, Benevento & co. su Lukas) hanno assunto forme e pesi diversi in termini di espressività all’interno dell’architettura delle vignette.

Nonostante i tentativi di cambiamento,fino a poco tempo fa la politica delle scelte grafiche della casa editrice è sempre stata applicata con costanza, e le infrazioni che ci sono state (Nathan Never su tutte) hanno avuto il pregio di rafforzare l’identità bonelliana invece che di indebolirla. Sempre Michele Medda scrive:

“Proprio il rapporto tra “infrazioni” e “regole” è il punto più delicato della struttura bonelliana. Se ci si allontana troppo dal modello, i lettori protestano (potrei citare come esempio lo sfortunatissimo albo di Nathan Never “Cacciatori di virus”, con la sua impaginazione insolita). Se ci si allontana troppo poco, i lettori protestano lo stesso, perché “è sempre la solita minestra”.
La “tenuta” di ogni serie bonelliana sul mercato si basa su questo gioco d’equilibrio tra iterazione e novità, tra schemi ferrei e scarti di percorso, tra somiglianze e differenze. E restare in equilibrio non è facile.”

 

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Nathan Never #13 – Tavole 96-97 – Disegni di Germano Bonazzi

della gabbia

Dopo la scomparsa di la casa editrice si è trovata nella necessità (e forse anche nel desiderio) di scegliere che direzione intraprendere per il futuro, senza rinunciare a quella che chiamava “bonellanza”:La gabbia bonelliana, questa sconosciuta - Seconda parte quell’identità forte costruita in oltre sessant’anni di storia, ma allo stesso tempo spingendo un po’ di più sul pedale dell’innovazione, anche per provare a catturare nuove fasce di lettori in un periodo di crisi generalizzata.

Il primo passo nella direzione è stato, senza dubbio, il varo della maxiserie Orfani di ed .
Mentre l’innovazione sostanziale dell’uso del colore meriterebbe una trattazione autonoma e fuoriesce comunque dagli obiettivi della nostra analisi, è invece interessante notare, per restare al tema della gabbia, come la serie di Recchioni e Mammucari operi un sistematico smontaggio della tradizionale struttura bonelliana legato alla scelta di ritmi e tagli narrativi diversi, più vicini ai comic books americani.

Le tavole 76 e 77 dell’undicesimo episodio sono in questo senso emblematiche del nuovo corso: lo scontornamento è portato alle estreme conseguenze in quanto non è più la vignetta a essere scomposta, ma l’intera struttura della tavola. In questo caso, l’efficacia drammaturgica è fuori discussione.

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Orfani #11 – Tavole 76-77 – Disegni e colori di Luigi Cavenago

Non si può dire lo stesso dell’uso estremamente disinvolto delle splash page senza bordi che vanno a occupare tutta la tavola, (o comunque una sua amplissima porzione) il cui limite in alcuni casi risiede soprattutto nell’essere immagini scalate a grandezza maggiore a cui non corrisponde un maggiore aumento del dettaglio; immagini che avrebbero avuto identica efficacia se presentate a all’intervento di una vignetta di dimensioni più ridotte e tradizionali, come l’immagine tratta da Orfani #12. Altre volte, come nelle tavola sotto riportata e tratta da Orfani #2, il risultato è efficace e d’impatto.
In pratica, si è ripreso uno stilema tipico del fumetto supereroico americano, forse nel suo aspetto più di superficie che non di sostanza: la ricerca dell’effetto visivo a tutti i costi, se incapace di trasmettere il senso del passaggio del racconto lì illustrato, resta fine a se stessa.

