Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero

Secondo appuntamento con la nostra serie di interviste incentrate sul tema "Il futuro dei webcomics". Questa volta tocca a Giorgio Trinchero di Mammaiuto rispondere alle nostre domande.
Articolo aggiornato il 03/11/2015
Secondo appuntamento con la nostra serie di interviste incentrate sul tema “Il futuro dei “. Dopo Mirko Oliveri di Verticalismi, tocca a Giorgio Trinchero di Mammaiuto rispondere alle nostre domande. Gli autori di Mammaiuto, soprattutto nell’ultimo anno, si sono imposti come protagonisti all’interno del panorama del webcomic italiano. Molte infatti sono state le soddisfazioni per questo collettivo di autori, tra cui la vittoria del premio Self Area a Lucca Comics&Games 2013 e un crowdfunding concluso con successo. È dunque con grande piacere che vi proponiamo questa intervista. Come sempre vi invitiamo a commentare e partecipare attivamente alla nostra riflessione.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio TrincheroNasce a La Spezia nel 1983. A 18 anni si trasferisce a Firenze per frequentare la Scuola Internazionale di Comics. Qui conosce un gruppo di giovani autori, con i quali fonda “il Peso del Martello”, una rivista contenitore autoprodotta. Con Francesco Rossi apre il blog “Cose che Parlano” sul quale hanno pubblicato strisce umoristiche fino al 2010. Co-sceneggiatore insieme a Samuel Daveti di “Akron – Le Guerrier”(Soleil), che vede ai disegni Nicola Saviori. Tra i fondatori dell’associazione culturale Double Shot, per la quale promuove e cura l’albo collettivo “Cose che parlano” e scrive una storia breve pubblicata nell’albo collettivo “Fascia Protetta”. Tiene workshop sul fumetto in giro per l’Italia. Su Mammaiuto è autore di vari webcomics come Victor Sisendesmera, Minimal Zen e Punti&Virgole.

In base alla tua esperienza con Mammaiuto, cos’è cambiato in questi anni nel mondo dei webcomic?
Mammaiuto esiste da poco più di due anni, per cui forse è presto per fare un bilancio. Direi che in linea di massima sono aumentate la quantità e la qualità. Si è iniziato a capire che regalare i fumetti on line è un buon modo per poi venderli: il tempo che si passa on line sta diventando sempre più costruttivo, secondo me: per quanto poi ci sia molta fuffa, io trovo sempre molte cose interessanti. E questo vale anche per i fumetti (però, mentre ti scrivo, non so se sono io che invecchio e quindi seleziono con più facilità…). Poi direi che la differenza è che, appunto, in molti si sono resi conto che il contenuto gratuito on line non è detrattivo di quello venduto, cartaceo o digitale. Anche gli editori l’hanno capito.

La campagna di crowdfunding che avete fatto per Mooned e I diari è, in questo senso, una piccola conferma.
Molto piccola. Però si, anche lo shop on line che abbiamo aperto va abbastanza bene. Noi non siamo una casa editrice, questo va detto, stampiamo anche libri, ma senza l’idea di confrontarci con il mercato. Abbiamo un’idea economica, ma non ha a che vedere con il mercato.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
I due volumi che Mammaiuto ha prodotto grazie al crowdfunding su eppela

Credo sia giusto dire che la rete stia cambiando, in più modi, i classici modelli di produzione: dove si sta andando secondo te?
Non è semplice da immaginare. Diciamo che io ho delle speranze che si stia andando verso una progressiva diffusione dei mezzi che permette una maggiore libertà e indipendenza da parte di chi effettivamente produce i contenuti. Mi spiego: io ho avuto spesso la sensazione, confrontandomi con la piccola editoria, che si stampassero fumetti per far lavorare i tipografi. Perché poi, se va bene, sono gli unici che vengono pagati, di solito poco e a novanta giorni. Con la diffusione via web io posso far leggere il mio fumetto facilmente a  cinquecento persone, senza che nessuno spenda niente. Se io invece devo stampare  mille copie di un fumetto, per riuscire a venderne  cinquecento, comunque se va bene, mi ripago le spese vive e poco più, per cui non ne capisco proprio il motivo. Invece, on line ci sono le stesse possibilità espressive, maggiore facilità nell’intercettare i lettori e non perdi soldi. Direi che per le piccole realtà editoriali o, appunto, per i collettivi come i nostri e per gli autori che si autoproducono è la svolta. Ma forse non ti sto rispondendo…