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Da sinistra: tavola tratta da Orfani #2, disegni e colori di Alessandro Bignamini e tavola tratta da Orfani #12, disegni di Emiliano Mammucari e colori di Annalisa Leoni

Verticalismi bonelliani

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Orfani #9 – Tavola 50 – Disegni di Werther Dell’Edera, colori di Giovanna Niro

Ad ogni modo, ancora più dell’utilizzo  della splash page, colpisce in Orfani la tendenza a destrutturare il canonico andamento planare delle strisce (e di conseguenza della tavola) per approdare a costruzioni di pagine quasi sempre verticali, in cui i tre vignettoni a rimpiazzo delle 6 vignette classiche sembrano sempre precipitare l’uno sull’altro, quasi che sulla pagina di carta si voglia mimare, o perfino anticipare (visto che il prodotto può essere fruito ora anche su tablet e ebook) la logica dello scroll del mouse. Ne è esempio questa tavola tratte da Orfani #9.

Questo tipo di soluzioni sembra confermare l’ipotesi sostenuta da critici quali Matteo Stefanelli e Gugliemo Nigro che con Orfani siano soprattutto il “ritmo e il tempo di lettura” dell’albo bonelliano a modificarsi, teoria suggestiva ma anche sfuggente, perché la soggettività delle pratiche di lettura è tale da mettere a dura prova qualsiasi tentativo di misurazione. Certo è che, rispetto alla gabbia bonelliana, Recchioni & Co sembrano porsi in aperta antitesi: non tanto per le soluzioni grafiche più o meno audaci adottate e comunque figlie di una ricerca raffinata di cui Mammuccari ci sembra l’appassionato e consapevole “deus ex-machina”, quanto invece sul piano della sceneggiatura rispetto a quelle che abbiamo definito la metrica e la poetica della gabbia.

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Orfani #1 – Disegni di Emiliano Mammucari, colori di Lorenzo De Felici

A questo proposito, Prendiamo in esame la tavola 10 tratta dal primo episodio.

Qui il layout a sei vignette c’è, ma la struttura di tensioni e di unità del racconto tipiche del bonelliano vanno sfilacciandosi.
Si noti in particolare come la vignetta di chiusura della pagina non rappresenti più il climax riscontrato nelle serie precedenti: certo l’accento drammaturgico rimane, ma ha un impatto ridotto, perché non sembra figlio di una costruzione narrativa organizzata per sposare quella logica drammaturgica.

Cosa c’è fuori dalla gabbia?

Sicuramente con lo sperimentalismo spinto di Orfani tanto gli autori quanto la casa editrice avevano messo in preventivo la possibilità di alcuni aggiustamenti da fare in corso d’opera, dovuti a sperimentazioni e a tentativi sia grafici che narrativi che potevano rivelarsi meno efficaci di quanto pensato in fase progettuale.

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Un confronto tra una tavola di Ringo #5 – Disegni di Davide Gianfelice e colori di Giovanna Niro, e una vignetta tratta da Amazing Spider-Man #365 – Disegni di Mark Bagley

La forte ricerca innovativa della serie di Recchioni e Mammucari deve essere inquadrata anche nell’ottica, dichiarata, di riuscire a raggiungere nuove fasce di lettori: quel segmento adolescenziale abituato ai ritmi dei videogame e, probabilmente, in parte conoscitore e lettore del fumetto supereroistico statunitense. Un target di lettori lontani dal genere bonelliano tradizionale, la cui conquista implicava per la casa editrice un ragionamento estremo su contenuti narrativi, tempi di fruizione e resa grafica di questi ultimi.

Un’operazione pianificata quindi a tavolino, che mirava forse a ripetere a quasi trent’anni di distanza il fenomeno, allora inaspettato, che nella seconda metà degli anni ’80 vide protagonista Dylan Dog: una nutrita fetta di adolescenti diventarono all’improvviso lettori bonelliani e, con il passpartout sclaviano, arrivarono a conoscere e a leggere sia storie di personaggi che avevano visto nelle mani dei loro padri, sia avventure di nuovi eroi che di lì a poco si sarebbero affacciati sulla ribalta del palcoscenico delle edicole.
Altri tempi e sicuramente adolescenti completamente diversi da quelli odierni.