Al contrario, ci stiamo arrivando un po’ alla volta, anche perché abbiamo sin da subito toccato uno dei problemi maggiori del mondo del fumetto in generale e dei webcomic in particolare, quello economico. Finora abbiamo parlato però di rientrare nelle spese, ma esiste oggi (o esisterà nel prossimo futuro) la possibilità di fare dei webcomic qualcosa di economicamente remunerativo?
Sì, esiste già in realtà. In Italia meno, ma ci sono molti esempi esteri di webcomic gratuiti che hanno poi rientri con la vendita di libri e gadget. Cifre importanti anche, per i siti più famosi come The Oatmeal.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
The Oatmeal è un webcomic creato da Matthew Inman. Ha ricevuto una nomination per il premio Eisner Award 2014 nella categoria Best Digital/Webcomic

Parliamo d’iniziative di autori individuali, giusto?
Si, per lo più si. Io magari conosco solo i casi eclatanti, di gente che sposta le milionate di dollari, ma immagino ci siano anche casi comunque remunerativi abbastanza comuni. In Italia secondo me Drizzit e Jenus, per fare due fumetti con le caratteristiche del webcomic gratuito, mi sembra abbiano un importante ritorno di vendite.

Entrambi però devono passare attraverso la carta. Non sarà il caso degli autori sopra citati, però la preoccupazione di dover arrivare alla carta per guadagnare può costituire un limite allo sfruttamento delle potenzialità del medium webcomic. Cosa ne pensi?
Sì, era quello a cui stavo pensando. Quando si parla di webcomic esce sempre a un certo punto la questione “Eh, ma a me piace la carta! l’odore delle pagine, la porosità, è tutta un’altra cosa!“. Ora, io sono una persona davvero di vedute ampie, se avete dei feticismi lungi da me giudicarvi, fatevi dei vestiti di Tintoretto Martellata molto attillati, fondate dei club e ritrovatevi, tra adulti consenzienti potete fare tutto quello che volete. Noi però facciamo fumetti, che non ha niente a che vedere con il supporto su cui si leggono. Stampare i libri dei nostri fumetti è un piacere, perché comunque curare la produzione di un oggetto è divertente, stimolante, ma quello che ci preme veramente sono le storie che raccontiamo. Le emozioni, le idee. Perciò stampiamo libri, perché è per ora l’unico modo che abbiamo trovato per avere un po’ di rientro economico, ma non la riteniamo una cosa fondamentale. Diventa purtroppo molto importante nel momento in cui, in particolare tra gli addetti ai lavori, è molto difficile far leggere un fumetto se non è raccolto in un formato cartaceo. Questa è una cosa che abbiamo rilevato. Nessuno fa recensioni dei fumetti on line. Il contenuto è lo stesso, è tutto gratis, ma per il recensore è come se non esistesse. Non ho ancora capito bene perché. Se ci pensi, la tua è l’unica rubrica stabile sui webcomics che c’è, guarda che è assurdo! Tornando a quello che ti dicevo prima sullo stare fuori dal mercato: l’idea economica alla base di Mammaiuto è l’idea dell’economia del dono, ci siamo arrivati un po’, come dire, seguendo una sensazione, e poi io l’ho trovata teorizzata nel saggio di Graeber, Debito. I primi 5.000 anni. Mammaiuto nasce da un’esigenza molto personale: avere un luogo dove poter fare fumetti liberamente e far leggere fumetti; senza essere costretti a fare gli editori e i commercianti. Quindi per noi questi fumetti sono cose che comunque faremmo, perché farli migliora la qualità della nostra vita, a prescindere che qualcuno ci paghi o meno. Nel momento in cui tu lettore hai letto i nostri fumetti, ti sono piaciuti, ti hanno arricchito in qualche modo,  ti hanno emozionato, sentiti libero di farci un regalo a tua volta. Nel mio mondo ideale, mi mandi due bottiglie d’olio a casa, in questo mondo qui, mi accontento che tu possa comprare un nostro libro, per sostenerci. Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero Quello che hai appena descritto è un modello di produzione estremamente libero, basato sull’iniziativa e sui bisogni individuali, slegato dalle logiche di mercato tradizionali. Ma credi che intorno ai webcomic nascerà un giorno un’industria che opererà con logiche maggiormente legate al profitto, con editori forti? Come influirebbe ciò su realtà come la vostra?
Mah. Intanto, purtroppo, non esistono molte realtà come la nostra, per cui è anche difficile capire chi siamo. Adesso sembro in preda all’esistenzialismo ma, in effetti, siamo un organismo bislacco. Vedo che in Francia la cosa sta già succedendo. Il fumetto da poco pubblicato da Bao, Lastman, un euro-manga molto ben fatto, è uscito prima di tutto gratis on line su un enorme sito di fumetti, Delitoon, che è un sito della Casterman. Sta mettendo on line moltissimo materiale, che poi raccoglie in volumi, fumetti interi, storie lunghe. Quindi, questo modello esiste già (ne approfittiamo per annunciarvi che anche Didier Borg, Ceo di Delitoon e Casterman, è stato coinvolto in questa serie di interviste e presto potrete leggere le domande che gli abbiamo rivolto e le sue interessanti considerazioni, ndr).