Tuttavia, non è sbagliato ritenere che la “rivoluzione classica” portata dall’Indagatore dell’incubo, con storie narrativamente innovative e originali ma raccontate con un disegno impostato e confinato nella classica griglia bonelliana (anche se, come detto poc’anzi, proprio così non era), abbia permesso di far nascere a quei nuovi lettori la voglia di provare altre serie Bonelli, che da un punto di vista grafico erano molto simili a Dylan Dog.
Certamente, sempre in termini di restituzione visiva della componente narrativa, il gap che esiste tra Orfani e le altre serie della casa editrice è notevolmente maggiore di quello che c’era tra la creatura di Tiziano Sclavi e gli albi di Martin Mystere, giusto per citare il personaggio bonelliano più “giovane” all’epoca.

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Tavola tratta da Orfani #9 – Disegni di Gigi Cavenago, colori di Alessia Pastorello

A parere di chi scrive Orfani segna, senza dubbio, l’evoluzione e il punto di approdo (almeno per il momento) di una ricerca innovativa sulla gabbia, cominciata negli anni ’60 e culminata proprio con Nathan Never, senza però essere riuscita a trovare quel punto di equilibrio citato da Medda, e ormai sbilanciata verso  un’eccessiva libertà narrativa e artistica dei singoli autori rispetto allo stile complessivo degli albi.
Tale impostazione, oltre a ribaltare bruscamente un altro pilastro del canone bonelliano, cioè la prevalenza delle storie da raccontare su coloro che le raccontano (sceneggiatori e disegnatori), alla fine non ha portato del tutto ai risultati sperati. Tanto che, nella seconda stagione di Orfani, Ringo, è apparso evidente fin dal primo numero una sorta di downgrade verso un taglio narrativo e, di conseguenza, visivo delle storie, più vicino al registro delle altre serie classiche, pur continuando a persistere l’uso, per esempio, di splash page scontornate che assumono più il ruolo di omaggi o citazioni (in primis al fumetto supereroistico americano) che tòpoi  narrativi importanti.
Un passo indietro, se così può essere definito, magari pianificato fin dall’inizio, in una sorta di gioco di accelerazione e decelerazione innovativa che potrebbe portare a nuovi esperimenti tutti da valutare nella terza stagione della serie.

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Nathan Never #69 – Tavole 4-5 – Disegni di Onofrio Catacchio

Il ragionamento fin qui sviluppato, che agli occhi di qualcuno può apparire conservatore tout court, in verità si basa sull’importanza della necessità di conservazione di un’identità riconoscibile di un certo tipo di fumetto, in questo caso quello delle serie Bonelli, che ai fini narrativi resta un valore aggiunto.
Insomma, il fatto che un lettore, potenziale quanto fidelizzato, sappia che negli albi marchiati SBE troverà, con tutte le varianti del caso, un preciso tipo di storie narrate secondo un determinato registro, non è cosa negativa; come non è un male che il lettore abbia la certezza di poter trovare nei fumetti Marvel o DC Comics, o negli albi Walt Disney o di Diabolik, modalità di racconto “codificate” secondo determinate linee narrative e grafiche.

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Nathan Never #1 – Tavola 96 – Disegni di Claudio Castellini

In tutto ciò esiste, e deve esistere, lo spazio per l’innovazione, ma essa può anche non essere imposta ex abrupto, incanalandosi in un percorso che va incrementandosi poggiando fortemente sulla gabbia bonelliana e che da questo stabile elemento di fondazione può trarre maggior spinta.
Una collana come Le Storie, ma anche serie o miniserie come Dragonero e Lukas (senza pensare a tutte le novità che potranno riservarci in futuro, vista la loro attuale qualità narrativa e grafica) potrebbero rivelarsi incubatori di nuove ed efficaci interpretazioni della gabbia bonelliana.

Magari insieme alla stessa Orfani. Magari più di Orfani.

 

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