Esiste secondo te il rischio che anche nei webcomic si verifichi una specie di effetto colosso, dove un portale (o editore) molto grande possa schiacciare o comunque creare difficoltà a quelli piccoli?
Mi sembra molto difficile, proprio per com’è fatto il web. Alla fine se tu crei un contenuto che inizia a girare sul serio, anche se non hai investimenti, puoi arrivare a un enorme numero di lettori. Non so come dire, per quanto un polo di attenzione possa occupare spazio, il web è infinito: mi sembra che si ragioni sempre in termini di nicchie molto piccole di lettori, che se si comprano l’ultimo di Zerocalcare poi non hanno i soldi per proposte meno note, ma io credo che ci siano lettori per tutti, è solo difficile trovarli! Penso sempre a questa cosa: io sono un lettore molto esigente, con gusti particolari, ma sono anche abbastanza sicuro di non essere unico… di là da alcuni momenti di egomania… dico, ci saranno altre 50.000 persone in Italia con gusti simili ai miei? Solo che magari una parte non legge fumetti, un’altra non va molto sul web e così via. Il lavoro è riuscire a intercettarli, rendere disponibili le proprie idee il più possibile per farceli incappare, anche per caso.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
“Victor Sisendesmera”, il webcomic scritto da Giorgio Trinchero e disegnato da La Came, pubblicato su Mammaiuto.

A questo punto, visto che abbiamo tirato in ballo un altro problema essenziale, vorrei farti la seguente domanda, per mettere in chiaro alcuni concetti: stiamo parlando del pubblico, dell’attrazione del pubblico e prima abbiamo parlato del rapporto con il pubblico. Ma chi è il pubblico dei webcomic? Ha delle caratteristiche che lo contraddistinguono, che in qualche modo condizionano la produzione?
Non lo so, non credo che ci sia un pubblico per i webcomic in particolare e l’influenza che ha sulla produzione è quella che ha qualsiasi pubblico su qualsiasi autore… sei terrorizzato che le cose che fai non si capiscano, o siano brutte, ti esalti quando ti dicono che sei bravo, e vai nella depressione più profonda se qualcuno ti dice che non gli è piaciuto: il rapporto autore-pubblico è sempre quello, solo che on line è immediato. C’è il rischio che uno capisca il meccanismo narrativo o il tema che piace di più e lo reiteri, ma è un rischio che avviene in ogni produzione di questo tipo e da sempre.

Ci sono, però, delle tendenze piuttosto grandi: ad esempio, perché fino ad ora ad avere grande successo sono stati gli autori di webcomic umoristici? Perché nella produzione di webcomic, la maggioranza assoluta è composta dai webcomic umoristici? Non credo che dipenda solo da scelte creative, suppongo che dipenda anche dal fatto che è ciò che vuole il pubblico e quindi si decide di darglielo.
Allora, la striscia intanto si adatta benissimo al formato web, al tipo di produzione e al rapporto quasi quotidiano. Mi spiego meglio: la striscia proprio come formato, quella da quotidiano, ha avuto esempi anche di grandissimi fumetti non umoristici, ma è proprio con l’umorismo che ha sempre dato più frutti, ed è un sistema perfetto per il web perché l’impegno per produrla è relativamente contenuto e, appunto, si presta a una pubblicazione continua, che è come funziona il web. È veloce da leggere e anche questo aiuta, per cui credo che alla base ci siano questi motivi, più tecnici. Poi ci sono alcuni poli di attrazione tipo l’anticlericalismo e la satira, che accomunano molte persone e danno un senso di appartenenza che va oltre l’opera in sé.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
ZeroCalcare, ad esempio, ha alcune delle caratteristiche elencate nell’ultima risposta. Ad oggi, rappresenta il più grande successo fumettistico italiano nato sul web.

Spero non ti dispiaccia se insisto ancora sulla questione “pubblico”, ma la ritengo importante. Poco tempo fa leggevo un articolo riguardante i videogames: l’articolo sottolineava come sei, sette anni fa molte case guardavano al 3D, all’evoluzione grafica, alla creazione di storie particolarmente elaborate, eccetera. Poi arrivano gli smartphone, enormi masse entrano in contatto con l’industria videoludica e ci si rende conto che conviene produrre giochini come fruit ninja, candy crush, farmville e altri, caratterizzati da un impegno di produzione basso e dal successo presso un pubblico che, diventando massa, diventa meno esigente. C’è il rischio che qualcosa si replichi nel fumetto? Vignette, più vicine ai meme che al fumetto, con elaborazione minima e successo massimo?
Io credo che i meme a fumetti siano fumetti. Cioè, sono i fumetti popolari: veramente popolari, come le canzoni popolari. E sono contento che ci siano, perché danno più familiarità con il mezzo a molte persone. Se un ragazzino non ha in famiglia nessuno che legge fumetti, e non ha amici che gli prestano fumetti, ha comunque una certa familiarità con disegni, vignette e balloon anche solo perché ha Facebook, e ci sono buone possibilità che si cimenti lui stesso nel fare fumetto. Quando gli capiterà un fumetto in mano, saprà leggerlo. Io credo che la diffusione di queste cose avvicini ai fumetti o ai videogames persone che non sarebbero mai entrate in contatto con questi mezzi, non che allontanino giocatori o lettori forti da fumetti o videogames più sofisticati.

La domanda, però, non influenzerà la produzione, abbassandone quindi la qualità?
Non credo che il fatto che esistono fumetti brutti impedisca di farne di belli. Comunque, il 90% di tutto è ciarpame: questa cosa è da accettare, secondo me. Anche la qualità media, non so, mi sembra una chimera: tu dici che la diffusione di cose di scarsa qualità mi giustifica a fare cose di più bassa qualità? È possibile, non lo so, forse chi ama fare fumetti o videogame comunque proverà a fare quello che fa al meglio delle sue possibilità. Certo, più si è in contatto con opere belle, più si alza il confronto e si tenta di arrivare a quegli standard, ma le opere brutte non fanno scomparire quelle belle.

Secondo te, la dignità culturale del fumetto è poco riconosciuta?
Maledetta dignità culturale! Secondo me la cultura non ha bisogno di essere riconosciuta. L’idea che esista una Cultura non mi ha mai convinto. Anche questa cosa che la cultura ha bisogno di essere in qualche modo protetta, la trovo, come dire, paternalistica. Il riconoscimento culturale, spesso, viene agognato dall’ambiente del fumetto e sul web partono polemiche enormi sotto ogni articolo che sbaglia un nome di un autore o che usa a sproposito il termine graphic novel (1) . Se in un articolo di un giornale il giornalista sbaglia qualcosa, subito si grida allo scandalo perché il fumetto non è tenuto nella giusta considerazione. Ma secondo me, un qualsiasi articolo di giornale, su qualsiasi argomento, contiene almeno lo stesso numero di errori e imprecisioni: il problema è del giornalismo generalista, non del fumetto. Anche sui temi scientifici si leggono articoli con così tanti errori da apparire deliranti, ma non credo che i chimici vadano in crisi se qualcuno sbaglia il numero atomico del tal elemento. Perciò non credo che il fumetto abbia bisogno di un riconoscimenti culturale, e mi chiedo anche quale autorità potrebbe darcelo… chi ha il potere di fare una cosa così?

Concordo in pieno con quanto affermi e confesso che con la domanda di prima ho giocato un po’ sporco. Credo che dietro a etichette come graphic novel si nasconda, oltre a una strategia di mercato per rendere i fumetti più appetibili presso un determinato pubblico, la manifestazione di un complesso d’inferiorità. Lo stesso complesso d’inferiorità credo che detti molti aspetti della produzione e delle scelte dei singoli autori. Il mio interesse per i webcomic nasce anche dal loro essere piuttosto lontani da certe necessità di “presentabilità” e dalle possibilità aperte da tale distanza.
Sì, il webcomic è come arte di strada. No anzi, non è mica vero, è molto più libero.

Il timore, come ti dicevo prima, è che, per la stessa libertà di produzione, validi webcomic vengano sommersi dai prodotti di scarsa qualità.
Ma sai la fuffa esiste, è sempre esistita e c’è un solo modo per non esserne risucchiati: fare cose che non siano fuffa. Ma comunque, anche all’interno della produzione di un autore bravo, ci saranno cose più o meno riuscite, ma quasi sicuramente, le cose meno riuscite servono per imparare e mettere a frutto nei lavori successivi. Per questo, io credo che per qualche motivo serva anche la fuffa.

In un’intervista che mi fu fatta qualche tempo fa, mi venne chiesto, per quanto riguarda il webcomicdom italiano in generale, di quale stato di salute goda e in che fase ci trovassimo. Io risposi che lo stato di salute è buono ma siamo ancora nell’era della pietra (il che mi dà motivo di speranza). Come risponderesti alla stessa domanda?
Allora io frequento il web da, diciamo, otto anni. Ormai anche dieci. Non ho mai letto moltissimi webcomic, ma più o meno ho visto nascere tutto. Direi che siamo già un po’ più avanti dell’età della pietra… È davvero poco che esiste il web come lo intendiamo ora, per cui siamo già a un livello notevole secondo me. Poi sai, io ho sempre qualche difficoltà a immaginare tutto l’ambiente come un organismo complessivo: per esempio, Shockdom è un sito enorme, che produce tantissimi fumetti da un sacco di tempo, sono i primi in pratica, e, pur essendo di gran lunga il più importante sito di fumetti on line in Italia, non esistono nei discorsi degli addetti ai lavori. La tua è l’unica rubrica fissa sui webcomics che io conosca, e, da pochissimo, Slowcomix ha iniziato a fare recensioni di webcomic partendo giustamente dai grandi autori statunitensi degli ultimi dieci anni. Non ci sono praticamente discorsi organici sull’argomento: direi che i webcomics stanno benissimo, è l’informazione e la critica che sono un po’ lente. Sulla critica poi, ci sono dei problemi. Ci sono poche voci interessanti, e spesso un po’ troppo impegnate a scrivere bene e per il gusto di scrivere, prescindendo dall’opera di cui stanno parlando. Ci si trincera spesso dietro il fatto che scrivere su blog e siti di settore non paga, come se invece fare fumetti pagasse nell’immediato… Ci sono moltissimi autori bravi che fanno fumetti ininterrottamente per dieci anni o più, facendo contemporaneamente altri lavori, prima di riuscire a campare con i loro libri. Ecco, sì, sento la mancanza di lavori organici di critica, che siano webcomic o no. Proprio io vorrei degli elenconi di titoli imprescindibili, con recensioni personali ma circostanziate, che mi diano una mappa di letture, che suggeriscano una visione con la scelta dei titoli, e non la impongano con un giudizio.

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
Shockdom è uno dei principali portali di webcomic in Italia.

Credi che all’estero (parlando sempre su larga scala) abbiano fatto qualche passo in più in termini di coinvolgimento del pubblico, attenzione degli editori, soluzioni creative, peso nel mondo dei fumetti?
Direi di sì. Ma sai, noi parliamo di estero e subito pensiamo a mercati enormi come quello giapponese, francese o americano… probabilmente siamo più indietro della Francia, ma immagino più avanti del Portogallo! L’Italia ha quest’anomalia dei fumetti venduti in edicola, di cifre spaventose di testate da edicola, l’unico paese in Europa direi, e questa storia incredibile di grandissimi autori e tutti le vicendevoli influenze con l’Argentina e la Francia, il periodo delle riviste… secondo me c’è la classica sensazione che sia passata l’epoca d’oro, solo perché le vendite in edicola sono in contrazione, ma mi sembra normale che succeda. Anche qui, non è un problema dei fumetti, le vendite in edicola sono in contrazione per tutto.

L’importante è che il passato, diventando mito, non diventi troppo stringente per il presente. A proposito di passato-presente, attraverso i webcomic stanno emergendo un po’ alla volta realtà come quelle dei paesi scandinavi, della Germania, della Grecia, che tradizionalmente non vengono considerati nell’olimpo del fumetto. Mammaiuto ha portato in Italia L’Abominevole Charles Christopher, avete intenzione di guardare anche a queste realtà meno conosciute?
Sì, stavo guardando in questi giorni un sito tedesco, ci piace l’idea di tradurre cose che ci sono in giro, ma diamo comunque la priorità a produzioni nostre, per cui è una cosa che facciamo a tempo perso. Stiamo per fare un’operazione bislacca in questo senso, comprare i diritti per un’opera di uno dei nostri autori uscita in Francia e poi metterla gratis sul sito, appena concludiamo ti invio i dettagli.

Parlando ancora di webcomic all’estero, come interpreti che autori famosi come Mark Waid, David Lloyd, Brian K. Vaughan, Jeff Smith si siano cimentati con i webcomic?
Sono autori intelligenti!

Il futuro dei webcomics: intervista a Giorgio Trinchero
The Private Eye è un webcomic scritto da Brian K Vaughan e disegnato da Marcos Martin

Questa tua ultima risposta ci riporta per certi versi alla questione iniziale: se l’Italia è indietro rispetto ad altre realtà è solo perché la rete si è diffusa dopo o credi ci siano sono altri motivi?
Non credo che siamo indietro, non particolarmente, non trovo neanche così interessante preoccuparmene. È evidente che siamo indietro per quanto riguarda il crowdfunding, ma non credo sia un problema di pubblico, non si sa quale risposta potrebbe dare il pubblico italiano a un progetto di crowdfunding di fumetti di una certa consistenza, perché nessuno ci ha ancora provato sul serio. I casi sono pochissimi: il progetto nostro è andato a buon fine, quello a cui partecipava Tunuè pure, a me non vengono in mente altri casi. Relativamente al crowdfunding ho una teoria: il pudore che abbiamo in Italia a parlare di denaro rende davvero diffidenti verso uno strumento così trasparente. Non serve fare i conti in tasca, è tutto scritto su portali da migliaia di visite.

Direi a questo punto di avviarci verso la conclusione della nostra intervista. Credi che il webcomic italiano per maturare ulteriormente debba semplicemente continuare a produrre e fare sostanzialmente ciò che sta già facendo o adottare qualche nuova strategia, cambiare qualcosa nel suo modo di fare?
Allora, come avrai capito, sono un po’ in difficoltà quando si parla di ambienti, tendenze, fenomeni così ampi. Io ho fiducia sia negli autori sia nei lettori, e agogno un mondo senza intermediari. Per me già la sola possibilità di leggere fumetti senza che nessuno debba pagare niente è meravigliosa, commovente. Io penso che gli autori, in particolare quelli che non vengono pagati per essere autori, facciano i fumetti al meglio delle loro possibilità, e i lettori leggano le cose che ritengono migliori. Più il mercato resta fuori dalla questione più vedo sviluppi virtuosi. Dando per scontato che si continui a fare i fumetti meglio che si può, le strategie possibili per migliorare la qualità del mezzo sono molteplici, la prima è rendere più ergonomici possibili i sistemi di lettura. Mammaiuto da questo punto di vista ha dei limiti, su cui stiamo lavorando, perché non avendo formati standard è difficile avere sistemi di lettura comodi per tutto. Poi si può migliorare la comunicazione, intendo verso l’esterno, avere un minimo di sistematizzazione delle informazioni, e questa è responsabilità dei siti come il vostro… è assurdo, ma i siti d’informazione non danno molto spazio ai fumetti on line. E poi, raggiunto un numero di lettori adeguato (parlo di decine di migliaia di contatti) trovare sistemi alternativi per avere un ritorno economico, che permetta agli autori di poter dedicare più tempo al fare fumetti. Ricordandosi sempre che la percentuale di visitatori che decideranno di supportarti economicamente è bassa. Ma non c’è niente di male in questo. Poi una cosa che secondo me è davvero fondamentale, e questa esula dal discorso webcomic, ma ha a che vedere con il mondo fumetti on line, è abbassare il livello di tensione tra le persone che si incontrano in rete. Io mi trovo spesso a parlare sui social, e prima (sembra una vita fa) sui blog, con autori e addetti ai lavori vari. Mi sono reso conto con il passare degli anni che il livello di violenza è altissimo. Non ci si fa caso perché è la normalità. E parlo di me, io per primo ho scritto molte cose stupide in maniera sgradevole e alcune cose intelligenti in maniera esecrabile, vanificandole. Recentemente in una discussione su Facebook ho chiesto scusa a Diego Cajelli, perché mi sono reso conto che c’era qualcosa di rotto nella comunicazione, che non permetteva che ci scambiassimo informazioni. Ed ero sicuro che almeno metà della colpa fosse mia, anche se avevo le migliori intenzioni. E ha funzionato. Ma comunque pochi giorni dopo ho reagito con eccessiva violenza in una discussione con Michele Ginevra. Poi noi scherziamo un po’ così, ma non so se dall’esterno si potesse capire. È davvero molto difficile smettere di essere spocchiosi/intolleranti/aggressivi parlando sul web. C’è un esercizio però, secondo me importante, che sto provando a fare: dare per scontato che la persona con cui mi confronto sia in buona fede e che stia portando semplicemente il suo punto di vista. E smettere di cercare un vincitore, smettere di cercare di avere ragione. Questo migliorerebbe sensibilmente la qualità della vita on line… e permetterebbe anche una maggior circolazione di idee, e più collaborazioni anche tra autori e collettivi. Uscire da una logica di competizione, c’è spazio per tutti, in particolare sul web.

Si ringrazia Giorgio Trinchero per la disponibilità
Intervista condotta via chat il 28 marzo 2014

Nella rete del fumetto ritorna con una nuova intervista tra quattordici giorni. Per essere sempre aggiornati, seguiteci sulla pagina facebook dedicata alla rubrica.


Note:
  1. A proposito del termine graphic novel, il nostro intervistato scrisse tempo fa un intervento che di seguito riportiamo:
    Il significato di Graphic Novel spiegato ai fumettisti.
    Origine
    Graphic novel significa letteralmente romanzo grafico. Il termine pare sia stato inventato, o quantomeno adottato, nel 1978 da Will Eisner per convincere l’editore di varia Bantam Books a pubblicare Contratto con Dio. Raccolta di racconti che Eisner voleva arrivassero ai frequentatori delle librerie e non delle fumetterie. Quando l’editore si rese conto che era un fumetto, si rifiutò di pubblicarlo. Il libro fu comunque pubblicato da una piccola casa editrice di varia di New York, la Baronet Press.
    Significato
    Nella lingua italiana è in uso per indicare due cose:

    • Un genere del fumetto: narrazioni autoconclusive di ampio respiro.
    • Una categoria merceologica: i fumetti pubblicati in supporti che hanno la forma di un libro, venduti prevalentemente in libreria.

    Franteindimenti.
    La diffusione di questo termine sulla stampa generalista ha fatto emergere due convinzioni curiose, in particolare tra le persone che si occupano professionalmente di letteratura: che il genere graphic novel sia qualcosa di diverso dal fumetto; che il fumetto sia un genere della letteratura. Vorrei porre fine per sempre a questo disdicevole fraintendimento. Il genere graphic novel è costituito da tutti gli elementi costitutivi del fumetto: vignette, immagini, balloon, didascalie, onomatopee; usati come si usano nel fumetto. Possiamo dire oltre ogni ragionevole dubbio che è fumetto.Il fumetto si basa su sequenze di immagini. La lingua scritta non è indispensabile, né nell’elaborato finale, né nel processo produttivo. Il fumetto non è letteratura.* Il fraintendimento è dovuto probabilmente al fatto che i fumetti si sono diffusi senza un loro specifico supporto: dall’inizio del Novecento sono stati stampati prima su quotidiani e poi in qualsiasi formato editoriale immaginabile. Senza un supporto a loro specificatamente dedicato, forse risulta difficile distinguere i fumetti a tutti quelli che non hanno mai letto più di due fumetti. Alcune persone, gli accademici di cui sopra e altri, anche in buona fede, sono convinti che il termine fumetto sia detrattivo, la parola stessa sia un marchio di infamia, e pensano ci sia bisogno di un nuovo termine per definirlo. Io credo non ci sia bisogno di altro, la parola fumetto va benissimo. È una parola che si usa da un sacco di tempo e tutti sanno cosa vuol dire: vignette una appresso all’altra. Queste vignette le potete dipingere sulle pareti di una grotta, scolpirle su una colonna alta 40 metri, cucirle su un telo di lino appeso in una chiesa normanna, stamparle due per pagina su carta porosissima, uploudarle su un blog: dovunque siano, se sono fumetti, sono fumetti. Se sono fumetti fatti bene siamo contenti, se sono fumetti fatti male, peccato. Se sono graphic novel non c’è niente di male nel chiamarli graphic novel, così come non c’è niente di male nel chiamare strisce i fumetti formati dalle 3 alle 6 vignette.   *Nella definizione ampia di letteratura: “l’insieme delle opere scritte e pervenute sino al presente”  rientra qualunque cosa sia un’opera scritta, e qualunque sistema atto a fissare comunicazioni è una scrittura: il codice morse, la musica, il cinema, le etichette dei barattoli, i software per comprimere i file, i file compressi, i codici sulle uova, la pubblicità, i siti in flash, la segnaletica stradale. In questa definizione rientra anche il fumetto. Anche perché faccio fatica a trovare qualcosa che resti fuori, onestamente. Io con letteratura intendo: opere di narrativa o saggistica in prosa, o poesia. E come tutte le persone di buon senso non credo abbia più valore di altre espressioni umane per il solo fatto di essere letteratura. 

7 Commenti

7 Comments

  1. Michele Ginevra

    micgin65

    22 aprile 2014 a 11:27

    Confermo! Ci siamo confrontati tra il serio e il faceto. Rispetto e considero molto bene il discorso che porta avanti Giorgio, e che sviluppa bene in questa intervista. Proprio perché lo reputo una persona in gamba, su una questione specifica abbiamo “litigato”. Sono cose che accadevano anche prima del web… Ma che il web sembra deformare e amplificare. Ma che il racconto tramite il passaparola pure poteva deformare e amplificare. Forse fa effetto vedere scritte certe cose. Ma sono scritte sul web e valgono solo per l’istante in cui vengono lette. Quindi niente di rotto!

    • Giorgio Trinchero

      23 aprile 2014 a 13:07

      Secondo me questa via di mezzo tra il parlato e lo scritto è particolarmente pericolosa… ci si trova a dire cose che dette con una certa espressione e in un contesto conviviale possono essere ribattute anche rudemente, senza che nessuno si offenda, perché lo scambio è immediato e non c’è il tempo di riflessione e conseguente paranoia che porta invece il fatto di leggere ed essere poi a casa a scrivere, e sapere che chiunque può leggere quello che è stato scritto.
      In realtà possiamo decidere che non c’è niente di rotto tra me e te, perché pur non avendo particolare confidenza, ci siamo già confrontati guardandoci negli occhi in diverse occasioni e abbiamo verificato la vicendevole buona fede a livello empatico. Con moltissime delle persone con cui parlo su web questa cosa non è mai successa, e quindi diventa molto semplice assumere un atteggiamento prevenuto e di conseguenza aggressivo, il che non fa altro che alimentare l’incomprensione, risposte aggressive e così via, in un circolo vizioso di profezie che si autoavverano.

      • Michele Ginevra

        micgin65

        24 aprile 2014 a 01:58

        E’ vero, nel nostro caso la conoscenza personale ci ha permesso di “litigarellare” senza conseguenze. Alla prossima!

  2. Pierz

    22 aprile 2014 a 13:19

    Bella intervista ;)
    Sui webcomic a maggioranza umoristica, direi che non è una novita rilegata solo al web. Insomma, pure mia nonna sa chi sono Lupo Alberto, i Peanuts, Rat-Man e Sturmtruppen, senza bisogno di facebook.
    E sul “fare i soldi”, dal mio piccolo posso dire che stampare tramite editore è ‘na mezza ciofega, mentre i soldi (relativamente) grossi me li sono fatti a suon di magliette autoprodotte. Non so se c’è una morale dietro.

    • Dario Custagliola

      Dario Custagliola

      22 aprile 2014 a 20:47

      Innanzitutto, grazie per il commento ;)
      Ovviamente, non esistendo statistiche o censimenti, quella della preponderanza di un genere rispetto a un altro è una idea basata unicamente sull’esperienza personale. Certo non è una esclusiva dei webcomic e anche nel cartaceo abbonda il genere umoristico, ho tuttavia la sensazione che la percentuale sia più alta nel primo caso (anche e soprattutto per caratteristiche insite nel mezzo web).
      Inoltre non ci piove sul fatto che i fumetti umoristici hanno anche una certa capacità di entrare nell’immaginario collettivo, si prestano meglio alla condivisione ecc. e questo alimenta la sensazione che ci sia una grande maggioranza.
      :)

  3. Gianluigi

    24 aprile 2014 a 00:34

    Complimenti per l’articolo!

    La distinzione fra fumetto e letteratura mi ha fatto pensare ai libri per bambini e ragazzi, dove compaiono illustrazioni a tutta pagina con delle brevi didascalie.

    In questo caso anche queste sono sequenze di immagini che raccontano una storia, ma vengono inquadrati come “libri per ragazzi” e la percezione del pubblico rispetto al fumetto, mi sembra molto diversa.
    In genere anche le differenze di prezzo a parità di pagine e illustrazioni sono abissali.

    Forse il fumetto ha perso il pubblico dei bambini, rispetto ai tempi del Corriere dei Piccoli?

    • Dario Custagliola

      Dario Custagliola

      24 aprile 2014 a 14:45

      Ciao Gianluigi,
      grazie per i complimenti e per il commento :)
      Esiste sicuramente nei fumetti di oggi (almeno per quanto riguarda Italia e USA) una difficoltà a realizzare un ricambio generazionale di grande portata.
      Sarà interessante vedere se i webcomics riusciranno nel prossimo futuro a catturare, meglio dei fumetti cartacei, quella fetta di pubblico rappresentata dalla nuova generazione dei cosiddetti “nativi digitali”.
      Tu cosa ne pensi?

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